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	<title>Laboratorio di Studi Politici e Sociali</title>
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		<name>Davide D&amp;#039;Alessandro</name>
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	<copyright>Copyright 2010, Davide D&amp;#039;Alessandro</copyright>
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		<title>ALLEANZA per  VASTO - Entusiasmi e tantissime adesioni per la nuova e grande storia CIVICA. Parla Davide D’Alessandro, che ne è l’ispiratore.</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Tratto da &quot;la Voce&quot;<br />9 marzo 2010<br /><br />Del Prete scrive di un tempo nuovo, di nuovi protagonisti, di nuove facce. Concorda?<br />“Come non potrei? È dalla primavera del 2007, dopo un anno dalla desolante esperienza Lapenna, che lo invito a dare vita a una nuova storia. Le rendite di posizione sono terminate. La gente, come ha ben intuito Gaspari, è pronta a dire addio per sempre a chi ha deluso, a chi ha promesso e non mantenuto, a chi non ha dato risposte alle richieste urgenti, a chi ha accompagnato con mediocrità la decadenza della politica e la perdita di peso del nostro territorio. L’analisi, che un tempo poteva sembrare impietosa, ora per tutti, o quasi, è assolutamente realistica. Bisogna scrivere una nuova storia, ma le nuove storie non le possiamo scrivere con i vecchi protagonisti”.<br />Lei ha intenzione di candidarsi?<br />“Perché no? Non l’ho mai fatto. Sembra giunta l’ora. Me lo chiedono in tanti, ma non è questo il problema. Adesso sono interessato a guidare il robusto progetto politico, che sarà di supporto alla storia CIVICA, ma sono soprattutto impegnato ogni ora del giorno a scrivere questa storia, a darle spessore, chiamando a raccolta energie fresche, facce politicamente nuove, che abbiano motivazioni forti, desiderio di realizzare progetti, passione per la politica e amore per Vasto. Sono subissato da telefonate, richieste, incontri. È davvero un momento splendido, che Polis prepara da anni. Gaspari ha detto che Polis ha avuto un ruolo straordinario, stimolando la coscienza dei cittadini, e mi ha invitato ad andare avanti. Ma Polis è stato il primo tempo. Ora, per realizzare i sogni di Polis, per affermare i desideri di una nuova politica, che 5.132 vastesi invocarono attraverso la propria firma per l’Hotel Panoramic, occorre giocare il secondo tempo della partita. Con Alleanza per Vasto la vinceremo, senza supplementari, e questa città tornerà a guidare il territorio, a riprendersi ciò che le è stato tolto, ciò che una classe politica inadeguata ha consentito le venisse tolto”.<br />Che cosa vuol dire senza supplementari?<br />“Vuol dire senza ballottaggio. Chi fa i conti secondo le vecchie logiche, chi pensa che un’altra forza politica nasce per determinare, col ballottaggio, la vittoria del Pd o del Pdl, non coglie, non percepisce il nuovo che avanza, la voglia dei cittadini, già liberi dalle appartenenze, di scrollarsi definitivamente di dosso due scatole vuote di contenuti, senza idee e senza futuro. La città è pronta per cancellare il passato. Con l’Amministrazione Lapenna ha toccato il punto più basso della sua storia. Pd e Pdl sono due ubriachi che tentano di reggersi a vicenda e di sostenere il vecchio che ritorna o che si riproduce. Un’aria nuova, a Vasto, attraverserà le stanze del potere, le rigenererà. Alleanza per Vasto non è un’altra forza politica.  È una forza-altra. Nasce per dare voce a chi non l’ha, per affermare il sentimento della maggioranza dei vastesi. E la maggioranza dei vastesi vuole il cambiamento profondo, vuole un rinnovamento vero della classe dirigente, vuole abbandonare per sempre mediocrità, dilettantismo, pressappochismo. È questa la mia battaglia. La condurrò insieme ai tantissimi che ci credono. Contro nessuno. Con l’aiuto di tutti. Per far rinascere Vasto. Il 2011 sarà una data da ricordare. Per la città e per la politica”.<br /><br />RED<br /><br /> <br />]]></content>
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		<title>UN TEMPO NUOVO CON GENTE NUOVA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Nicola Del Prete<br /><br />Che fermento! Dopo la presentazione del libro, scritto con l’amico D’Alessandro, avvenuta il 28 dicembre al Cinema Corso ma, ancor più, dopo l’incontro sul futuro di Vasto, promosso da Polis il 6 febbraio, un vento nuovo sta percorrendo le strade di Vasto, si sta insinuando tra i vicoli, le case, le famiglie, i luoghi di lavoro e di ritrovo, tra chi ha davvero a cuore le sorti di questa città. È un vento nuovo che incontra migliaia di entusiasmi e adesioni, le intercetta, le raccoglie. In verità, con il nostro grande progetto politico di Centro, moderato, riformatore e liberale e con la nuova storia CIVICA di Alleanza per Vasto, abbiamo dato nome e contenuto a ciò che la stragrande maggioranza dei cittadini attendeva da tempo. Una nuova storia che metta da parte il già visto fin qui. Non solo il fallimento dell’Amministrazione Lapenna, alla quarta Giunta, ma anche il crollo di due storie mai nate o, se preferite, di due case cadute o, per dirla con La Rana, di due apparati politici senza politica, che pensano di perpetuare all’infinito il proprio gruppo dirigente, i soliti nomi, le solite facce, i soliti parenti. Per cui, quando La Rana invita a essere distinti e distanti da chi ha accentrato il potere e lo ha gestito per decenni, sfonda una porta aperta. La nuova e grande storia CIVICA, come la chiama D’Alessandro, è la soluzione. Alleanza per Vasto è la soluzione. Aperta, non chiusa, come tutte le alleanze. A chi ha qualcosa da dire e da fare, a chi vuole mettere a disposizione la passione politica per scrivere questa nuova pagina, per ridare a Vasto ciò che è di Vasto, per riavvicinare il cittadino alla politica e alle Istituzioni, per rinnovare profondamente una classe dirigente stanca, logora, che ha fatto il proprio tempo. Occorre, da subito, vivere un tempo nuovo. Con altri protagonisti, con altri progetti. Da pensare e da realizzare. INSIEME. Da alleati. Alleati per Vasto.  <br />]]></content>
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		<title>IN RICORDO DI TONINO CARINO, DA ASCOLI</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Davide D&#039;Alessandro<br /><br /><img src="images/carinotonino.jpg" width="230" height="349" border="0" alt="" /><br /><br />Era una splendida persona, Tonino Carino. Una splendida persona che in un mondo serioso, non serio, come quello del calcio, sapeva prendersi in giro. Amava il giornalismo ma, di più, l’Ascoli, lui che era nato a Offida e nei colori bianconeri vedeva la riscossa di un’intera regione. L’Ascoli di Rozzi, per capirci. Del resto, uno solo era ed è l’Ascoli: quello di Rozzi. E di Carino. Cronista stimato, tifoso autentico. A me, che da giovane cronista ho vissuto, per Tuttosport, gli anni delle salvezze di Bersellini e Castagner, restano alcuni incontri nei salotti di “Villa Pigna” e alcune straordinarie mangiate. Poi, la partita e il collegamento con 90° Minuto. Tonino si accalorava, difendeva l’Ascoli, ne denunciava i torti subiti. Un altro calcio, un’altra storia, un altro uomo. Quando moriva una persona cara, Gianni Brera chiudeva così: “Riposa in pace, amico mio. Ti sia lieve la terra”. A Tonino sarà lieve, come la vita.<br /><br />]]></content>
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		<title>UNA DONNA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br /><img src="images/sibilla.jpg" width="250" height="248" border="0" alt="" /><br /><br />Furono più gli amori avuti che i libri scritti, quelli di Sibilla Aleramo, all’anagrafe Rina Faccio. A cinquant’anni dalla morte, l’incipit non suoni irriverente. Poiché la scrittrice d’amore visse, d’amore patì, d’amore scrisse. E di donne, di emancipazione, di libertà ma, di più, di una donna. Di se stessa che, a quindici anni, subì la violenza carnale: l&#039;indicibile.<br />Ma trovò le parole per dirlo, cercando di sradicarsi di dosso lo sguardo malefico di chi ne abusò, il dolore, la compulsione, la morte. E negli amori (da Cena a Cardarelli, da Papini a Gerace, da Boccioni a Boine, da Franchi a Rebora, da Campana a Quasimodo a Evola, da Emanuelli a Mattacotta, senza trascurare la passione per la Duse), si immerse, sprofondò, a caccia di ciò che le era stata negata: la vita.<br />Costretta al matrimonio riparatore, a 26 anni trovò la forza di “strappare”, di abbandonare la famiglia e di approdare a Roma dove, grazie a Cena, il suo lavoro letterario prese corpo. “Una donna” fu un successo strepitoso, internazionale, tradotto negli Stati Uniti e in tutta Europa. Ma il successo non azzerò l’inquietudine, anzi continuamente la rinnovò.<br />Tra l’impegno politico, l’attività nel movimento femminista, la prosa e le poesie, furono le tormentate storie d’amore a tenerla sulla corda della vita, a farle vibrare e bruciare il cerino della vita. Una su tutte la lacerò: quella con Dino Campana. Chi ha letto “Un viaggio chiamato amore”, il carteggio tra la scrittrice e il poeta di Marradi, sa che desiderio, possesso, gelosia, disperazione e follia sono ingredienti del pasto di cui, chi ama, quotidianamente e incessantemente si nutre. Un amore impossibile eppure possibile, per due anni intensamente, straordinariamente possibile. Se il poeta passò dal carcere al manicomio, dall’amore alla morte (e non certo per lei o non solo per lei), Sibilla rimase in piedi. Devastata, ma in piedi. Perché aveva conosciuto da ragazza la ferita. Aveva imparato a tenerla con sé. Era parte di sé. E negli uomini, in tutti gli altri uomini, e nei libri, in tutti gli altri libri, continuò a cercare ciò che le era stata negata: la vita.<br />Ma non ne trovò che brandelli.<br />Brandelli di vita. ]]></content>
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		<title>REMO GASPARI A DEL PRETE E D&amp;#039;ALESSANDRO: &amp;quot;LAVORATE PER LO SVILUPPO E IL FUTURO DEL NOSTRO TERRITORIO&amp;quot;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Comunicato<br />Foto di histonium.net<br /><br /><img src="images/zioremo66.jpg" width="512" height="426" border="0" alt="" /><br /><br />“Complimenti, D’Alessandro. Ho seguito le battaglie di Polis. Le ho apprezzate e condivise. Mi fa molto piacere che tu e Del Prete stiate lavorando con impegno per lo sviluppo e il futuro del nostro territorio. E lavorando al Centro, lontano dagli estremismi. Solo la moderazione, l’equilibrio, il senso dello Stato e delle Istituzioni, lo studio e la conoscenza della politica, lo studio, la ricerca e le soluzioni da dare ai problemi reali della gente, garantiscono la crescita di un Paese. Fate capire alla gente i progetti che avete in mente, come e quando intendete realizzarli. La gente non ne può più di promesse non mantenute”.<br />Parla così Remo Gaspari, nella sua abitazione romana di Viale delle Milizie, ai due autori di “Amministrazione Lapenna e Partito democratico. Storia di due storie mai nate”. Un incontro proficuo, d’amicizia e di lavoro. Un incontro di circa due ore per analizzare, punto per punto, i fenomeni di crisi che hanno colpito l’Abruzzo ma, soprattutto, Vasto e il nostro comprensorio. Un incontro non per recriminare sui diciassette anni persi dalla politica nazionale, regionale e locale, ma per rimboccarsi le maniche e guardare avanti, per spalancare le porte a una nuova classe dirigente. Gaspari, a pochi mesi da 89 anni, lavora ancora per il suo e il nostro Abruzzo. C’è bisogno di scriverlo o è sotto gli occhi di tutti che la nostra amata terra, dopo la fine della Democrazia Cristiana e il ritiro dalla politica attiva del suo uomo più importante, ha smesso di crescere, di realizzare progetti, di puntare in alto? Si è come ritirato l’Abruzzo, rimpicciolito e, con l’Abruzzo, il suo lembo al confine con il Molise, lo spazio dove consumiamo i nostri giorni, il territorio del Vastese, scomparso dai radar, periferia politica della più lontana periferia regionale. Gaspari è stato ed è, per quanto ancora può, il vero uomo del fare. Non il ricchissimo imprenditore che decide un giorno di affidare alla politica anche la salvaguardia dei propri interessi, ma l’avvocato che sceglie la politica, affronta i reali problemi della gente, opera su un territorio desolato, abbandonato da Dio e dagli uomini, e ne garantisce sviluppo e progresso, portandolo a un elevato livello di benessere. Poi, la luce si spegne. I soldi si impadroniscono della politica. Molti politici diventano camerieri dei banchieri, alcuni vengono trovati con le mani nel sacco, altri costruiscono carriere e legislature grazie ai potentati economici. I problemi della gente, sempre presenti, finiscono nel dimenticatoio. La nostra terra perde lo sguardo attento di chi l’ha fatta crescere e si affida a una classe politica inadeguata, impreparata e pasticciona. E l’Abruzzo perde posizioni, latita, precipita. Nel Turismo, nella Sanità, in tutti i settori nevralgici che assicurano la crescita di un Paese. E con l’Abruzzo, Vasto e il Vastese. Ora lui invita a non mollare, a darsi da fare per invertire la rotta. Del Prete e D’Alessandro condividono pienamente la denuncia di Gaspari sulla decadenza della politica abruzzese e sono da tempo al lavoro. Con una stella polare come riferimento: il suo insegnamento, la sua passione politica, la sua straordinaria conoscenza della macchina dello Stato, il suo essere uomo di Stato.<br /><br />A Vasto, come in Abruzzo, è il momento di mettere insieme i singoli, di fare gruppo, di pensare un’idea di città, di credere. Che un’altra politica è possibile, che la politica è possibile. Del Prete e D’Alessandro hanno già aperto un dialogo con l’intera città. Creano incontri, forum, momenti di associazione, di scambio. Preparano un Convegno nazionale sul Turismo, con la presenza dell’ex ministro e leader di “Alleanza per l’Italia”, Francesco Rutelli. Per partorire insieme il nuovo che avanza. Andando a stanare chi è nascosto, riluttante, scoraggiato; andando a stanare e coinvolgere i giovani e la parte attiva, mai stimolata, della città: i professionisti, gli artigiani rimasti, i commercianti, i disoccupati, i dipendenti pubblici, il mondo della scuola. Fanno grande affidamento sulle donne, sulla loro grandezza, sulle loro capacità. Quando vengono chiamate alle responsabilità dimostrano quasi sempre di essere migliori degli uomini. A nessuna categoria viene negata voce. Poi, ovviamente, all’appuntamento con l’elettore si andrà con le liste ma, ancor prima, con la squadra che sta nascendo in questi giorni e che presto sarà presentata alla città. Gli elettori vastesi sapranno in anticipo da chi saranno amministrati. Non si può continuare a chiedere loro di votare il prodotto a scatola chiusa, di firmare assegni in bianco. Non resta, care lettrici e cari lettori, di ritrovarci lungo il cammino con un solo, grande obiettivo: scrivere una nuova e grande storia civica e ricondurre in alto Vasto, la città del Golfo, la città che portiamo tutti nel cuore. Chi vi è nato e i tanti che hanno deciso di mettervi le radici, rapiti dalla sua straordinaria bellezza. Rimettiamo Vasto al Centro dei nostri pensieri.]]></content>
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		<issued>2010-03-05T00:00:00Z</issued>
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		<title>LA RANA: &amp;quot;UNA GRANDE STORIA CIVICA, COME L&amp;#039;HA CHIAMATA D&amp;#039;ALESSANDRO, MA DISTINTA E DISTANTE DAGLI APPARATI DI PARTITO&amp;quot;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Giuseppe La Rana<br />Tratto da &quot;il Grillo&quot;<br /><br />Sul nostro sito <a href="http://www.periodicoilgrillo.com" target="_blank" >www.periodicoilgrillo.com</a> continuano gli interventi sull’iniziativa “Proponi il tuo Sindaco”. Comincia a farsi strada un sereno e costruttivo dibattito. Nei più recenti commenti si discute dei giovani, della loro lontananza dalla politica e dell’inutilità dei partiti. Qualcuno ha lanciato ai tanti giovani vastesi un appello ad incontrarsi, da ora e nei prossimi mesi, per confrontarsi, mettere su proposte concrete, obiettivi per la nostra città, da poi poterne fare merce di scambio con i voti a chi si candida. L’idea è interessante e probabilmente coglie nel segno. Vasto è una città molto avara verso i giovani: c’è poco per il loro tempo libero, molto poco per le loro prospettive di lavoro e nulla per corsi di studio universitari. Gli spazi concessi ai giovani, all’interno dei partiti, sono ancora angusti e limitati a posizioni di scarso rilievo, quando non irrilevanti e inutili. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per reagire e rivendicare una città a misura di intere nuove generazioni che rappresentano il futuro e la speranza di questo territorio. Una classe politica  che continua a trascurare il mondo dei giovani è destinata a naufragare. Ma se la politica è assente, anche noi giovani abbiamo le nostre responsabilità. Oltre a lanciare le giuste critiche dovremmo anche proporre rimedi e suggerimenti concreti; invece di essere attivi solo nel cercare soluzioni individuali ai nostri problemi personali, dovremmo impegnarci per costruire le concrete premesse affinchè Vasto diventi una città in grado di dare risposte ai problemi di tutti. Una città che si liberi dall’angoscia, dalla rassegnazione, dall’indifferenza, per   tornare a volare. A volare alto nel risolvere i problemi del presente, nel programmare e pianificare le scelte del futuro e nel formare una nuova classe politica. Uno scatto di orgoglio che ci coinvolga tutti, davvero. E’ il tempo di smettere di delegare. Di criticare tutto e tutti. E’ il tempo di rimboccarsi le maniche e cominciare a lavorare per ricostruire. Una ricostruzione che non sia contro nessuno, ma che cammini sopra e oltre le logiche di partito o di appartenenza a gruppi. Una ricostruzione che risvegli le coscienze, l’impegno e le speranze di tutti coloro che hanno veramente a cuore le sorti future di Vasto e dei vastesi. Forse una grande storia Civica, come l’ha chiamata Davide D’Alessandro. Ma distinta e distante dagli ‘apparati’ dei partiti e da coloro che hanno privilegiato i propri interessi personali in danno di quelli collettivi.]]></content>
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		<issued>2010-03-05T00:00:00Z</issued>
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		<title>IL LAVORO CHE SPARISCE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo<br /><br />di Davide Delle Donne<br /><br />Caro Direttore non so se leggerai questa lettera e se la pubblicherai,ma in questi giorni non ho pensato ad altro...ogni volta che inizio a scrivere qualcosa...ci ripenso e cancello tutto.Non mi era mai successo prima e non so se e&#039; perche&#039; ...tanto e&#039; inutile oppure perche&#039; gia&#039; so che verro&#039; puntualmente(non tutti) &quot;affondato&quot;.C&#039;e&#039; pero&#039; qualcosa che non quadra e cioe&#039; ...Vasto.Gia&#039; la Vasto che noi vogliamo,dove noi siamo cresciuti e dove crescono i nostri figli e dove lavoriamo....non va! Perche&#039; non funziona? Perche&#039; facilmente rimaniamo al palo su tanti argomenti e siamo emarginati dalla politica che conta? E&#039; da giorni le leggo i giornali i blog e i commenti con distacco e con disinteresse quasi come un sub in acqua  oppure come  uno che vede tutti da dietro un cristallo che insonorizza... Tanti problemi sono in essere e non sono di facile soluzione ,ma quello che e&#039; piu&#039; grave Vasto non si rialza,Vasto e&#039; con il sedere a terra ,Vasto forse merita la politica che ha?Il lavoro e&#039; sempre piu&#039; poco e piu&#039; precario,i costi per poter vivere a Vasto sono sempre piu&#039; alti,chi sta bene continua a stare bene,ma chi stava male ora sta peggio.Possibile che nessuno si domandi come fare per far star meglio chi sta...peggio! Ci sono tante persone che hanno perso il lavoro,tanti sono di un eta&#039; in cui  e&#039; difficilissmo riciclarsi in primis perche&#039; le aziende oggi vogliono competenze ,conoscenze informatiche e poi una persona matura ha pure vergogna di ritrovarsi il lavoro.Infatti chi era Impiegato,non penso passi tanto facilmente a fare la badante,a fare pulizie nei condomini,o fare i lavori umili.Io ad esempio non farei una piega perche&#039; importante e&#039; fare  un lavoro onesto anche se umile.Chi ha avuto la fortuna e le capacita&#039; di pagarsi una casa avra&#039; meno problemi,ma chi ha prole e deve pagare affitti o mutui,con il lavoro che non c&#039;e&#039; ...non si va lontano.Le banche faranno il loro lavoro l&#039;etica e&#039; solo pubblicita&#039; e si riprenderanno l&#039;immobile.Ti prestano l&#039;ombrello quando c&#039;e&#039; il sole e lo rivogliono appena incomincia a piovere.Caro Direttore chiunque andra&#039; al Governo della Citta&#039; deve impegnarsi per dare a chi e&#039; in difficolta&#039; un aiuto per poter uscire dalla crisi non solo economica,ma soprattutto psicologica.Non so quanti concittadini siano in queste condizioni,ma io penso che siano parecchi e con l&#039; aria che tira ...aumenteranno di certo.E&#039; troppo chiedere agli amministratori un eventuale contributo in denaro ( e amministrativo  per chi vuole aprire un negozio) per chi e&#039; in difficolta&#039; e non riesce a trovare un lavoro.Una persona non dovrebbe mai arrivare alla &quot;disperazione&quot; un po&#039; come succede in Australia.Oggi una volta uscito o forse e&#039; piu&#039; corretto dire espulso dal mondo del lavoro non si   ritrova nulla se non lavoretti saltuari e malpagati .E allora perche&#039; non tagliare i rami secchi e spese superflue per finanziare la riqualificazione professionale di operai/e e impiegati/e che si ritrovano a 45-50 anni senza lavoro? Gli ammortizzatori sociali hanno un termine,quindi tra 24-36 mesi ci ritroveremo con mille e piu&#039; persone che sono senza lavoro e non hanno tante possibilita&#039; di ritrovarlo .E&#039; possibile ad esempio avviare dei corsi a Vasto per imparare a  fare :Estetiste,elettricisti,idraulici,muratori , ristorazione ,ecc.ecc. per chi e&#039; stato licenziato/a  in modo che possano avere la possibilita&#039; di avere un tenore di vita&#039; dignitoso.Cordiali Saluti da Davide Delle Donne. ]]></content>
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		<title>LA CRISI D’IDENTITA’ DEL PDL - IL FANTASMA DI UN PARTITO</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Ernesto Galli Della Loggia<br /><br />La plastica si sta squagliando? Sembrerebbe. Certo è che coloro che si erano illusi dopo le elezioni del 2008 che il Pdl fosse diventato un partito più o meno vero, qualcosa di più di una lista elettorale, sono costretti ora a ricredersi. Non era qualcosa di più: spesso, troppo spesso, era qualcosa di peggio. Una corte, è stato autorevolmente detto.<br /><br />Ma a quel che è dato vedere pare piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica. E tra loro, mischiati alla rinfusa — specie nel Mezzogiorno, che in questo caso comincia dal Lazio e da Roma— gente dai dubbi precedenti, ragazze troppo avvenenti, figli e nipoti, genti d’ogni risma ma di nessuna capacità. E’ per l’appunto tra queste fila che a partire dalla primavera dell’anno scorso si stanno ordendo a ripetizione intrighi, organizzando giochi e delazioni, quando non vere e proprie congiure (e dunque non mi riferisco certo all’azione del Presidente Fini, il quale, invece, si è sempre mosso allo scoperto parlando ad alta voce), allo scopo di trovarsi pronti, con i collegamenti giusti, quando sarà giunto il momento, da molti dei cortigiani giudicato imminente, in cui l’Augusto sarà costretto in un modo o nell’altro a lasciare il potere.<br /><br />Da quel che si può capire, e soprattutto si mormora, sono mesi, diciamo dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall’opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine. Al di là di ogni giudizio morale tutto ciò non fa che mettere in luce un problema importante: perché mai la destra italiana, durante la bellezza di quindici anni, e pur in condizioni così favorevoli, non è riuscita che a mettere insieme la confusa accozzaglia che vediamo? Perché non è riuscita a dare alla parte del Paese che la segue, e che tra l’altro è quasi sicuramente maggioritaria sul piano quantitativo, niente altro che questa misera rappresentanza? Certo, hanno influito di sicuro la leadership di Berlusconi e la sua personalità.<br /><br />Il comando berlusconiano, infatti, corazzato di un inaudito potere mediatico- finanziario, non era tale da poter avere rivali di sorta assicurandosi così un dominio incontrastato che almeno pubblicamente ha finora messo sempre tutto e tutti a tacere; la personalità del premier, infine, ha mostrato tutta la sua congenita, insuperabile estraneità all’universo della politica modernamente inteso. E dunque anche alla costruzione di un partito. La politica, infatti, non è vincere le elezioni e poi comandare, come sembra credere il nostro presidente del Consig l i o ; è prima a v e r e un’idea, poi certo vincere le elezioni, ma dopo anche convincere un paese e infine avere il gusto e la capacità di governare: tutte cose a cui Berlusconi, invece, non sembra particolarmente interessato e per le quali, forse, un partito non è inutile.<br /><br />Ma se è vero che il potere e la personalità del leader sono state un elemento decisivo nell’impedire che la Destra esprimesse niente altro che Forza Italia e il Pdl, è anche vero che né l’uno né l’altra esauriscono il problema. Che rimanda invece a caratteristiche di fondo della società italiana che come tali riguardano tanto la Destra che la Sinistra. In realtà, il verificarsi simultaneo della caduta del Muro di Berlino e di Mani pulite ha significato la fine virtuale di tutte le culture politiche che la modernità italiana era riuscita a mettere in campo nel Novecento (quella fascista avendo già fatto naufragio nel ’45). È quindi rimasto un vuoto che il Paese non è riuscito a colmare. Non si è affacciata sulla scena nessuna visione per l’avvenire, nessuna idea nuova, nessun’indicazione significativa, nessuna nuova energia realmente politica è scesa in campo. Niente.<br /><br />Il risultato è che in Italia i capi politici più giovani hanno come minimo superato la cinquantina. Ma naturalmente il vuoto è più sensibile a destra, e più sensibili ne sono gli effetti negativi, perché lì la storia dell’Italia repubblicana non ha costruito nulla e dunque non ha potuto lasciare alcun deposito; che invece è rimasto solo nel centro-sinistra, erede di un ininterrotto sessantennio di governo del Paese tanto al centro che alla periferia. Così come nel centro-sinistra sono rimasti quasi tutti i vertici della classe politica che fu cattolica o comunista, portando in dote la propria esperienza e le proprie capacità. Mentre alla Destra è toccato solo il resto: a cui poi, per il sopraggiunto, generale, discredito della politica, non si è certo aggiunto il meglio del Paese.<br /><br /><br />]]></content>
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		<title>CIVICAMENTE AL FUTURO</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Nicolò Fabrizio<br /><br />Il termine &quot;civico&quot; deriva dal latino &quot;civis&quot; : cittadino, singolo individuo facente parte di una comunità (la polis). Porre al centro il cittadino è l&#039; idea fondante di una qualsiasi politica (dovrebbe), senza distinzione di colori. Compito del politico non è quello di garantire il bene della comunità? E come può farlo senza tendere l&#039; orecchio alle voci dei cittadini e tener conto dei loro pensieri, delle loro idee , dei loro disagi? <br />In un&#039;organizzazione orizzontale come la nostra (la democrazia rappresentativa), tutti  hanno la possibilità di dire la loro, di mostrare  consenso,  dissenso, proporre, urlare, manifestare, in quanto tali espressioni  sono segni distintivi di uno stato giuridico- umano: la libertà. Ma cosa vuol dire libertà? <br />&quot;La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione&quot;.  Giorgio Gaber, con queste parole, coglie perfettamente l&#039; essenza  dell&#039; idea di libertà e la individua nella partecipazione. Partecipare dunque alla vita della polis come dimostrazione ed affermazione della nostra libertà! Come dargli torto? Riscrivere ,dunque, una grande storia CIVICA  a Vasto vuol dire una cosa molto semplice: RISVEGLIARE questo senso di partecipazione alla vita pubblica come segno distintivo della nostra libertà. Che ci sia bisogno di facce nuove è scontato. Non solo a Vasto, ma anche in Parlamento, dove ormai, sia a destra che a sinistra, regnano illegalità e clientelismo. Tutti noi siamo stanchi, la nostra partecipazione è fine a se stessa, abbiamo voglia di cambiare,. Guardare civicamente al futuro sembra davvero l&#039;ultima opportunità di farlo.<br />]]></content>
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		<title>LA PICCOLA CHIAVE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[ <img src="images/chiavi-cuore.jpg" width="459" height="301" border="0" alt="" /> <br /><br /><br />Tu sei mio, io son tua,<br />di ciò devi essere convinto.<br />Sei chiuso nel mio cuore,<br />perduta è la piccola chiave.<br />Tu dovrai sempre rimanervi dentro.<br /><br />Anonimo tedesco, XII secolo<br />]]></content>
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		<title>CASA DI MONTEVECCHIO</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Mario Miguel Moretta<br />olio su legno 40x50 -2001-<br /><br /><img src="images/casa_di_montevecchio.jpg" width="512" height="584" border="0" alt="" />]]></content>
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		<title>VASTO PERDE COLPI</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Davide D’Alessandro<br /><br />Il tema della sala emodinamica, giustamente sollevato da Del Prete, è soltanto l’ultimo della serie. Vasto perde colpi e i cittadini vastesi non meritano un’Amministrazione così scialba, così inadeguata. Senza palpito, senza voce, dopo aver dimostrato, con ben quattro Giunte, di non avere idee e progetti da realizzare, di non saper difendere la città, di non poterla rappresentare. È questo il quadro che emerge a un anno dal voto. Un quadro mediocre, desolante, a tinte fosche. A nulla valgono gli incarichi di facciata se manca la stoffa del politico che guida i fenomeni, se manca la qualità dell’Amministrazione. Una squadra vecchia, logora, politicamente insignificante, che non può rispondere alle esigenze dei cittadini, ai frequenti richiami di chi vede Vasto precipitare in tutte le graduatorie. Con la Sanità, care lettrici e cari lettori, non si scherza. E con la mala sanità si muore. Se si arretra quando un treno non si ferma alla stazione, se si perde peso quando di turismo si occupa chi non riesce a fare il sindaco, se la macchina comunale si paralizza perché si vuole favorire qualche dipendente e danneggiarne tanti altri, quando devi trasportare un malato lontano da dove abiti, si muore per strada! Oggi tocca a me, domani a te, perché la ruota gira e nessuno può dirsi al riparo da sorprese. Lapenna non sta mostrando soltanto inadeguatezza, ma anche incapacità nella difesa di ciò che spetta a Vasto. Da quattro anni abbiamo smesso di pensare alle conquiste, ma non pensavamo che venisse messa in discussione persino la difesa di ciò che ci spetta. È un brutto momento per Vasto. L’anno che ci separa dal voto va vissuto intensamente, giorno per giorno, chiamando a raccolta tutti coloro che Vasto la vogliono cambiare davvero, liberandola dall’inadeguatezza e restituendole il ruolo che le compete, la centralità che le spetta. Vasto non è succursale né di San Salvo, né di Lanciano. Vasto è Vasto, la sesta città d’Abruzzo, la perla dell’Adriatico. Chi non l’ha capito è bene che venga messo da parte. Con il voto, naturalmente.<br />]]></content>
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		<title>DEL PRETE: &amp;quot;LA SALA EMODINAMICA A VASTO&amp;quot;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[COMUNICATO<br /><br />Basta scherzare sulla pelle dei cittadini del territorio vastese. Da più parti mi giungono notizie “sconfortanti” sul possibile dirottamento della sala emodinamica prevista al San Pio di Vasto, presso l’Ospedale Renzetti di Lanciano. Mi auguro sia una burla di chi continua a ritenere la sanità del vastese di secondo piano rispetto alla centralità di Lanciano. Ma sta passando troppo tempo senza che nulla accada. Ci troviamo, purtroppo, di fronte alla totale assenza di interventi energici perché quel progetto possa concretizzarsi. Come è noto, l’idea di una sala di emodinamica a Vasto risale al lontano 2007, da parte della sezione di Tufillo del Cai che promosse una raccolta fondi e fu resa fattibile, l’anno successivo, a livello istituzionale, con il piano sanitario regionale che accolse un emendamento presentato dal Consigliere Regionale Antonio Boschetti (con relativa copertura economica). La sala emodinamica a Vasto è necessaria, oserei dire indispensabile, non fosse altro per garantire un servizio a 78 comuni del nostro territorio e per riequilibrare (anche se per il giusto equilibrio servirebbero tante altre cose!) il netto divario di servizi in grado di offrire l’Ospedale di Lanciano rispetto a quello di Vasto, che pure è il nosocomio della seconda città della provincia di Chieti. Ed allora, visto che per l’assenza dei sindaci di centrodestra, Luciano Lapenna, è stato nominato presidente del Comitato ristretto dei sindaci della Asl Chieti-Lanciano-Vasto e considerato che avrebbe chiesto di avere un incontro con il Manager Zavattaro, mettesse al primo punto delle sue richieste, in maniera inderogabile, l’attivazione a Vasto della sala emodinamica. I giochetti di chi vuole una sanità più forte su altri territori a scapito di quello vastese devono cessare e li possiamo far cessare solo se vi è una profonda convinzione che la politica deve cedere il passo alle reali esigenze della gente, di chi se dovesse essere colpito da ischemia deve arrivare… a Pescara per avere una adeguata risposta sanitaria al problema. Da cittadino vastese, state certi, non mollerò la presa e denuncerò qualsiasi manovra poco chiara che dovesse celarsi dietro la mancata attivazione A VASTO della sala di emodinamica. Mi auguro che, in questa battaglia, avrò il sostegno di tutti. Indistintamente.<br /><br />Vasto, lì 3.3.2010                                                            Nicola Del Prete<br />                                                                             (Ex vice sindaco di Vasto)<br /><br />]]></content>
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		<title>SCRIVIAMO INSIEME UNA NUOVA E GRANDE STORIA CIVICA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />Cari colleghi,<br />a proposito della bontà dell’iniziativa “Proponi il tuo Sindaco”, da parte del periodico “il Grillo”, mi sono già espresso altrove. Con una breve nota vorrei sottolineare quanto sia stata sentita, se guardiamo agli oltre cento interventi e quanta passione politica sia emersa. Io credo che dall’incontro promosso da Polis, il 6 febbraio scorso, sia partita una riflessione sull’ansia di cambiamento che alberga nella maggioranza dei cittadini vastesi. Ma non mi pare di cogliere l’ansia per un cambiamento da destra a sinistra, da sinistra a destra, dai rossi ai bianchi, dai bianchi ai verdi, dai verdi agli azzurri. Non è di colori e di appartenenze che si tratta. L’ansia riguarda la preoccupazione per una città che sta lentamente ma inesorabilmente varcando la soglia di non ritorno. Di non ritorno alla politica, al cuore della politica che conta, alle soluzioni che la politica dovrebbe indicare. <br />La parabola discendente di Vasto, in ogni settore, è sotto gli occhi di tutti. Di fronte alle parabole discendenti, alle crisi di uomini e idee, si può rispondere con il qualunquismo, con il “sono tutti uguali”, con il “grillismo”. Io ritengo che si debba rispondere con la passione politica. <br />Chi pensa di avere passione politica, chi pensa che la politica abbia bisogno di riappropriarsi di se stessa ma, nel contempo, di aprire, di spalancare le porte al nuovo che è in grado di avanzare e di proporsi, ha il dovere e l’obbligo di esserci, di far sentire alta la propria voce. <br />A un anno dal voto occorre prepararsi a scrivere una nuova e grande storia CIVICA, che ridia slancio alla città, che la riporti al suo splendore. Grande storia CIVICA, tendo a precisare, non vuol dire assenza e rinuncia ai partiti. Tutt’altro. Non saprei concepire la politica senza i partiti. I partiti restano il baluardo della democrazia, anche se li vorremmo diversi, molto diversi, da quelli conosciuti fin qui. Vuol dire che pur avendo e seguendo, ognuno, il proprio progetto politico, c’è bisogno di mettere insieme le migliori risorse della città, senza bloccarsi di fronte all’appartenenza e alle storie politiche del passato e del presente, senza restare impigliati nelle tessere del passato e del presente. Vorrei vedere coloro che non si sentono stretti nella morsa Pd-Pdl, partiti mai nati, creare da protagonisti una grande storia CIVICA. So che è possibile. Dobbiamo soltanto volerlo. Volerlo è già realizzarla.<br /><br /><br /><br />  <br />]]></content>
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		<title>ELIAS CANETTI, STORIA DI UN&amp;#039;OSSESSIONE - A 50 ANNI DA &amp;quot;MASSA E POTERE&amp;quot; </title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br /><img src="images/Elias-Canetti.jpg" width="143" height="199" border="0" alt="" /><br /><br />&quot;Non c&#039;è alcuna espressione del potere più evidente dell&#039;attività del direttore d&#039;orchestra&quot;. Così Elias Canetti , ossessionato dal potere, delinea la figura di un uomo che, attraverso il suo ruolo, assolutizza il comando. Ma chi è quest&#039;uomo che, indossato l&#039;elegante abito ottocentesco (simbolo di una fuoriuscita dalla quotidianità, dallo spazio e dal tempo profani), le spalle volte al pubblico, spesso con l&#039;aiuto di una bacchetta tenuta tra pollice e indice, guida, ìntima, sferza, atterrisce, decine di uomini? Chi è quest&#039;uomo che con un gesto, uno sguardo, un movimento, indica la strada da seguire, che è sempre l&#039;unica possibile? Chi è quest&#039;uomo che ha potere di vita e di morte sui suoni e sulle voci? Insomma, chi è quest&#039;uomo che suscita timore, ammirazione, fascino, invidia? Si sente forse Dio? Che cosa lo anima, che cosa lo turba, che cosa lo esalta, che cosa vuole dimostrare?<br />Scrive Canetti: “Il direttore d&#039;orchestra si considera il primo servitore della musica. Ne è tanto compreso da non poter neppure concepire il pensiero di un secondo significato, extramusicale, della sua attività”.<br />Parole confermate da Carlo Maria Giulini: &quot;È il sentimento che ci avvicina ai grandi geni della musica. Non il ritmo, ma il sentimento. Tutti i musicisti, dal primo all&#039;ultimo, sono al servizio di questi geni. Il sentimento serve a tenerli continuamente in vita e a condurli da chi ascolta&quot;. Dunque, parrebbe inconsapevole di sentirsi Dio. <br />Eppure, verrebbe da scrivere: guardatelo, come s&#039;atteggia, come s&#039;impone, come domina! È venuto a tradurre, a mediare, a risvegliare il nostro ascolto, la nostra addormentata sensibilità, porgendo le musiche dei più grandi compositori della storia o è venuto a celebrare la sua, di grandezza? Quante volte, osservando quel gesto imperioso, teatrale (non certo quello di Giulini), abbiamo pensato che Mozart fosse Lui, che Beethoven fosse di nuovo tra noi? Quante volte abbiamo pensato che il mediatore, il sacerdote, il dispensatore della Parola di Dio, fosse Lui stesso Dio? Ma chi l&#039;ha messo lì? Chi lo ha issato su quel podio, come bandiera, come mito intoccabile, davanti a folle acclamanti? Quale chiesa, quale potere ha deciso di rendere sovrano colui che pare chiamato a esser servo? Molti sostengono che al principio fu Wagner. Unico in tutto, di un&#039;unicità diabolica. Da lui in poi si cominciò a pensare che l&#039;arte come strumento di dominio, come occasione per camminare sugli altri, potesse riguardare non più il solo committente, ma lo stesso artista. Il servo diviene padrone. Da quest&#039;arte lo stesso Nietzsche, prima fervido ammiratore del compositore, prenderà le distanze. Perché nel passaggio da Tribschen a Bayreuth i colori dell&#039;arte mutano. Non sono più solari. Diventano cupi. E la purezza dei suoi messaggi si trasforma in propaganda. Quante tirannie vengono perpetrate in nome dell&#039;arte! E dell&#039;assoluto, di cui molti direttori d&#039;orchestra ritengono di essere la manifestazione. Ma che cos&#039;è questo assoluto? È il tendere verso Dio? È il riportare la legge di Dio in terra? O è l&#039;affermazione di una volontà di potenza (o di potere) mascherata da una tensione ideale verso l&#039;infinito?<br />Se si vuole tentare uno svelamento dell&#039;arcano, una decostruzione ma, di più, uno smascheramento di una figura alta e tragica a suo modo, non si può non fare riferimento a “Massa e Potere”, libro fondamentale per comprendere la portata del potere nella società umana .<br />Per Luigi Alfieri &quot;una sorta di grandioso poema epico, o di grandiosa tragedia, scritto da un poeta, sociologo, antropologo, psicologo, filosofo: capace di innovare tutti i linguaggi perché tutti li assume creativamente e da nessuno si lascia imprigionare, con una sovrana indifferenza, proprio da poeta, verso la pretesa della scienza accademica di reificare il linguaggio traducendolo in sapere normativo, in &quot;oggettività&quot;. Lasciando il linguaggio alla sua infinita libertà, se ne fa uno strumento potentissimo, duttile, ramificato, capace di insinuarsi in ogni piega del mondo, in cerca della sua essenziale verità, che è una verità nascosta, che si nasconde anche a se stessa, che funziona nascondendosi: il potere. Di cui Canetti anticipa genialmente la visione &quot;microfisica&quot;. Il potere sui troni (o sui campi di battaglia, o sui patiboli, o nei lager) lo si capisce solo rintracciandone le infinite manifestazioni nella più dimessa e normale quotidianità, là dove non sembra esserci, là dove sembra di scorgere solo atti ovvi e banali: stare in piedi o sdraiarsi, vestirsi, toccare, afferrare, mangiare…&quot; O dirigere, aggiungerei. Continua Alfieri: “Non è la musica ad aver generato questa figura di potere, ma è questa figura di potere ad aver prodotto un genere musicale, anzi piuttosto un intero modo di concepire la musica (…) All&#039;arte come creazione si sostituisce l&#039;arte come codificazione, canonizzazione, ritualizzazione, museizzazione: rappresentazione dell&#039;ordine, riproduzione dell&#039;ordine, trasformazione dell&#039;attività per propria natura estrema, di sfondamento, rivoluzionaria (fare qualcosa che non era mai stato fatto prima, che mai prima qualcuno aveva anche solo pensato come possibile) - l&#039;arte, appunto - in tradizione immutabile, in canone di civiltà, in regola assoluta&quot;.<br />Canetti spia il direttore d&#039;orchestra, ne rivela le trame segrete che a noi paiono scontate. Ha scritto Carlo Galli: &quot;Canetti si appoggia a una osservazione minuziosissima degli esseri umani: una specie di continuo spionaggio nei confronti del singolo, osservato nelle azioni più quotidiane che, nella loro ripetitività, tradiscono spesso, per Canetti, atteggiamenti di potere, volontà di prevaricazione, conflittualità con il prossimo&quot;.<br />]]></content>
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		<issued>2010-02-26T00:00:00Z</issued>
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		<title>LA &amp;quot;GGENTE&amp;quot;  E&amp;#039; STANCA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />Neanche Berlusconi crede più nel Pdl. Non si è mai sentito il capo di un partito. Ha tentato, con l’unione delle sigle, di ridurre il peso di Fini, ma i colonnelli non mollano e la struttura di An sul territorio è più viva che mai. Allora, viste le ultime turbolenze, Silvio ha deciso di smarcarsi di nuovo, ha rimesso in campo la Brambilla e dai “Circoli” è passato ai “Promotori della Libertà”. L’ennesimo cambio di casacca per rilanciare il suo rapporto con l’elettore, col cittadino, con la “ggente”. Ma la “ggente”, quella con due “g”, comincia a essere stanca. Non ne può più, dopo diciassette anni, di una transizione, per dirla con Pasquino, a parole, di una transizione infinita. Il leader che aveva fatto sognare milioni di italiani non è affatto finito, ma appare stanco, sfibrato, sembra aver perso lo slancio dell’uomo risoluto, con la medicina in tasca per la malattia italiana. Non soffre, perché ritiene di poter controllare, l’avanzata della Lega, ma non sopporta il comportamento di Fini, la sua distanza, talvolta la sua netta contrapposizione. Ne è irretito. Così il Pdl, tutto preso dalle liti interne, da una triade (Verdini, Bondi, La Russa) priva di colore, ha smarrito il progetto, la stella polare della Grande Riforma. Annaspa. Tra un’inchiesta da schivare e le prime mazzette che cominciano a emergere. Se anche il Pdl, come il Pd, implode, se anche Berlusconi lascia trapelare la propria delusione per non aver dato vita a una federazione invece che a un unico partito, vuol dire che il sogno sta per finire. Mentre, all’orizzonte, sta per finire la pazienza degli italiani. Persi. Come il Pd e il Pdl, i due grandi partiti a vocazione maggioritaria che avrebbero dovuto riformare le Istituzioni, innovare, cambiare il corso della politica italiana, lasciare il segno. Sono ancora lì, fermi, spauriti, a temere una richiesta improvvisa di arresto per un deputato o un senatore, per una nuova Tangentopoli. La Chiesa e Montezemolo invocano il ricambio. Il Sistema scricchiola, traballa, imbarca acqua. E la “ggente”? La “ggente” è stanca. Più povera e più stanca. ]]></content>
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		<title>COME SI CAMBIA PER NON MORIRE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />Per risolvere la questione meridionale, secondo il nuovo documento dei vescovi italiani su “Chiesa e Mezzogiorno”, è necessario &quot;superare le inadeguatezze presenti nelle classi  dirigenti&quot; e sconfiggere una volta per tutte le mafie, colpevoli di &quot;avvelenare la vita sociale, pervertire la mente e il cuore di tanti giovani, soffocare l&#039;economia e deformare il volto autentico del Sud&#039;&#039;. Sempre di nuova classe dirigente ha parlato Luca Cordero di Montezemolo alla presentazione della “School of Government”, affermando che “la corruzione è colpa delle mancate riforme e per sconfiggerla servirà un’impresa titanica”.<br />Occorre formare i giovani alla politica, al rispetto delle Istituzioni, al senso dello Stato. Uno Stato sfibrato da diciassette anni buttati via. Gli anni che dovevano essere impiegati per la modernizzazione del Paese, per ridisegnare un nuovo assetto istituzionale, sono stati utilizzati per lucrare su sterili contrapposizioni, per salvaguardare una classe politica incapace di riformare se stessa. Una classe politica composta soprattutto da “vecchie volpi” della politica. Nessuno pretende che finiscano in pellicceria, ma è giunto il momento di trovare la sintesi tra chi ha esperienza e chi deve farla, con un passo indietro del primo e uno in avanti del secondo, in modo da creare le condizioni per una rigenerazione, per una rinascita.<br />Ha ragione Mario Sechi, direttore de “Il Tempo”, quando scrive che occorre il setaccio per separare le pietre dall’oro ma, oltre ai partiti che sono chiamati a rinnovare profondamente le liste, un ruolo decisivo spetterà a elettrici ed elettori che dovranno essere oculati nella scelta e cominciare a votare anche dando un’occhiata alla carta d’identità dei candidati, distinguendo tra chi ha accumulato tante legislature e chi nessuna. Per quanto riguarda Vasto, è giusto che il candidato a Sindaco abbia maturato un po’ di esperienza amministrativa, ma il prossimo Consiglio Comunale avrà bisogno di tante facce nuove, fresche, motivate, che non si siano incarnate con l’Aula e il potere, che segnino un rinnovamento autentico, profondo. “Come si cambia per non morire”, canta Fiorella Mannoia. E noi con lei. Tutti i vastesi con lei.]]></content>
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		<issued>2010-02-26T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-26T00:00:00Z</modified>
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		<title>UCCIDIAMO IL PORCELLUM</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br /><img src="images/porcellum.jpg" width="135" height="124" border="0" alt="" /><br /><br />Non vogliamo dire proprio niente del senatore Nicola Di Girolamo (Pdl, ma poco cambia), a braccetto con il boss della ‘Ndrangheta, lo “schiavo”, come lo apostrofa al telefono tale Gennaro Mokbel che, secondo le agenzie di stampa, sarebbe l&#039;elemento di congiunzione tra le società di tlc, che fatturavano in modo falso, e gli interessi di esponenti della &#039;Ndrangheta? Bene ha fatto il Presidente della Camera Alta, Renato Schifani, a chiedere di rivedere l’elezione del senatore, sul quale pende una richiesta di arresto, e prepararne in sostanza la cacciata. Ma non basta. Non può bastare. Occorre capire come si possa arrivare in Senato senza destare sospetti. Pare che il Di Girolamo, per la candidatura, abbia trovato un “gancio” dentro An. Gasparri dice di non conoscerlo e di rivolgersi a Zacchera, che si è occupato delle liste. Zacchera dice di averlo inserito all’ultimo momento dandolo per sicuro trombato. Invece, sorpresa. Di Girolamo viene eletto nelle liste degli italiani residenti all’estero. Ma non risiedeva all’estero. Ha cambiato la residenza proprio per ottenere la candidatura. Poi, con un “aiutino”, ce l’ha fatta. Di fronte a questo stato dell’arte, ce ne stiamo buoni buoni, oppure ci accontentiamo di una pur doverosa espulsione? Non dobbiamo pretendere un totale cambiamento della riforma elettorale? Non dobbiamo pretendere di guardare negli occhi i candidati che votiamo? Non dobbiamo pretendere di cancellare il “Porcellum” e di tornare a un sistema elettorale che consenta di eleggere il deputato e il senatore del territorio, senza ritrovarsi con la Turco, degnissima persona, con tanti altri, degnissime persone, elette nella nostra regione senza mai vederle? Non è un Sistema malato questo, giunto a un ottimo grado di cottura per essere accantonato per sempre? Porre queste domande è qualunquismo? È Travaglismo? O è passione politica senza più uno straccio di politica? Mi rifugio ancora in Altan e nella sua splendida vignetta: “Stiamo attenti a non gettare via la ‘Ndrangheta con l’acqua sporca”. Non resta che ridere. Ma è un riso amaro.<br />]]></content>
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		<issued>2010-02-26T00:00:00Z</issued>
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		<title>PERCHE&amp;#039; LA &amp;quot;VOCE&amp;quot; DI VASTO NON TACCIA PER SEMPRE</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />L’appello che ho scritto e firmato con Nicola Del Prete non è soltanto un gesto d’amore nei confronti di una Televisione che, nel lontano 1986, a me ventenne, fece scoprire microfono e video, ma anche un invito a riflettere sul valore, sulla forza e, se permettete, sul potere della comunicazione. Sono stato il primo in Italia a scrivere di Manuel Castells, a dedicargli un lungo capitolo all’interno di “Morfologie del contemporaneo. Identità e globalizzazione”. Ora, il sociologo spagnolo, con “Comunicazione e potere” concentra l’interesse quasi esclusivamente sul rapporto, potremmo dire simbiotico, che intercorre tra questi due termini nella società del XXI secolo. Egli afferma che “il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione, sia che si tratti del macropotere dello Stato e delle corporation dei Media, o del micropotere di organizzazioni di ogni sorta (…). Il potere è più che comunicazione e la comunicazione eccede il potere. Ma il potere si fonda sul controllo della comunicazione, come il contropotere dipende dall’infrangere quel controllo. E la comunicazione di massa, la comunicazione che potenzialmente raggiunge l’intera società, è modellata e governata da relazioni di potere, radicate nel business dei media e nella politica dello Stato. Il potere della comunicazione sta al cuore della struttura e della dinamica della società”. Ma una città, che non è un uomo solo al comando, non è un pericoloso peronista che vuole imporre la propria dittatura su un territorio, una città come Vasto che desidera promuovere le proprie bellezze, che ha un bisogno urgente di esportare la propria immagine per importare turisti e rilanciare l’economia, può sfruttare un mezzo di comunicazione che gestito da un parroco, partito da una storica chiesa di un lembo della periferia abruzzese, ha avuto l’ardire, con il proprio segnale, di raggiungere il mondo? Può una città contare sull’intelligenza di un’Amministrazione Comunale che dovrebbe sentire la necessità di stringere un accordo che garantisca un ritorno reciproco? Non agli uomini, perché gli uomini passano, ma alla città, alla Città del Vasto, che è avvolta dal silenzio, vittima di una parabola discendente che non accenna a finire. Ecco: l’appello serve a risvegliare le coscienze di tutti i cittadini vastesi ma, soprattutto, degli amministratori. Perché progettino un accordo, perché trovino i modi affinché la “voce” di Vasto non taccia per sempre.<br /><br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-24T00:00:00Z</issued>
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		<title>DEL PRETE E D&amp;#039;ALESSANDRO: &amp;quot;SALVIAMO TRSP&amp;quot;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[COMUNICATO<br /><br /><img src="images/daledel1.JPG" width="512" height="340" border="0" alt="" /><br /><br />Avevamo vent’anni nel 1986 e con le prime telecamere di Trsp seguimmo il ritiro della Nazionale italiana di calcio a Roccaraso in vista dei Mondiali del Messico. Paolo Rossi, Gaetano Scirea, Marco Tardelli, Beppe Bergomi, Enzo Bearzot, tutti i campioni di Spagna ’82 entrarono nelle case degli sportivi vastesi. Furono i primi passi di Trsp che, grazie all’intraprendenza del suo parroco, non si è mai fermata pur attraversando momenti di grande difficoltà. Adesso, però, pare stia per pronunciare la parola “fine”. Noi non possiamo consentirlo. Nessun vastese deve consentirlo. <br />L’accorato appello di don Stellerino per salvare l’unica “voce” rimasta in città non può non riaccendere la nostra passione per tutto ciò che riguarda l’Informazione vastese, convinti come siamo che Vasto debba essere comunicata, esportata, presentata anche oltre i confini del Paese con tutte le sue straordinarie bellezze. <br />Vorremmo che tutti i cittadini vastesi prendessero a cuore il nostro appello ma, di più, vorremmo che l’Amministrazione Comunale compisse un gesto non tanto di generosità, quanto d’intelligenza e di opportunismo strategico. C’è bisogno di un rapporto stretto, sinergico, tra il Comune e la Televisione di Vasto. Non tra una maggioranza e la Tv, ma tra il Comune e la Tv. Non per un anno o per una legislatura, ma per sempre. Abbiamo le idee perché questo progetto si realizzi. Se non lo farà l’attuale Amministrazione, mai attenta al valore e alla forza della comunicazione, lo faremo noi. Vasto ha già perso innumerevoli occasioni, una redazione di Rete 8 e non può permettersi altre perdite.<br />Vorremmo altresì che i Consiglieri Regionali e Provinciali del territorio si impegnassero a presentare una proposta di legge per difendere e sostenere tutta l’informazione del Vastese che, da tanti anni, mostra una vivacità impensabile altrove. Tra carta stampata e internet, la presenza giornalistica è diventata di notevole rilievo e spessore. <br />COMUNICARE VASTO non è il nostro slogan, ma il nostro comandamento. A partire dal Convegno Nazionale sul Turismo, che si terrà nella prossima primavera, avanzeremo la proposta di un’Agenzia Giornalistica, composta evidentemente da giornalisti, che comunichi la città ogni giorno e non solo a ridosso dell’estate. La COMUNICAZIONE prima di tutto.<br /><br />Nicola Del Prete, ex vice Sindaco<br />Davide D’Alessandro, Direttore di Polis<br /> <br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-23T00:00:00Z</issued>
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		<title>PRESENTATA L&amp;#039;ASSOCIAZIONE &amp;quot;UN BUCO NEL TETTO&amp;quot;</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[Riceviamo e pubblichiamo<br /><br /><img src="images/cappella.jpg" width="512" height="354" border="0" alt="" /><br /><br />Domenica pomeriggio presso la Palestra dell’Oratorio dei Salesiani è avvenuta la presentazione ufficiale della nuova Associazione “Un buco nel tetto”. Formata solo da pochi giorni da un gruppo di persone che hanno sentito il desiderio di riunirsi nella preghiera, la neo associazione si prefigge altri obiettivi quali la promozione e l’organizzazione di attività benefiche e solidali relative al sostegno morale e materiale dei sofferenti e dei malati, oltre ad attività o eventi finalizzati alla raccolta fondi da destinare al potenziamento di strutture sanitarie e non.<br />“Come nostro primo obiettivo”, ha detto la presidente dell’associazione Luciana Salvatorelli, “abbiamo pensato di promuovere una raccolta fondi per il potenziamento e la riqualificazione della cappella dell’Ospedale “San Pio” di Vasto, che diventerà la sede di preghiera di quanti vorranno avvicinarsi al nostro gruppo ed anche perché l’Ospedale è il luogo dove la sofferenza è maggiormente presente. Un altro obiettivo che si prefigge l’associazione”, ha proseguito Luciana Salvatorelli, “è il sostegno morale e personale presso le case famiglia presenti qui a Vasto: la Casa di Accoglienza per minori “Genova Rulli”, dove vengono accolti bambini e ragazzi, al fine di aiutarli con le famiglie d’origine o di prepararli ad eventuali affidi e adozioni temporanee o definitive; l’altra è la “Casa Famiglia Manuela”, della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, con la sede presente in località San Lorenzo, che ospita attualmente 13 ragazzi”. <br />Subito dopo ha preso la parola l’architetto Pino Angelucci, che insieme all’architetto Nicola Ciavatta ha redatto il progetto di potenziamento e riqualificazione della cappella dell’Ospedale “S.Pio da Pietrelcina”.<br />Il progetto è molto interessante e darà un volto nuovo all’attuale cappella. Innanzitutto verrà dotato di un fonte battesimale assolutamente indispensabile all’interno di una struttura ospedaliera per tutti quei bambini che perdono la vita subito dopo la nascita, inoltre è prevista un’area per il confessionale, prima demandato all’interno della sacrestia. È stata prevista l’eliminazione di una delle tre porte attualmente presenti, anche per motivi di sicurezza. Verrà risistemato il presbiterio probabilmente con un affresco ispirato alla “pesca miracolosa”, mentre ai lati dell’affresco sono previste due vetrate artistiche con le immagini di San Pio e la Madonna. Sul lato del corridoio saranno presenti delle aperture in vetro lavorato con le stazioni della Via Crucis, mentre sul lato opposto saranno collocate altre quattro vetrate artistiche con le immagini di San Francesco, S. Giovanni Bosco, Madre Teresa di Calcutta e S. Camillo de Lellis. Anche la porta principale sarà lavorato in vetro, in modo tale che chi vi passerà davanti avrà la percezione che si tratta della cappella e non di altro.<br />Luciana Salvatorelli ha rivolto un appello a quanti vorranno iscriversi all’associazione per dare un sostegno non solo economico, ma anche dal punto di vista di tempo da dedicare a persone più bisognose, ed ha ricordato anche una frase molto significativa del Beato Luigi Monza: “La santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie”.<br />Al termine la serata è proseguita con l’esibizione del gruppo corale Warm Up di Vasto diretti da Sandro Bronzo, da sempre vicini a queste iniziative di solidarietà, e l’estrazione di alcuni premi in dolci preparati dalle signore dell’associazione.<br /><br />Lino Spadaccini<br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-23T00:00:00Z</issued>
		<modified>2010-02-23T00:00:00Z</modified>
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		<title>PRIMA IL CANDIDATO A SINDACO, POI IL PROGRAMMA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />Se voglio essere gentile, scrivo, usando un generoso eufemismo, che parlare di programmi o, peggio, anteporre il tema “programma” all’individuazione del candidato a Sindaco, dell’uomo o donna che dovrà guidare la Città del Vasto dal 2011 al 2016, è un artificio meramente retorico. Se non voglio essere gentile, scrivo che è una colossale presa in giro.<br />La città, soprattutto dal 1992 (anno del ddl sull’elezione diretta) è il suo Sindaco! Politico vero e riconosciuto. Anzi, vero perché riconosciuto. Perché è riconosciuto? Perché è stato eletto direttamente dal popolo. Dal 1992, senza il Sindaco eletto si va a casa, si torna a votare. Il Sindaco manda a casa gli assessori, cambia le Giunte, come ha fatto più volte Lapenna.<br />Bene ha fatto “il Grillo” a lanciare l’iniziativa “Suggerisci il tuo Sindaco” e non “Suggerisci il tuo Programma”, perché il Programma, senza il Sindaco, senza l’uomo o donna che intende realizzarlo e che lo modella, attraverso la propria visione politica, il proprio disegno strategico, vale meno di niente. Basta anche con la retorica che i programmi si scrivono insieme ai cittadini. Avete mai letto un programma scritto insieme ai cittadini?<br />Il programma di Lapenna 2006 era un buon programma, ma bisognava realizzarlo. Il candidato, che si è rivelato inadeguato a svolgere le funzioni di Sindaco di una città complessa come Vasto, non l’ha realizzato. L’amico Nicola D’Adamo ha ricordato che da oltre vent’anni vengono riproposti programmi molto simili, senza mai realizzarli. In Italia, ha scritto Longanesi, non manca la libertà: mancano gli uomini liberi. A Vasto non mancano i programmi: manca un uomo o una donna in grado di realizzarli. Speriamo di individuarlo/a per il 2011. Prima il candidato a Sindaco, poi il programma. È la politica, bellezza! Since 1992.  <br /><br /><br />]]></content>
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		<issued>2010-02-20T00:00:00Z</issued>
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		<title>ADDIO ALL&amp;#039;ULTIMO TABU&amp;#039;, ORA LA MORTE SI FA BELLA (dopo il nostro direttore, anche Veneziani riflette sul dare la morte)</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di Marcello Veneziani<br />il Giornale 20 feb 2010<br /><br /><img src="images/veneziani.jpg" width="342" height="515" border="0" alt="" /><br /><br />Ma è possibile che l’umanità e la dignità della persona, e persino l’amore, si siano rifugiati nell’eutanasia? Leggo ogni giorno dichiarazioni e articoli pieni di umanità e d’amore dedicati a persone che decidono di morire o aiutano a morire.<br /><br />Il caso Crisafulli, il caso Gosling, il caso Purdy, il caso Ewert, perfino l’anniversario del caso Englaro, del caso Welby e centinaia di altri casi. Più partecipi si fanno poi i racconti se i morenti e i loro aiutanti sono omosessuali, come se l’amore più puro fosse quello che non può procreare, cioè dar vita. L’atto supremo d’amore è considerato dar la morte al proprio partner malato.<br /><br />Non leggo mai elogi a chi decide di vivere nonostante le condizioni estreme di vita o a chi procrea pur con una gravidanza a rischio mortale; solo elogi e comprensione a chi decide per la morte. Vedo poi una serie di film e interi scaffali in libreria dedicati al libero morire, al testamento biologico, al suicidio. Quasi tutti orientati in favore dell’eutanasia. È impressionante notare come il tabù della morte su cui è fondata la nostra epoca, ovvero la scomparsa del morire dai nostri orizzonti, il tacere, eludere, rimuovere la sua rappresentazione e perfino la parola, si sia d’un tratto rovesciato in un diffuso accanimento mortuario.<br /><br />A ben vedere, però, si tratta di uno slittamento di senso perché il nodo naturale e soprannaturale del morire cade in secondo piano rispetto alla nostra libertà di decidere e di recidere il legame con la vita. Non dunque una cogitatio mortis, un pensare la morte, ma una rivendicazione della nostra sovranità sul morire. Sul tema non riesco ad avere opinioni nette e chiare, e non invidio coloro che le nutrono perché in quell’incertezza colgo il segno della condizione umana. Riesco solo a distinguere tra la sfera pubblica, comunitaria, e la sfera, non dirò privata, ma interiore, intima, personale.<br /><br />Per la prima continuo a pensare che compito di un medico, di un ospedale, della legge e dell’autorità, della società e delle sue agenzie civili e religiose, sia quello di essere dalla parte della vita. E dunque di proporsi comunque di salvaguardarla, di scommettere sulla vita fino in fondo; evitando certo lo strazio dell’accanimento terapeutico ma tutelando quel fil di vita fino a che è possibile. E dunque reputo l’eutanasia a norma di legge un pericoloso cedimento allo spirito di morte che aleggia nella nostra società e fa il paio con la denatalità, gli amori sterili e la disperata opulenza.<br /><br />Il suicidio dell’occidente di cui scriveva James Burnham mezzo secolo fa diventa orizzonte comune ad altezza di singolo. I confini dell’eutanasia sono poi incerti e insidiosi; a volte si citano casi estremi per far passare gradualmente l’idea che sia possibile liberarsi di vite malate o semplicemente stanche, di rami secchi e di pesi morti, che magari possono essere utili magazzini di ricambi per trapianti d’organi vitali. Un po’ quel che avviene nel girone inverso con l’aborto. Insomma, forme larvate di suicidio.<br /><br />Invece è bene ricordare, prima della cristianità, la concezione pagana della vita come milizia, che fu di Cicerone; cioè l’idea che non si possa disertare, perché la vita non è solo nostra e ai suoi confini estremi non ci appartiene: ci fu data, ci sarà tolta. Amor fati, amate il vostro destino. Ai giovani tentati dal suicidio esorto all’avventura, al rischio in proprio, non a spese altrui, s’intende: giocatevi la vita più che buttarla via. Però se passo dal piano pubblico della civiltà al piano personale e interiore, allora il discorso assume altre prospettive.<br /><br /><br />È in gioco la dignità del vivere e del morire, il nostro umanissimo desiderio di non trascinarci come ombre di noi stessi e larve d’uomini, di non soffrire e di non far soffrire. Ti risalgono nella memoria e negli occhi il gesto o le ultime parole di una Cara Morente che ti chiedeva di essere portata a casa e poi fa il segno con l’indice e il medio di una forbice, come a tagliar la spina. Ti risalgono le parole di un Vecchio malato che si chiama la morte ogni giorno, pur avendone terrore, e ripete: che senso ha vivere ancora così malandato e vecchio. E tu ti vergogni nel primo caso se non hai il coraggio di assecondarla e ti attacchi invece a quel fil di vita; o nel secondo ti vergogni quasi a sperare, anche se lo ami quasi più di te stesso, che il vento se lo porti via e assecondi il suo desiderio di partire. Perché quello è il desiderio che coltivi anche per te stesso, di non trascinarti quando la vita diventa solo l’ombra del morire.<br /><br />E allora, nei casi estremi, è possibile assumere sul piano personale una decisione tragica, ma senza pretendere il conforto della legge e della religione e il consenso della società e delle istituzioni. Ti assumi tutte le responsabilità della scelta e le conseguenze; un giudice rigoroso e misericordioso ti condannerà anche simbolicamente, sancirà un verdetto e un principio ma non pretenderà di aggiungere pena a dolore. Sul piano personale arrivi perfino a capire l’uso antico in certe popolazioni dei vecchi che si allontanavano dalla comunità per lasciarsi morire in disparte e riprendi un’idea fatalista che allarga a dismisura i confini dell’accanimento terapeutico. Poi però torni nella sfera pubblica, leggi tutti quei discorsi in favore del morire e ricordi quel piccolo, forse indecifrato, episodio accaduto giorni fa a Salvatore Crisafulli, da sette anni ridotto in condizioni quasi vegetative, ma con residua lucidità. Gli avevano chiesto di chiudere le palpebre se desiderava vivere e di tenerli aperti se invece, come sembrava, desiderava morire.<br /><br />Mi era parsa un’inversione rituale, quella richiesta: sarebbe più giusto che chi vuol vivere tenga gli occhi aperti, chi vuol morire li chiuda. Poi però mi sono ricordato dell’Imperatore Adriano che voleva entrare nella morte ad occhi aperti e allora ho capito che forse era più giusto il contrario, chiudere gli occhi per continuare a vivere. E lui, Salvatore, li ha chiusi, come a offrirsi ciecamente alla sorte e alla vita.<br /><br />Che volete, provo più tenerezza e trovo più amore in quel battito di ciglia in favore della vita, piuttosto che in quel cuscino con cui Gosling ha soffocato il suo compagno malato per non farlo più soffrire. Umani entrambi, per carità, e meritevoli di pietas ambedue; ma nel primo c’è forse una piccola traccia di divino, nascosta in un alito di vita ulteriore.<br />]]></content>
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		<title>LA FORZA DELLA VITA</title>
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		<content type="text/html" mode="escaped"><![CDATA[di DAVIDE D&#039;ALESSANDRO<br /><br />“Una donna colombiana di 45 anni, dichiarata morta dopo un infarto, ha mosso il braccio destro mentre stava per essere imbalsamata. L&#039;impiegato dell&#039;agenzia funebre ha immediatamente interrotto la procedura riportando Noelia Serna in ospedale. In rare occasioni, ha spiegato il neurochirurgo Juan Mendoza Vega, può succedere che il battito cardiaco e il respiro scendano a livelli impercettibili. Serna, malata di sclerosi multipla, ha avuto un infarto lunedì scorso ed è stata ricoverata in ospedale. Per dieci ore è rimasta collegata al respiratore artificiale. Poi, dopo un secondo infarto, i medici l&#039;hanno dichiarata morta. Tre ore dopo, stavano per iniettarle nella gamba il liquido che si utilizza per conservare i corpi prima del funerale. Ma si sono accorti di non avere di fronte un cadavere”.<br />Fin qui la cronaca del “Corriere”. E voi che ne dite, soprattutto dopo l’opinione di ieri, dove affermavo il valore della vita fino in fondo, fino all’ultimo respiro? Perché la vita ne sa molto di più di medici e scienziati che pensano di sapere, statisticamente, quando è finita. La forza della vita! Nessun uomo è in grado di arrivare a capire la vita, i suoi momenti, la sua fine. Pensiamo di essere padroni della vita e siamo soltanto dei semplici ospiti. Decide lei, la vera padrona, quando è ora di andare. Noi abbiamo il potere di soffocarla, di credere, come Vattimo e Sofri, che dare la morte a qualcuno possa essere un gesto d’amore. Ma noi siamo soltanto uomini. Poca cosa. <br /><br />]]></content>
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