
Il tempo invecchia in fretta, ricorda Antonio Tabucchi e agli uomini, col tempo, può anche capitare di riconciliarsi. Se poi furono generali e dopo non più, se uno sconfisse e sottomise l’altro, tre giorni insieme, a Mosca, a Roma o a Budapest, hanno il profumo essenziale della vita. Che può non essere guerra, soprattutto se il potere, con il suo marchio di morte, è ormai lontano. Ha scritto Massimo Onori: «”Fra generali” – culminante nell’incontro, di tanti anni dopo, tra un generale ungherese (di cui si ripercorre tutta la vita) e quello sovietico che l’ha sconfitto nel 1956 –, impeccabile da ogni punto di vista, mi pare uno dei racconti più belli e commoventi che ho letto in questi anni». È vero, il miglior Tabucchi dopo “Sostiene Pereira”, ma sarebbe bello se “Fra generali” non fosse solo un racconto, persino di una storia vera, bensì attimo che schiude l’animo a qualcosa di nuovo qui e ora. Non dopo, quando tutto è finito, quando il potere non c’è più, quando ci si incontra ai giardinetti con i nipotini mano nella mano, ma quando il potere è in corso, con la sua presa nefasta, con il suo carico di dissoluzione e di morte. Certo, fosse così, non lo chiameremmo più potere. Allora, tocca al tempo, grande scultore, rimediare alle offese, ai drammi e alle miserie umane. Tocca al tempo riavvicinare i cuori, rinsaldare il patto umano di chi è in cammino su un sentiero impervio e non sa. Che il tempo, come l’uomo, invecchia in fretta. Neanche Berlusconi e Fini sanno, mentre agitano i coltelli, che tra poco sarà finita. Per entrambi. L’esercizio del potere impone la dichiarazione di forza, di supremazia, la capacità di uccidere chi ti vuole uccidere. Di sopravvivergli. Sempre di morte si tratta. Del potere della morte. A quando la morte del potere?
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di DAVIDE D'ALESSANDRO
Maurizio Viroli, ordinario di Teoria politica all’Università di Princeton, con “La libertà dei servi” ha scritto un libro già scritto. Nel senso che tanti altri, negli ultimi sedici anni, hanno contribuito in vario modo a denunciare il potere abnorme di Silvio Berlusconi, la presunta trasformazione di una repubblica in una grande corte, il servilismo, l’adulazione, l’identificazione con il signore. Niente di nuovo sotto il sole, se non l’ennesima pennellata verso una sola parte del quadro, tralasciando l’altra, che pure è stata chiamata dagli italiani a governare dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2011. Nel primo caso ha messo in campo quattro governi, nel secondo è giunto al 2008 ed è caduto, in entrambi dando pessima prova di sé. Voglio dire che nelle analisi politiche, anche le più ambiziose, mi sembra che manchi lo sguardo sereno, distaccato, obiettivo. Lo sguardo di chi sia in grado di analizzare il fenomeno del potere, al di là di chi lo detiene, e la caduta sostanziale del valore della politica. Il potere e la politica. Il potere, con la sua presenza asfissiante, talvolta macabra, persino poco dignitosa; la politica, con il suo vuoto, con la sua assenza. Di uomini e donne che siano ispirati dal servizio pubblico, come lo intendeva Seneca qualche annetto fa. Occorre davvero liberarsi dai propri convincimenti, smettere le casacche, di qualunque colore esse siano, e osservare il quadro senza alcuna partigianeria. I partigiani ebbero un ruolo molto importante quando si trattò di cacciare il nemico. Commisero anche tanti errori, che la storia sta pian piano riconsiderando. Ma oggi, francamente, non c’è bisogno di partigiani. Ci vuole lucidità. La saggezza della lucidità. Caso vuole che “Saggio sulla lucidità” sia uno dei libri più belli di Saramago, un altro che in fatto di partigianeria non scherzava affatto, ma che ha voluto affrontare il tema e la necessità di una nuova gestione della cosa pubblica. A prescindere da Berlusconi e da Prodi che, in questi anni sciagurati, hanno rappresentato la febbre italiana, non certo il Male. Se servi siamo, lo siamo di una macchina statale infernale, di una classe politica indecorosa, che tende soltanto a perpetuare se stessa, di un processo rigenerativo sempre promesso e mai mantenuto. Ma possiamo tornare liberi, autenticamente liberi. La libertà dei liberi, non dei servi. Dipende da ognuno di noi. Né da Fede né da Santoro. Né da Feltri né da Travaglio. Da noi. Soltanto da noi.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

“Non va!” esclama il telecronista Sandro Piccinini quando la palla non centra l’obiettivo, quando l’attaccante sfiora il gol, quando sembrava fatta invece no. “Non va!” neanche il Pdl, dopo il Pd, sovrastato dalle inchieste e da una lotta interna senza esclusione di colpi. Sullo sfondo l’Italia e gli italiani restano prigionieri di un vuoto, di un’assenza, di un niente. Prigionieri di promesse mai mantenute, di partiti mai nati, di rivoluzioni disattese, di Istituzioni logore, antiquate, destinate al collasso. Se Dell’Utri non risponde ai Pm, se Verdini si sente al centro di un accanimento mediatico, se i finiani litigano con i berlusconiani, poco conta. Sono cose viste e udite tante volte. Conta il disagio, di più lo smarrimento del cittadino che ha perso la speranza, del cittadino che non trova la risposta, né di qua né di là, alle domande urgenti che la vita quotidianamente gli sottopone. Domande di lavoro, di come farcela a sbarcare il lunario, domande di incertezze perenni, sul presente e sul futuro, domande di politica, di servizio pubblico, di guida, di gestione del territorio. Domande di salute, di sicurezza, di paure. Se il Presidente Napolitano è indignato per “la corruzione e per le squallide consorterie politiche”, il cittadino è portato alla disaffezione, a restituire i certificati elettorali, a non credere più. E se il cittadino non crede più, sparisce la politica e, con la politica, la comunità e, con la comunità, il Paese, anche la sola idea di Paese. Se Saviano tira da una parte e la Lega dall’altra, scompare la misura, la possibilità di con-dividere un pezzetto di terra, questo punto insignificante, eppure così tanto rumoroso e diviso, che rappresentiamo nel globo terrestre. È un tempo complicato, mediocre, mosso da interesse individualistico. Così proprio “non va!”.
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di Davide D’Alessandro
Luciano Lapenna, dopo quattro anni e quattro Giunte, ha fatto una scoperta. Ha capito che la gente vuole stare insieme e trovare occasioni di svago, soprattutto d’estate. Ha capito che se ricopi alla meno peggio una “Notte bianca”, come si fa in ogni anfratto d’Italia, puoi mettere insieme diverse migliaia di persone e creare un movimento che scuota una città addormentata, al suo minimo storico di presenze turistiche. Vasto, a pochi giorni dalla fine di luglio, è clamorosamente vuota. La “Notte bianca” è un episodio che serve a indicare una rotta, a programmare una stagione turistica, la prossima, di rilancio, a capire che le risorse finanziare orientate al turismo devono rappresentare la prima voce del bilancio, staccando di gran lunga tutte le altre. Vasto, da giugno a settembre, deve vivere giorni bianchi e notti bianche, dev’essere luogo di attrazione, deve accogliere e non respingere, deve diventare terra in grado di sconvolgere chi arriva, di farla restare, perché sono tante le possibilità creative della nostra terra, in attesa di strutture che vanno pensate e realizzate in fretta. Prima della grande crisi economica, quando Berta filava, i turisti riempivano Vasto come riempivano tutte le località; ora, in piena crisi, l’utente è estremamente selettivo ed esigente; se hai poco da offrire, si reca altrove e più non torna. Ben venga la “Notte bianca” ma, da sola, non ha la forza per salvarti dalla decadenza. Occorre un piano strategico di rilancio, occorre destinare i soldini dove servono e non sperperarli per mille, inutili, rivoli. Occorre, sia detto con chiarezza, un’altra Amministrazione che impieghi ore e non anni a capire la vocazione e il destino della nostra amata città.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Non vorrei farla troppo lunga (so che lui non gradirebbe), ma quando ho saputo della morte di Luigi De Marchi (nella foto alla sn. di Musatti) ho pensato alla libertà. Perché Luigi prima ancora di essere psicologo, politologo e saggista di valore, è stato un uomo libero, autenticamente libero. Fin dal primo incontro, nella sua casa romana di via Moroni, alle tante telefonate, mi ha sempre parlato della libertà. Di noi, diceva, che siamo liberi e la paghiamo quotidianamente la nostra libertà, e di loro, che non lo sono, che non vogliono esserlo, eppure ce la invidiano, ce la rimproverano. Era un solista, Luigi, come recita il titolo di uno dei suoi libri. Voleva scrivermi due righe di dedica, ogni volta, forse per lasciare un segno, quando non un richiamo o una speranza. Aveva capito, prima di tanti altri, che il cancro annidato dentro il paese nomato Italia, è la distanza siderale tra produttori e burocrati, tra chi produce, anche pensiero, e chi fa finta, con uno Stato perennemente schierato con i secondi. Di Rivoluzione Liberale parlava Luigi De Marchi quando Berlusconi portava ancora i calzoni corti, quella Rivoluzione tante volte promessa, dal lontano 1993, e mai mantenuta. Gli uomini come De Marchi se ne vanno, ma i problemi restano. Restano perché quegli uomini li hanno pensati, sollevati, dedicandoci la vita. Toccava e tocca ad altri risolverli. Ma le buone battaglie, se sono state combattute con passione, non sono mai state perdute. Non ha perso De Marchi. È questo Paese che continua a perdere e non lo sa. O fa finta di non saperlo. Un paese di coristi e di direttori d’orchestra. Da ieri con un solista in meno. Uno degli ultimi rimasti.
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di Davide D’Alessandro
In un anno il 6,3% in meno di lavoratori giovani. Diminuisce del 2,5% anche l’occupazione di immigrati. In difficoltà i nuclei con il capofamiglia impiegato in fabbrica. Il loro tasso di povertà è aumentato dell’1%. Le cause: i licenziamenti delle piccole imprese al Sud e al Centro, la riduzione del reddito dovuta alla Cig al Nord. Oltre 1 milione 700mila i bambini nella morsa dell’indigenza. Fanno parte di famiglie numerose, che hanno le maggiori difficoltà ad uscire dalla soglia di povertà. I piccoli costretti sotto un tetto indecente. I genitori accumulano debiti e non riescono a garantire i beni essenziali. I non autosufficienti in Italia sono 2,6 milioni. Una famiglia su dieci ha in casa un anziano o un disabile, un numero che crescerà esponenzialmente in futuro. Sono alcuni dei dati forniti dalla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale e commentati ieri dal quotidiano “Avvenire”. Dati da brivido, soprattutto se consideriamo l’assenza di una guida, l’assenza di una politica impegnata in altre questioni. La grave crisi economica, che ha colpito l’intero continente europeo, anche da noi aggredisce le famiglie numerose, gli operai e i giovani. Ma mentre queste categorie soffrono e altre stanno per essere attratte nella spirale della miseria, noi discettiamo su Pd e Pdl, sulle intercettazioni, sulle lotte intestine tra galletti, sulla laurea della figlia di Berlusconi. “L’Italia finisce, ecco quel che resta” non è soltanto il titolo di un libro di Giuseppe Prezzolini. È una realtà amara che dovrebbe sconvolgere il nostro modo di pensare e di agire, il nostro modo di essere. Il nostro modo di fare politica. Tocca alla politica dare le risposte. Se riuscisse a porsi almeno le domande.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

La disoccupazione dei figli è tripla rispetto a quella dei padri. Non lo dice “Alleanza per Vasto”, ma il Cnel con il suo “Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010”. Il pil del Mezzogiorno scende più di quello nazionale e la disparità con il Nord rischia di diventare socialmente incolmabile. Non lo dice “Alleanza per Vasto”, ma lo Svimez. Continuano, per dirla con Battisti, le discese ardite della nostra povera Italia, mentre le risalite saranno durissime se e quando arriveranno. Di fronte a dati impietosi che evidenziano il declino inarrestabile del Paese, la classe politica discute da mesi sulle intercettazioni, sui rapporti di potere tra Fini e Berlusconi, Lo psichiatra Vittorino Andreoli, quello con i capelli tutti per aria, quello che pensi sia il folle e non il medico di fama che è, in un articolo sul “Corriere”, dedicato a una società al minimo, ha scritto: “È come se in un reparto di rianimazione, per un paziente in serio pericolo di vita, con la respirazione artificiale, si chiedesse un odontoiatra per trattare il secondo molare di destra cariato o come se di fronte ad un moribondo sulla strada ci si preoccupasse del suo colesterolo fuori norma”. Ecco, il Paese sta morendo e noi discutiamo di colesterolo. La stessa sensazione che abbiamo a Vasto, una città in caduta verticale da anni, dove manca un sussulto, una spinta, un progetto per invertire la rotta e cominciare la risalita, dove ci apprestiamo a vivere una notte bianca inventata all’ultimo momento, mentre la notte rischia di essere infinita. Per noi e per i figli, per i quali è già domani. Senza domani.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Mi scrive la signora Carla: “Caro D’Alessandro, non c’è un solo vastese che sia contento degli ultimi nove anni di amministrazione comunale. Perché i politici responsabili, in vario modo, degli ultimi nove anni non vogliono capirlo? Occorre davvero un grande cambiamento. Io non so se voi di Alleanza per Vasto riuscirete a darcelo, ma non vedo altro, per ora, all’orizzonte. Andate avanti. Nel mio piccolo, tre voti, vi sosterrò”. Saranno quei tre voti, cara signora, a farci vincere. Nel senso che sommati agli altri decreteranno la fine degli ultimi nove anni, dieci nel 2011, e sanciranno una nuova prospettiva per la politica vastese. Non perché siamo più bravi, non perché abbiamo ricette magiche, ma perché abbiamo compreso, prima di altri, che occorre rompere la spirale della solita classe. A Vasto, come a Roma, i politici sono interessati a stare in classe, dove per cinque anni il capoclasse lo fa uno che si dichiara di Destra e per altri cinque uno che si dichiara di Sinistra. Scrivo si dichiara, perché la Sinistra e la Destra, quelle vere, sono state archiviate da tempo. Ci ha pensato la Storia a farle tacere per sempre. Lei pensa che Bersani sia di Sinistra? E Berlusconi di Destra? Lapenna di Sinistra e Tagliente di Destra? Solo Forte ha superato se stesso, presentandosi al Congresso dell’Idv con le testuali parole: “Noi di Sinistra…”. E non aveva affatto bevuto! Era molto sobrio e lucido, anche se il caldo avrà fatto la sua parte. La verità è che dobbiamo formare nuove classi, con nuovi alunni e nuovi capoclasse. Questi signori, da decenni e non da dieci anni, sfruttano rendite di posizione, una stanchezza cronica del cittadino, la disaffezione politica in clamoroso aumento. Si ripropongono sempre loro e non possono che essere eletti sempre loro. Alleanza per Vasto darà la possibilità ai vastesi di eleggere una nuova classe per scrivere insieme una nuova e grande storia CIVICA. Senza la finta Destra, senza la finta Sinistra.
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di Davide D’Alessandro
Convinto che sia importante parlare di me, anche male, non pensavo di meritare persino l’attenzione di Elio Bitritto, spero non per conto terzi. Un pezzo duro, quello di sabato scorso su “il Grillo”, con attacchi personali al di sotto della cintola, dove però trova, a suo danno, due corposi respingenti. Ha paura di morire, Elio Bitritto, insieme alla Destra e alla Sinistra, i due ubriachi del secolo scorso che si reggono a stento mentre il mondo va altrove. Ha paura di “Alleanza per Vasto”, Elio Bitritto, perché sa che dove comincia la nuova e grande storia CIVICA, lui finisce, insieme ai finti camerati e compagni di cordata. Parla di due scatole vuote, Bitritto. Di un Pd mai nato e di un Pdl corrotto, dalla testa ai piedi, inservibile ormai per la rivoluzione liberale tanto attesa, tanto promessa e mai arrivata. Ha paura della Madonna, Bitritto, perché rispetto al partito parentale e dei giovani a sovranità limitata, Alessandra ha il volto fresco della fierezza e dell’autonomia, il volto della rigenerazione politica. Bitritto, mentre ricorda mal(destra)mente che ho confidato in Peppino Forte (in realtà chiesi la convocazione, mai ottenuta ma ancora attuale, di un Consiglio Comunale Straordinario sulla Sicurezza), che ho sostenuto Luciano Lapenna, dimentica che ho fatto altrettanto con Luciano D’Alfonso alle primarie e con Giuseppe Tagliente alla Regione, ritenendo che fosse ancora un ottimo rappresentante della nostra città. Ho sostenuto gli uomini, apertamente, senza guardare le tessere e le appartenenze. E mai per conto terzi. Hanno vinto tutti. Evidentemente, porto fortuna. Li ho appena sfiorati e hanno vinto. Forse Bitritto ha paura che possa vincere anche Del Prete… Poi, gli uomini talvolta deludono, ma soltanto Lapenna ha deluso. Non ho mai scritto una lettera a Peppino Forte perché mi appoggiasse al ballottaggio, come fece Tagliente nel 2006. Forte la cestinò. Come cestino io l’articolo di Bitritto, facendo finta di non averlo mai letto. La paura che desta “Alleanza per Vasto” fa novanta. Destra e Sinistra, ancora una volta unite, vogliono impedirne l’affermazione. Ma ApV si è già affermata nel cuore dei vastesi, di chi vuole un cambiamento radicale, autentico, profondo della classe politica locale, di chi non crede più alle tante sigle di partito che si sono succedute, a Destra e a Sinistra, nell’ultimo ventennio per prendere in giro milioni di italiani. Come mutare sempre d’abito, il più nuovo possibile, tenendo la mutanda perennemente sporca. Ma la puzza, a Destra e a Sinistra, è divenuta insopportabile. Va cambiata immediatamente.
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di Davide D’Alessandro
Non solo alcuni partiti, ma migliaia di vastesi si lamentano da anni per la condotta dell’Amministrazione Lapenna. Tutti sanno che non è riproponibile, eppure soltanto “Alleanza per Vasto” lavora da tempo per scrivere una nuova e grande storia CIVICA. Quanti mugugni, quanti malumori, quante critiche dentro e fuori la maggioranza! Tuttavia, resiste un vizio antico: la certezza di poter sostituire Lapenna senza modificare il quadro. A noi, invece, interessa modificare il quadro. Non siamo arrivati per cambiare Lapenna con un altro, così come Pietrocola fu sostituito da Lapenna. Vasto ha bisogno di un processo rigenerativo della politica locale senza precedenti. Il processo rigenerativo non lo si costruisce dopo il voto, ma prima, cioè adesso. Prima delle liste, prima della corsa. Adesso occorre avere uno sguardo nuovo proiettato sul futuro. Adesso occorre puntare la propria passione, il desiderio di assistere da vicino al rilancio della propria città. E in tanti lo stanno facendo, ma non basta. Ci sono sacche che resistono al mutamento, alla novità, al pericolo che la propria rendita di posizione possa svanire. Nessuno può esimersi dal sognare un’altra Vasto, dal fare qualcosa per vedere un’altra Vasto. Dopo le critiche, arriva il tempo della decisione, dell’assunzione di responsabilità. Andare da Destra a Sinistra non ha prodotto frutto. Andare da Sinistra a Destra non produrrà frutto. Perché le due scatole sono vuote; le due storie, Pd e Pdl, mai nate. Due clamorose bufale. Tocca a ogni cittadino vastese sposare con fiducia il progetto di “Alleanza per Vasto”. Per abbandonare le delusioni e aspirare al rilancio. Rilanciamo Vasto. Rilanciamola, non ricostruiamola. Chi vuole ricostruirla, in parte ha contribuito a distruggerla.
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NOTA
100 milioni di vecchie lire! Tanto costa il libro “Vasto: Storia di una Città”. Dai 60 milioni del ’92 ai 40 dell’Amministrazione Lapenna, prelevati inspiegabilmente dal Fondo di Riserva. Dopo la denuncia di “Alleanza per Vasto”, lo sconcerto di tanti cittadini.
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Se togliamo le difese indifendibili di Nicolangelo D’Adamo e Fabio Giangiacomo, nessuno dentro la maggioranza se la sente di spendere una sola parola per l’ennesimo atto di sperpero di denaro pubblico. Il comunicato di “Alleanza per Vasto”, firmato da Davide D’Alessandro e Francescopaolo D’Adamo, è di una chiarezza assoluta, però riteniamo sia d’obbligo formulare alcune domande sperando che trovino una qualche risposta:
1) Per i 60 milioni percepiti nel 1992, i Proff. Costantino Felice e Gianni Oliva quando hanno scritto il lavoro?
2) Perché i sindaci Tagliente e Pietrocola, che succedettero a Prospero, pur così attenti alla Cultura, non chiesero conto ai due autori del lavoro e non pretesero la pubblicazione del libro?
3) La Storia che a breve vedrà la luce sarà firmata soltanto dal Prof. Costantino Felice? Se sì, perché?
4) Il Prof. Gianni Oliva, dopo aver percepito 30 milioni (la metà di 60), ha prodotto qualcosa?
5) La Storia che a breve vedrà la luce si ferma al 1992 o giunge fino ai giorni nostri?
6) Perché si è deciso di prelevare i 20 mila euri dal Fondo di Riserva?
7) Perché si è deciso di affidare la cura del volume all’Editore Donzelli e non a un Editore vastese?
È ovvio che all’uscita del volume saremo irreprensibili nel verificarne ogni singola parte, pur essendo certi, data la professionalità degli autori, che non saranno riciclati lavori già utilizzati per altre pubblicazioni.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Il mio caro amico Giovanni Spinelli (pseudonimo creato da me qualche anno fa) mi ha ricordato un libro di Carmelo Bene dal titolo: “Sono apparso alla Madonna”, non potendo, per motivi di delirio d’onnipotenza, accadere il contrario. Del resto, quando a Bene fu rivolta una domanda su Dio, rispose sorpreso: “Non puoi chiedere a Dio di Dio”. Ma il titolo di Spinelli faceva riferimento al volto nuovo della politica vastese: Alessandra Madonna, 23 anni, a ottobre una laurea in “Scienze e tecniche psicologiche e sociali della comunicazione e del marketing”. Capito, che roba? Questa ragazza è appena diventata coordinatrice di Api a Vasto e fa già tanto parlare di sé. I cittadini vastesi sono entusiasti perché annusano il nuovo, la freschezza, l’energia che emana. Odora di bucato, direbbe Montanelli. Chi imperversa da decenni dentro la macchina infernale del potere, ne ha paura, vaneggia di veline e quant’altro pur di denigrare, di screditare. Ma Alessandra, fiera di sé, procede e conquista consensi. È apparsa ma ha anche parlato e detto: “Mi impegnerò in maniera concreta per riavvicinare alla politica i ragazzi come me A loro posso essere molto più vicina rispetto a tante altre persone che la fanno da tempo. Spesso ai giovani si danno false illusioni. Ci metteremo a lavorare per loro da domani stesso”. E ha cominciato a lavorare perché l’appuntamento del 2011 è di importanza capitale per la nostra Vasto. C’è in gioco il futuro e un nuovo modo di amministrare. C’è in gioco il rilancio di una città e di una comunità sfiduciata. Che crede sempre meno, che non crede più. Essere credibili è l’impegno di “Alleanza per Vasto”. L’ho detto ad Alessandra. Mi ha risposto: “Lo siamo. Lo saremo”. Io credo, caro Spinelli. Credi anche tu. Credete anche voi, lettrici e lettori. Nulla, dal 2011, sarà più come prima.
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