PENSIERI
«L'esperienza di un paese dopo l'altro ha mostrato che il socialismo è la strada verso la povertà e verso il disordine economico e che l'economia di mercato è la via verso il benessere generale e l'equilibrio economico». (Scritti liberali)
«L'argomento primo della mia opposizione al socialismo è pertanto che, ad onta di tutta la sua fraseologia liberale, dà troppo poco all'uomo, alla sua libertà e alla sua personalità, e troppo alla società». (Scritti liberali)
«Il socialismo, col suo entusiasmo per l'organizzazione, la centralizzazione, la irregimentazione e la sottomissione allo Stato, viene a servirsi di strumenti che non sono compatibili con la umana libertà e dignità». (Scritti liberali)
«Il grande errore morale del socialismo consiste nella risoluta negazione che il desiderio dell'uomo di migliorare le condizioni sue e dei suoi e di prendersi la responsabilità e l'iniziativa di tale miglioramento appartenga all'ordine naturale delle cose almeno allo stesso titolo del desiderio di identificarsi con la comunità e di servire ai suoi fini». (Scritti liberali)
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TRAPANI -
Silvio Berlusconi, da Trapani, ha definito il disegno di legge sul conflitto d'interessi «un provvedimento di killeraggio politico nei confronti degli oppositori». Il presidente di Forza Italia, nel corso di una passeggiata nel centro della città siciliana, dove si trova per un comizio per le amministrative, ha detto che «questo disegno di legge sarebbe l'ulteriore dimostrazione di volontà di eliminare il più pericoloso dei concorrenti politici e cioè il leader dell' opposizione, e cioè me stesso».
«FARA' MALE ALLA SINISTRA» - «Credo quindi - ha continuato l'ex premier - che farà molto male alla sinistra questa volontà se attuata fino in fondo, perché gli italiani si renderanno conto di come questa sinistra vuole agire per eliminare gli avversari politici». «Hanno tentato - ha aggiunto - con la via giudiziaria e finora gli è andata male. Ci ritentano con questo provvedimento che impedisce a chiunque abbia un'impresa, e abbia perciò fatto bene nella vita, anche dando lavoro agli altri, di dedicarsi alla politica e di dare il suo apporto al governo del Paese».
ASSURDO BLIND TRUST - Silvio Berlusconi ha poi criticato in particolare la possibilità di utilizzare il blind trust anche in Italia: «Quello che loro mettono come soglia al di là della quale uno dovrebbe prendere tutto e affidarsi ad un signore che possa fare delle sue sostanze ciò che vuole, è una cosa che non sta nè in cielo nè in terra. Non siamo in America, siamo in Italia e le cose funzionano in modo diverso».
AMMINISTRATIVE, NON GENERALIZZARE IL RISULTATO - Il leader di Forza Italia ha poi parlato della rilevanza che la prossima tornata elettorale potrà avere sullo scenario politico. «Non si può generalizzare il risultato delle amministrative verso la situazione nazionale» ha premesso il Cavaliere. Tuttavia, ha poi aggiunto, il voto di maggio sarà «una indicazione di cui la politica terrà conto».
Corriere della sera 04 maggio 2007
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LONDRA
È quanto emerge da un sondaggio sul sesso sul posto di lavoro realizzato da New Woman Magazine
Il 43% delle donne britanniche che lavorano in un ufficio ha fatto sesso con un collega. È quanto emerge da un sondaggio sul sesso sul posto di lavoro realizzato dalla rivista New Woman Magazine.
La ricerca rivela che più di una donna su quattro ha tradito il proprio partner con un collega, ma solo una su sette sospetta che il proprio compagno abbia fatto lo stesso con una donna che lavora con lui. E anche se non hanno tradito, l’82% delle donne intervistate ha ammesso di aver immaginato di avere una relazione con un collega, mentre il 4% ha raccontato di aver avuto fantasie sessuali con una collega donna.
Quando si tratta di far sesso con un superiore in cambio di una promozione, il 20% ha dichiarato che non esiterebbe a farlo, mentre il 17% ha ammesso di averlo già fatto. Il 94% infine, ha detto di flirtare con i colleghi, anche solo per divertimento.
La Stampa 4 mag 2007
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Giungono notizie di pienone (circa 700 persone) dal ristorante Aragosta, alla presentazione della Lista di Maria Celano. Una voce inconfondibile al telefono per dirci:"Jé 'gne la fest di la Candéne!". Insomma, è come la festa della Cantina sociale, alludendo alla massa di popolo che annualmente si riversa in adorazione del nostro buon vino.
Nessuna meraviglia. La capacità di mobilitazione del sindaco e della sua lista non può che essere nettamente superiore alle altre.
Però, non abbiamo più alcuna voglia di rigirare il dito nella solita piaga. Auguri e buona fortuna a tutti. Vinca il migliore o la migliore.
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Gentile direttore,
siamo un gruppo di persone che non pensano di influenzare il voto. Abbiamo sempre votato Giovanni Tiberio, per l'affetto e le capacità che gli riconosciamo. Però dopo il suo inevitabile passo indietro nessuno può chiederci di votare Basile. Chi si riconosce nell'area di centrodestra vota Celano. Solo lei può sbarrare il passo alla sinistra.
Saluti G.S.
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di FRANCESCO ROMANELLI
La notizia della vendita delle terre del Genova Rulli per la cifra di circa cinque milioni di euro ad un gruppo d'imprenditori pugliesi, è senz'altro un motivo , a mio modesto avviso, di riflessioni.Non si vuole criminalizzare nessuno , ma gli ultimi e non solo gli ultimi fatti di cronaca nera più di un dubbio lo sollevano. La crescente preoccupazione della popolazione vastese per un insufficiente controllo del territorio deputato a garantire una maggiore sicurezza e salvaguardia dei beni dei cittadini, i quali vivono ormai nella:" sindrome del topo d'appartamento", deve trovare risposte certe ai loro bisogni di sicurezza.
Come IdV siamo particolarmente attenti a questo problema e richiamiamo la maggioranza ad avere una maggiore sensibilità, cominciando a dare un segnale concreto con un piano di rinnovamento per compiti specifici della polizia municipale. Non basta implementare l'organico solo per un tempo parziale, vale a dire per il periodo estivo, perchè così non si formano delle nuove figure che i tempi ormai ci richiedono.
Siamo altresì consapevoli del periodo di ristrettezze che le Procure e i comuni d'Italia vivono.
Pensare di poter chiedere più uomini più mezzi alle forze dell'ordine è una chimera.
Non per loro colpa ma perchè come prima si diceva, in molti casi sono ai limiti dell'operatività.
Cosa voglio dire? Che il sindaco la giunta ,la classe dirigente politica , indipendentemente dalla parrochhia d'appartenenza,cominciasse a mettere sul tavolo proposte credibili che siano in grado di gestire le risorse disponibili e se non bastassero di trovarne di nuove attraverso uno
strumento quale ad esempio una commissione sulla sicurezza.
Siamo chiamati a dimostrare di saper fare, soprattuto nelle difficoltà , se no che classe dirigente siamo! Con i soldi sono capaci tutti a far funzionare le cose. Stabiliamo delle priorità nuove.La sicurezza diventa una priorità alta,senza di essa lo dimostra la sempre eterna" questione meridionale" non vi sono investimenti duraturi, si allarga il fronte della criminalità organizzata e non. Insomma si perde il controllo del territorio. Certo l'Abruzzo è radicato nei valori come il lavoro,la correttezza ed il rispetto delle regole.
Tutto questo , ed altro ancora, per il momento lo salva nel suo complesso ,ma noi siamo ai limiti , ai confini geografici con realtà economicamente ,a volte , discutibili.
Come dicevo prima , non vogliamo portare alla gogna
nessuro ma come dicevano i romani: "se vuoi conservare la pace
preparati alla guerra "ovviamente in senso metaforico. Vorrei
concludere con la manifestazione di un dispiacere che la vicenda Geova Rulli mi ha dato. Mi sarbbe piaciuto vedere un consorzio d'imprenditori locali vincere l'asta . Non credo che quella cifra suddivisa per quote all'interno di questo ipotetico consorzio poteva essere considerata folle. Credo fortemente nella vastesità come appartenenza ad un luogo, percepito come propio che si esprime come difesa dei suoi specifici valori e della sua gente .Un vero peccato.
Coordinatore della città di
vasto dell'Italia dei Valori
Francesco Romanelli
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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO COMUNICATO STAMPA del 05/05/2007
In seguito alla raccolta firme avviata da Alleanza Nazionale contro l’allargamento della Giunta Municipale Vastese ad un altro Assessore, una delegazione del partito di Fini ha ottenuto un appuntamento con il Sindaco per le ore 12,30 di Lunedì 7 Maggio per consegnare la prima tranche di firme e per ribadire il secco NO a questa scellerata scelta dell’amministrazione di centro-sinistra, visto che il numero degli Assessori è più che sufficiente ad assicurare una corretta amministrazione in relazione al numero degli abitanti ed alle caratteristiche dell’organizzazione del Comune e considerando anche che un aumento del numero degli Assessori si risolverebbe solamente in un incremento ingiustificato delle spese in quanto non apporterebbe alcun beneficio concreto alla collettività.
La sezione “Carlo Falvella” di Vasto, quindi, continua la sua azione a sostegno dei bisogni dei Cittadini e contro queste manovre che servono solamente ad evitare che, una maggioranza in crisi come quella di Lapenna, esploda.
Alleanza Nazionale - Vasto
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di DAVIDE D'ALESSANDRO
Zygmunt Bauman, il sociologo certamente più celebrato dei nostri giorni, ammette sul "Guardian News" di essere stato a 19 anni una spia comunista:"Allora, mi sembrava la cosa giusta da fare. Quando avevo 19 anni non sapevo tutto ciò che so ora che ne ho 82".
Ha ragione, però oggi ad 82 anni dovrebbe sapere, e certamente sa, che i termini "socialista" e "sinistra" andrebbero consegnati definitivamente alla Storia. Proprio per questo ci sorprende quando dice:"Non ho mai tenuto segreto il fatto di essere socialista. Ero, sono e morirò di sinistra. Speriamo".
Ecco, io che continuo a leggerlo con attenzione, perchè la sua analisi della postmodernità è molto efficace, spero di no. Spero che muoia, il più tardi possibile, avendo prima seppellito quei due termini ormai inutili.
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di RAFFAELE IANNUZZI
Forse aveva ragione il vecchio Marx: soltanto i reazionari, proprio perché, per esser tali, devono insistere profondamente sul terreno dell'esperienza storica concreta, riescono a percepirne i reali mutamenti. Un paradosso, ma suggestivo e produttivo. Leggo l'editoriale di Cacciari, nel numero di febbraio di East (Europe and Asia strategies), dedicato alla laicità dello Stato, e colgo, per intero, la verità dell'affermazione circa l'Anticristo. Se l'intervista di Cacciari al Foglio recava il titolo «Intervista all'Anticristo», volendo in qualche modo ironizzare e stemperare il giudizio di Socci sul filosofo veneziano (che, invece, io faccio mio e non da oggi), questo editoriale potrebbe essere intitolato: «Rapporto politico dell'Anticristo». E saremmo nella verità, non ho dubbi. Certo, questo report politico è attuale più che mai. Leggere questo scritto di febbraio non sottrae nulla alla lettura del presente, perché quanto vi è scritto - e sul quale è ben ora che intervenga - è la stessa retorica laicista che imperversa e imperverserà, attraversandolo totalmente, il Partito Democratico. Una retorica che farà del disincanto la misura della disgregazione dell'ethos naturale sul quale oggi tornano a riflettere i grandi pensatori americani, da Novak a Weigel, e sul quale Sarkozy, insieme alla parte più combattiva e sanamente reattiva della società francese, fonda la novità della politica francese.
Cacciari, invece, ragiona da giacobino disincantato. Infatti intercala la sua teoria dello Stato, oggetto dell'editoriale, con la precisazione di sempre: «Dico tutto ciò perché, pur disincantato, non sono totalitario, anzi sono anti-totalitario e anti-giacobino». Questo il refrain, il non-detto che rumoreggia sotto traccia. La Arendt ben conosceva questo tipo di meccanismi psicologico-politici, volti a recuperare l'onestà etica di una verità che si percepisce come alienante e fallace. Per Cacciari, lo Stato è laico da sempre. Esso esercita una «sovranità mondana» e, con la sua auctoritas, entra in scena l'altra faccia del regno, il regno secolare, la reggenza del potere sulle istituzioni, senza con ciò penetrare ogni ganglo della società. Perché lo Stato, qualsiasi forma di Stato, è laico, dunque non accetta sovranità esterna, quella della Chiesa, ad esempio, né magistero teologico. Ma con ciò non occupa tutta la società, non la ingoia, non la divora, come farebbe il totalitarismo. Lo Stato non accetta la griglia di valori che la tradizione gli consegna, non accetta il diritto naturale, non sopporta l'autorità della tradizione di un popolo, esso produce compromessi tra i valori e le realtà, di volta in volta emergenti naturalmente, e nel solco di questa provvisorietà, che - precisa Cacciari - non è relativistica (ma allora cos'è? Qual è la sua natura?), alla fine rimane solo sulla scena della storia. Perché i singoli non possono agire efficacemente di fronte alla sua auctoritas; la società civile è altra dal «Politico» e dunque non rappresenta che se stessa, in modo autoreferenziale; i valori sono negoziabili per definizione, sempre e solo dallo Stato: dunque, cosa rimane della politica? Ecco perché il Partito Democratico non spiccherà mai il volo: qui il nichilismo, mascherato da disincanto e proceduralismo formale e democratico, non rispetta più né il singolo di fronte allo Stato, che può tutto, né la società civile, che, in quanto totalmente altra dallo Stato, deve rimanere separata dal governo e dal comando delle strutture e degli «apparati ideologici di Stato».
Conclusione: in questo scenario statalistico, quasi statolatrico, in cui il disincanto fornisce il pretesto per far guidare la macchina governativa dalle élites del Politico, direbbe Cacciari nel suo gergo, rimane in piedi solo Prodi e il suo cinismo nichilistico. Il potere per il potere. Lo Stato è qui davvero il «mostro freddo» di cui parlava Nietzsche. E' anche quel modello di comando sui singoli che paventava la Arendt e, con argomenti diversi, la Rand. Tutto qui il percorso ideologico verso il Partito Democratico? Le radici ideologiche di fondo, è il caso di ribadirlo, determinano il frutto di un percorso politico. E le radici sono queste. Quelle che l'Anticristo, mostro freddo, annunciava come necessario caposaldo della storia. Un punto reclama attenzione: Cacciari afferma che il politico laico dovrà fare molta attenzione a maneggiare concetti come «bene comune» e «diritti umani», perché, soprattutto il bene comune, cos'è? Risponde Cacciari: «Quel Bene che sempre manca, che mai potrà realizzarsi facendo deserto d'interessi diversi, di differenze, di conflitti». E' Carl Schmitt: la decisione si fonda sul nulla. Questa politica è l'Anticristo, perché azzera di netto l'uomo, i suoi bisogni e la verità sull'uomo, il fondamento del diritto nel mondo occidentale, a partire da quello romano. In sintesi: il Partito Democratico che verrà. Non a caso amico delle banche. Tra «mostri freddi» si intendono.
Ragionpolitica 21 apr 2007
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di FABRIZIO GUALCO
Solo a certe condizioni si ha la possibilità di condurre un'esistenza dignitosa, vissuta in modo autonomo e responsabile. La libertà, sia individuale che sociale, non è un accessorio, ma una parte irrinunciabile di noi stessi. Sia come individui, sia come membri di una società, essere liberi significa poter disporre della materia prima più preziosa.
In tal senso, le preferenze di Popper si indirizzano ad una società democratica, plurale, post-ideologica, anti-totalitaria, ben disposta ad ogni possibilità di cambiamento costruttivo. Il pensiero politico delinea un ambito di coesistenza civile sempre teso ad ogni forma di miglioramento, in cui la tutela dei valori democratici nei confronti di tendenze totalitarie ricopre un ruolo fondamentale: la "società aperta". Come lui stesso afferma, infatti, "con l'espressione "società aperta" designo non tanto un tipo di Stato o una forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli sono valori importanti". (K. Popper - K. Lorenz, "Il futuro è aperto", Rusconi, Milano 1989).
La "società aperta" vive, cresce e prospera nella misura in cui è libera: senza peraltro trascurare il problema del suo abuso, "noi non scegliamo la libertà politica perché ci promette questo o quello. La scegliamo perché rende possibile l'unica forma di convivenza umana degna dell'uomo; l'unica forma in cui noi possiamo essere pienamente responsabili di noi stessi. Se realizziamo le sue possibilità, ciò dipende da parecchie cose messe insieme e, prima di tutto, anche da noi stessi" (cfr. "Tutta la vita è risolvere problemi", Rusconi, Milano 1996). Si possono instaurare rapporti interpersonali concreti e costruttivi solamente tra persone libere. Nell'ambito di una società aperta, la libertà è ciò che permette l'uguaglianza delle opportunità, l'esercizio dei diritti fondamentali, il sano sviluppo della personalità e delle potenzialità di ogni cittadino.
Parlando di libertà Popper dimostra di ispirarsi a Kant: una società è libera quando la libertà di ciascuno è compatibile con la libertà degli altri. Questo non è solamente un principio politico, ma anche un principio morale. L'attenzione per la libertà individuale è massima, all'interno della misura fornita dalla libertà altrui. Come esempio per spiegare questo concetto, dice Popper, può valere questo aneddoto: un americano, accusato di aver tirato un pugno sul naso ad un suo concittadino, si difende affermando di essere un libero cittadino, e perciò di avere la libertà di muovere i pugni in qualsiasi direzione. Ovviamente l'americano in questione confonde la libertà responsabile con l'arbitrio irresponsabile. Al che il giudice gli risponde: "La libertà di muovere i suoi pugni ha dei limiti, che talvolta possono cambiare. Ma i nasi dei suoi concittadini si trovano quasi sempre al di fuori di tali limiti"! (Cfr. Karl Popper, "La lezione di questo secolo", Marsilio, Venezia 1994)
Vivere all'interno di una società aperta comporta l'esercizio critico della ragione umana: da questo punto di vista, esso richiede il diritto-dovere al confronto costruttivo fra opinioni e idee diverse, poiché la libera discussione possiede una forte valenza politica: condiziona il comportamento dell'individuo nei confronti dei suoi simili e, pertanto, nei confronti della società in cui vive. Attraverso il confronto tra visioni del mondo differenti è possibile infatti risolvere problemi e inconvenienti, giungendo a soluzioni che altrimenti rimarrebbero sconosciute.
Prendendo a prestito le famose parole dell'Amleto di William Shakespeare, Popper potrebbe affermare che esistono più cose in cielo e in terra di quante ne possa contenere un qualsiasi sistema filosofico. Occorre ricordare infatti tra il bianco e il nero esiste un'infinita gamma di colori e di sfumature. Affermare in modo dogmatico che una teoria è migliore di un'altra significa cadere nell'irrazionalismo e quindi nella presunzione, per nulla intelligente, di chi non vuole accettare la presenza di possibilità alternative a ciò che egli ritiene vero, giusto, in definitiva infallibile. Un simile atteggiamento è tanto stupido quanto irresponsabile, poiché nega che il confronto fra valori e visioni del mondo possa essere estremamente costruttivo: non a caso, come indica Dario Antiseri, la società che Popper concepisce è aperta "alla proposta di molteplici tentativi nella soluzione dei problemi, e alla più grande quantità di critica" (crf. la sua "Introduzione" a Karl R. Popper, "Come controllare chi comanda", Ideazione, Roma 1996).
Ma l'Open Society può essere considerata una società perfetta? Assolutamente no, perché non è un progetto utopico. Anzi: secondo Popper è di basilare importanza che coloro che vivono e operano nella società aperta siano consapevoli della sua imperfezione. La "società aperta" non è la Repubblica di Platone, la società senza classi di Marx, la Città del sole di Campanella o la Nuova Atlantide di Bacone. . La società perfetta non esiste o, per meglio dire, esiste solo all'interno della cosiddetta letteratura utopica. Realisticamente parlando, esistono solo forme sociali imperfette, anche se, proprio per questo, sempre perfettibili.
All'interno della sua teoria politica, Popper adotta gli stessi assunti metodologici che pone alla base della ricerca scientifica. Quale è lo scopo primario della ricerca scientifica? Semplicemente quello di risolvere problemi. A tal fine, occorre tener presente che "tutta la conoscenza umana rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione". (cfr. K. R. Popper, Poscritto alla logica della ricerca scientifica, voll. 3, Il Saggiatore, Milano 1984).
Problemi-teorie-critiche: sinteticamente, attraverso tre parole Popper delinea il modo in cui la scienza razionale procede: "1) inciampiamo in qualche problema; 2) tentiamo di risolverlo, ad esempio proponendo qualche teoria: 3) impariamo dai nostri sbagli, specialmente da quelli che ci sono resi presenti dalla discussione critica dei nostri tentativi di risoluzione" (Cfr. K. R. Popper, "Poscritto alla logica della ricerca scientifica", cit. ).
Le ricette definitive non esistono: l'orizzonte della conoscenza rimane sempre e comunque aperto. Alla fine dell'Ottocento, dalle pagine del suo "The Art of Scientific Discovery", il chimico G. Gore afferma che quella scientifica è una ricerca senza interruzioni definitive, in quanto la risoluzione di un problema conduce ad altri problemi a cui dare risposta. E Kant, circa un secolo prima, fissa la questione nel principio di radiazione dei problemi, dove si afferma che: "ogni risposta DATA secondo princìpi sperimentali genera sempre una nuova domanda, che richiede a sua volta una risposta" (cfr. I. Kant, "Prolegomeni ad ogni metafisica futura che voglia presentarsi come scienza", Laterza, Bari 1970).
Prendendo a prestito il linguaggio del filosofo francese H. Bergson (e in ideale accordo con Einstein), potremmo paragonare la soluzione di un problema al frutto di una iniziale "intuizione creativa". Le soluzioni non si "scoprono" ma si "inventano". Non costituiscono l'esito di procedimenti pre-definiti, meccanici, ma nascono da sforzi creativi e sostanzialmente inintenzionali.
Possiamo dire che per la filosofia popperiana l'imperfezione è una sorta di virtù. Una debolezza apparente che nei fatti si rivela una grande forza. Affermare l'imperfezione della società aperta non significa ammettere una debolezza inguaribile, bensì, al contrario, evidenziare i suoi sempre possibili margini di miglioramento. Secondo Popper, lo storicismo filosofico (che attraverso Hegel raggiunge la forma teorica più compiuta e attraverso il marxismo l'attuazione storica più aberrante) costituisce la base metodologica del totalitarismo. Difatti ogni progetto politico basato sulla presunta conoscenza del divenire storico risulta di per sé infondato ed anche pericoloso, poiché colui che pretende di conoscere in modo "scientifico" il corso degli eventi futuri tende ad agire in modo moralmente irresponsabile. Alla capacità di scelta di una volontà responsabile si sostituisce l'arbitrio, che in quanto tale può arrivare a giustificare anche la violenza più efferata.
Ragionpolitica giu 2000
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di FABRIZIO GUALCO
Karl Raimund Popper nasce il 28 luglio 1902 a Himmelhof, nel distretto viennese Ober St Veit, da Simon Siegmund Carl Popper e Jenny Popper. Il padre di Karl, oltre ad essere un avvocato molto stimato è persona culturalmente molto preparata e sensibile alle problematiche sociali. Da lui il giovane Popper impara ad amare lo studio e la lettura. Dalla madre Jenny, pianista di talento, eredita la passione per la musica, che tra l'altro rivestirà un ruolo tutt'altro che marginale all'interno del suo pensiero.
Tra il 1908 e il 1914 frequenta una scuola privata, quindi il Franz Josef Gymnasium. Dopo poco tempo, ritenendo insoddisfacente l'educazione ricevuta, opta per l'iscrizione all'Università, affermando di voler imparare per il gusto di farlo e non per una possibile carriera. Cerca di superare una prima volta l'esame di ammissione all'università (il "Matura"), ma senza successo.
Nella primavera del 1919 si avvicina ad una organizzazione studentesca di sinistra, ma in questo caso, più che innamoramento, si deve parlare di una infatuazione passeggera, che dura due o tre mesi. L'ideologia lo affascina e lo conduce sulle nuvole, ma la realtà pratica della dottrina marxista lo riporta con i piedi per terra. Durante uno scontro con la polizia in cui alcuni giovani trovano la morte, Popper si rende conto del dogmatismo in cui era caduto: a diciassette anni, come lui stesso scrive nelle pagine della sua autobiografia (Cfr. "La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale", a cura di Dario Antiseri, Armando, Roma 1997), "ero diventato anti-marxista. Mi ero reso conto del carattere dogmatico del credo e della sua incredibile arroganza intellettuale. Era una cosa terribile arrogarsi un tipo di conoscenza secondo cui sarebbe un dovere porre a rischio la vita di altre persone per un dogma accettato acriticamente o per un sogno che sarebbe potuto risultare irrealizzabile. Ciò era particolarmente brutto per un intellettuale, per uno che sapeva leggere e pensare".
Gli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale costituiscono per Popper un periodo duro ma stimolante. Il paese è povero e le prospettive per il futuro sono poche e non certo rosee. Tuttavia la sua mente rimane attiva, sempre disposta ad imparare cose nuove. Nell'inverno 1919-1920, sia per essere indipendente, sia per non essere di peso al padre che aveva perso tutto il patrimonio a causa dell'inflazione, decide di andare a vivere per conto proprio, sistemandosi nella parte abbandonata di un ex ospedale militare, trasformata da alcuni giovani in una sorta di "casa dello studente".
Nel 1922 il secondo tentativo di superare il "Matura", da privatista, va a buon fine. All'università rimane fino al 1928: frequenta i corsi di matematica con Hahn e Menger, quelli di fisica con Ehrenhaft, Haas, Lecher e Tirring. Studia filosofia con H. Gomperz e Schlick e psicologia con Bühler. In questo periodo sbarca il lunario svolgendo lavori saltuari, non di rado manuali. Ha anche modo di occuparsi di bambini abbandonati, in qualità di assistente sociale presso la clinica fondata da Alfred Adler. Nell'ambito intellettuale, inizia a riflettere sul problema del confine fra le teorie scientifiche (come quella di Einstein) e teorie pseudoscientifiche (come ad esempio quelle di Marx, Freud e Adler).
Dal 1925 frequenta l'Istituto Pedagogico di Vienna, dove conosce Hennie, che in seguito diventa sua moglie. Conosce Heinrich Gomperz (figlio di Theodor, amico e traduttore di John Stuart Mill) e Karl Buhler, professore universitario di Psicologia, con il quale si laurea nel 1928 con una tesi intitolata "Zur Methodenfrage der Denkpsychologie" ("Il problema del metodo nella psicologia del pensiero", rimasta inedita).
Nel 1931 nasce il Circolo di Vienna, un composito gruppo di pensatori che elabora e propone la visione scientifica del mondo nota come "positivismo logico". Uno dei membri del Circolo, Herbert Feigl, sprona Popper alla pubblicazione del suo primo lavoro, che viene alla luce nel 1933 con il titolo "Logik der Forschung" (trad. it. "Logica della scoperta scientica", Einaudi, Torino 1970). Questo libro, che possiamo definire un "classico" dell'epistemologia contemporanea, accoglie tutte le tesi fondamentali del falsificazionismo, la metodologia delle congetture e delle confutazioni.
Durante l'anno accademico 1935-1936 visita Londra, Cambridge, Oxford, Bruxelles, Utrecht e Copenhagen. Conosce Russel, Hayek, Bohr. Nel 1937 lascia Vienna alla volta della Nuova Zelanda, dove gli viene affidato l'insegnamento di filosofia presso il Canterbury University College di Christchurch. Quando nel 1939 Hitler invade il territorio austriaco, Popper pubblica opere di filosofia politica come "The Poverty of Historicism" (trad. it. "La miseria dello storicismo", L'Industria, Milano 1954) e "The Open Society and Its Enemy" (trad. it. "La società aperta e i suoi nemici", voll. 2, Armando, Roma 1973-1974): questi lavori rappresentano il contributo popperiano alla Seconda Guerra Mondiale. In essi il problema della libertà riveste una posizione centrale: "questi libri furono intesi come una difesa della libertà contro le idee totalitarie e autoritarie ed anche come un ammonimento contro i pericoli delle superstizioni storicistiche. Entrambi i libri, e in modo particolare La società aperta (indubbiamente il più importante fra i due), possono essere considerati come libri di filosofia della politica" (cfr. "La ricerca non ha fine", cit. ).
Il 1946 è l'anno del ritorno in Europa. A Londra insegna alla London School of Economics. Gran parte del lavoro filosofico ed epistemologico di questo periodo londinese confluisce in opere importanti, come ad esempio "Conjectures and Refutations", pubblicato a Londra nel 1963 (trad it. "Congetture e confutazioni", Il Mulino, Bologna 1972); "Objective Knowledge" del 1972 (trad. it. "Conoscenza oggettiva", Armando, Roma 1975) e nel "Poscritto alla logica della scoperta scientifica" (trad. it. Il Saggiatore, Milano 1984). Incoraggiato da Hayek, frequenta gli incontri della Austrian College Society di Alpach, un gruppo organizzato al fine di sostenere i valori democratici nell'Austria post-bellica. Nel 1949 accetta la proposta di Donald Williams, presidente del Dipartimento di Filosofia presso l'Università di Harvard, che lo invita a tenere le prestigiose William James Lectures. L'anno seguente visita per la prima volta gli Stati Uniti, dove ha l'occasione di conoscere personalmente Albert Einstein.
Nei primi anni cinquanta i Popper acquistano Fallowfield, una casa alla periferia di Londra. David Miller, in un volume biografico dedicato al filosofo viennese ("Sir Karl Popper. Una biografia scientifica", Rubbettino, Soveria Mannelli 2000), scrive che per molti anni Fallowfield fu la sede di una vera e propria fabbrica intellettuale. Popper ha l'abitudine di scrivere a mano: scrive, corregge, riscrive, aggiunge e scarta in continuazione. La grandissima parte del suo tempo lo passa nel suo studio, in quella parte della casa che lui stesso chiama "la stanza dei libri", anche cercando di rispondere alle moltissime lettere che gli vengono recapitate ogni giorno. Sua moglie Hennie controlla con attenzione ciò che il marito scrive, quindi lo batte a macchina facendo quattro o cinque copie a carbone, pronte per successive revisioni.
Nel 1958 entra a far parte dell'Accademia Britannica. Negli anni sessanta e settanta Popper ritorna negli Stati Uniti come conferenziere. Sviluppa ulteriormente il suo pensiero: lavora sulle due teorie della relatività di Einstein, sulla meccanica statistica, sui problemi inerenti alla responsabilità morale degli scienziati. Nel 1965 riceve il titolo di Baronetto dalla Regina Elisabetta d'Inghilterra.
Nel 1974 esce la sua "Autobiography" (trad. it. "La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale", Armando Editore, Roma 1997). Due anni dopo i suoi contributi in campo scientifico vengono riconosciuti anche attraverso la nomina a membro della Royal Society. Insieme a J. C. Eccles, nel 1977 pubblica "The Self and Its Brain" (trad. it. "L'io e il suo cervello", Armando Editore, Roma 1981), imperniato sul rapporto mente-corpo, in cui viene sviluppata, fra l'altro, una critica serrata nei confronti del materialismo e del fisicalismo.
Nel 1985, a causa delle condizioni precarie di Hennie affetta da un tumore maligno (muore a novembre dello stesso anno), Popper decide di ritornare a Vienna, affittando una grande casa nella periferia ovest della capitale. L'anno seguente, in estate, Popper si trasferisce nuovamente in Inghilterra, a Kenley (Surrey), questa volta in maniera definitiva. Gli anni della vecchiaia sono quelli che lo vedono dedicarsi a questioni di interesse pubblico, come ad esempio i pericoli derivanti dall'arsenale nucleare dell'URSS, gli effetti anti-pedagogici della violenza trasmessa dalla televisione, i problemi dell'esplosione demografica. Nel 1992, anno in cui viene proclamato cittadino onorario di Vienna, esce il libro-intervista "La lezione di questo secolo", (Marsilio, Venezia 1994).
Popper muore il 17 settembre del 1994, all'età di 92 anni. Il suo corpo viene cremato e le ceneri vengono posate nella tomba della moglie, in un piccolo cimitero di Vienna. Nello stesso anno, a Monaco, viene pubblicato il volume postumo "Alles Leben ist Problemlösen" (trad. it. "Tutta la vita è risolvere problemi", Rusconi, Milano 1996).
Per un approfondimento della vita e delle opere di Karl R. Popper rimando ai seguenti volumi: Karl R. Popper, "La ricerca non ha fine. Autobiografia intellettuale", a cura di Dario Antiseri, Armando Editore, Roma 1997; Dario Antiseri, "La Vienna di Popper", Rubbettino, Soveria Mannelli 2000; David Miller, "Sir Karl Popper", Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.
Ragionpolitica giu 2000
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di GIANTEO BORDERO
Trentanove anni fa, nel maggio del 1968, prendeva forma anche in Europa la grande ondata anti-tradizionale, la lotta per la liberazione dei costumi, per l'emancipazione sessuale, contro le regole e contro le convenzioni sociali. Oggi, dopo quasi quattro decenni, un altro maggio, quello del Family Day italiano, può segnare e contraddistinguere in profondità un altro passaggio epocale della nostra storia. Nel '68 tutto ciò che rappresentava lo status quo in materia di costumi e di organizzazione sociale veniva rigettato, criticato quando non detestato, ed aveva inizio un percorso di destrutturazione che, col passare degli anni, ha portato a ritenere le istituzioni che per duemila anni avevano costituito il nerbo portante del nostro vivere civile un ferro vecchio, una cianfrusaglia del passato, un orpello inutile, un ostacolo al progresso. Ora, nel 2007, ci si rende conto che aver messo nel cassetto la tradizione e le tradizioni è stato come smettere di abbeverarsi alla linfa vitale della nostra civiltà, e gli stessi princìpi che allora venivano visti come una pietra d'inciampo nel cammino verso la libertà individuale sono oggi nuovamente ricercati come una bussola per orientarsi in questo tempo difficile, apparentemente privo di riferimenti forti in grado di fondare a un tempo l'esistenza del singolo e la sua relazione con l'altro.
Apparentemente, dicevamo. Perché quelli che per comodità abbiamo definito «princìpi» sono in realtà molto più che enunciati della mente, molto più che corollari teorici di una visione ideologica: sono piuttosto carne e sangue, sono un fiume carsico che ha percorso e percorre il sottosuolo della nostra storia, un fiume che in qualche modo fa sempre sentire la forza del suo scorrere. Per i sociologi può essere uno scorrere mesto, talvolta arido come i nostri corsi d'acqua in questo periodo; ma per la vita concreta delle persone, quella che spesso le analisi sociologiche non riescono a comporre in un quadro unitario, rimane uno scorrere impetuoso. Che può essere più o meno avvertito, più o meno riconosciuto, più o meno tematizzato. Ma c'è. E può prendere la forma, molte volte prende oggi la forma, della goccia che rimbalza nel cuore desiderante dell'individuo - la goccia splendidamente descritta da una delle più belle sonate per pianoforte di Chopin.
Ecco il punto: si torna a comprendere, oggi, che quelli che un tempo, quarant'anni fa, venivano visti come vuoti simulacri, come forme sociali senza contenuto, come usanze da superare nel nome dell'affrancamento dell'individuo dalle costrizioni esterne, erano e sono in realtà parte stessa della natura umana, dell'essenza dell'essere uomini. Non perché lo dice la Chiesa, non perché lo dicono il Papa, i vescovi e le gerarchie vaticane. Ma perché sono elementi costitutivi della persona, del suo stare faticosamente al mondo, del suo andare alla ricerca - più o meno consapevolmente - della felicità, di qualche cosa che possa dare fondamento e senso all'esistere, che possa motivare le scelte piccole e quelle grandi, che possa collegarci alla saggezza del passato senza soffocare la speranza nel futuro. Che possa, in qualche modo, fare della carnalità e della contingenza storica di un amore la promessa di qualcosa che non si esaurisce, che dura per sempre. Perché così è fatto l'uomo, il cuore degli uomini assetato di verità, di bontà, di bellezza, di eternità.
Questo è il grande tema che sta alla radice della riscoperta della famiglia, della sua difesa e promozione come elemento portante della società, del vivere civile. E' il tema - qui sta il paradosso - che anche il '68 aveva intravisto, ma a cui aveva dato una risposta sbagliata. Se una istituzione, una forma di società che viene dal passato viene vista come ormai vuota di contenuto, la soluzione non è cancellarla; se viene considerata come un ostacolo alla libertà dei singoli, non si risolve il problema mettendola nel cassetto dei ricordi. La questione è tornare a comprenderne le ragioni, le radici, i legami con la vita degli uomini. E' quello che, seppur embrionalmente, sta accadendo oggi. E' quello che occorre dire oggi, avendo sottomano i grandi squarci di vuoto che si sono aperti laddove la nostra tradizione è stata considerata soltanto come un portato culturale da sostituire con un altro paradigma, tremendamente arido e generatore di solitudine, e non come qualcosa di carnale, qualcosa che ha a che fare con i desideri (una parola tento amata dal '68) più profondi, inestirpabili, irriducibili a mera costruzione culturale, che ognuno porta con sé fin dalla nascita.
Per questo porre oggi il grande tema della famiglia significa porre nuovamente, ma in una luce diversa e finalmente ragionevole, cioè rispettosa di tutti gli elementi in gioco nella realtà, la questione del desiderio. Il desiderio in sé e per sé, quello che ci porta a cercare, a faticare, a vivere come uomini la nostra natura aperta all'infinito. Quello che ci porta ad amare e a volere che questa esperienza vitale - la più vitale tra tutte - dell'amare e dell'essere amati non venga sepolta dallo scorrere del tempo, dalla meschinità nostra e di quella altrui, dalla voragine della morte. Il tema della famiglia diventa così, oggi, nuovamente il tema della vita e della morte. Il tema del significato. Il tema dell'essere uomini che vivono senza censurare nulla della loro umanità. Questo ci dice il maggio 2007. Questo ci dice, laicamente, la Chiesa impegnata come sempre a valorizzare la persona in tutta la sua grandezza, quella grandezza che i maestri del pensiero dominante vorrebbero sminuire, falsificare, censurare.
Ragionpolitica 3 mag 2007
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