Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 03 dicembre 2008
Peppino Caldarola ha scritto un sapido articolo sulla rivalità fra D’Alema e Veltroni. “Si detestano, dice. L’uno pensa che l’altro sia un incapace gonfiato dai media (tesi di Massimo), l’altro racconta che il suo rivale è un politico di vecchio conio (tesi di Walter)”. Inoltre, il primo teme che il secondo lo voglia eliminare dalla scena politica e, come se non bastasse: “Pensa che la strategia di Veltroni, dissipatore degli alleati, conflittuale oltre ogni soglia con Berlusconi, fomentatore di agitazioni scomposte, può portare la sinistra oltre ogni sconfitta immaginabile. D’Alema si è fatto due conti e ha capito che con il partito veltroniano la sinistra non andrà mai più al governo”.
Si tratta di opinioni e ognuno ha il diritto di diffidarne. Tuttavia l’idea del politico di Gallipoli è molto condivisa. Al punto che il problema è: Veltroni conviene più al centro-sinistra o al centro-destra?
Se infatti fosse vera la previsione negativa; se Walter fosse veramente il mutevole e inconsistente sprovveduto che sembra, se fosse il “sognatore con gli artigli” di cui parla Caldarola, il centro-destra potrebbe dormire fra due guanciali. Quegli artigli mollicci fino ad ora hanno straziato più la sinistra che la destra. Ma sarebbe veramente un vantaggio?
La situazione del Pd sarebbe confortante per gli avversari se non fosse che nulla è eterno in politica. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Andreotti, ed aveva ragione. Ma esso logora i governi. Se sono al comando per molto tempo, perfino quando si comportano bene, provocano una crisi di rigetto. E bisogna sempre pensare al ritorno dell’opposizione.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’alternanza è divenuta la regola anche in paesi di recente tradizione democratica come la Germania, la Spagna e l’Italia. Nemmeno De Gaulle, che pure è stato un autentico salvatore della patria (due volte), è sfuggito alla regola. Alla fine i francesi hanno votato contro un provvedimento da lui proposto pur sapendo che, se dicevano no, il Generale sarebbe andato via.
Qualcuno potrebbe obiettare che proprio gli italiani hanno subito la Democrazia Cristiana per un’eternità. Dunque potrebbero sopportare per decenni il berlusconismo. Ma questo è inverosimile. A parte l’insostituibilità di un personaggio come il Cavaliere, la Dc ha avuto una vita così lunga solo perché, senza di essa, avrebbero vinto i comunisti. Oggi invece essi non costituiscono più una minaccia. Prova ne sia che, una volta ottenuta la vera libertà di voto, gli italiani l’hanno esercitata con voluttà. Si sono stancati velocemente di qualunque governo e addirittura hanno fatto cadere prima della scadenza naturale il primo governo Berlusconi e il secondo governo Prodi. Dunque non è realistico sognare che la sinistra non vada più al potere. Si può solo – e si deve - cercare di capire come sarà. Se, pure avendo programmi discutibili, fosse rappresentata da persone intelligenti, potrebbe fare in concreto il bene del paese. Se invece si incarnasse in persone sciocche o inconsistenti non potrebbe che far male, anche ad avere ottime idee ed ottime intenzioni. E tornerebbe subito all’opposizione.
Chi ama l’Italia non può desiderare che il Pd continui ad essere guidato da Veltroni. Per giunta da un Veltroni ipnotizzato da un Masaniello caricaturale. La sua presenza conviene solo al centro-destra, ma solo nell’immediato. In prospettiva c’è invece da sperare che l’opposizione sia guidata da un politico più efficace, perfino più cinico, persino più irritante, come D’Alema che, a dirla tutta, è un uomo odioso: ma è un uomo.
Anche se rimane lecito sperare che l’alternativa non sia secca. Che appaia un leader nuovo, capace di coagulare intorno a sé un partito rinnovato, veramente moderno e veramente democratico. E di condurlo alla vittoria.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.itIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
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Un nuovo Patto per la Legalità
Scritto da Alessio Di Carlo
giovedì 15 maggio 2008
...Che il 13 aprile si sia consumata una vera e propria rivoluzione nel panorama politico italiano è ormai chiaro a tutti: non tanto (o non solo) per il risultato che è venuto fuori dalle urne ma, soprattutto, per il clima insolitamente civile in cui s’è svolta la campagna elettorale e quello altrettanto costruttivo che – fatta eccezione per Antonio Di Pietro – sembra prepararsi in questi giorni in Parlamento. Se, dunque, sembrano maturi i tempi per superare la contrapposizione tra anti e pro di vario genere, per mettere da parte il clima da eterna guerra civile strisciante che da Mani Pulite in poi ha attraversato il Paese, è forse giunto il momento di ristabilire un ordine logico e di buon senso nell’approccio con cui le opposte fazioni si sono fino ad oggi accostate al tema della Giustizia.
Era il tempo in cui ai cosiddetti giustizialisti si contrapponevano i cosiddetti garantisti: considerati spregiativamente irriducibili del cavillo giuridico quando non addirittura amici e collusi con i farabutti, quest’ultimi hanno finito per rappresentare la voce critica e mal digerita che, da sola, si è contrapposta allo straripante potere del partito dei magistrati dall’inizio degli anni 90 in poi.
La nuova stagione che sembra essersi avviata lascia sperare che possa superarsi questa contrapposizione che, persino dal punto di vista strettamente terminologico, sembra davvero fuor di luogo. E’ da auspicare, dunque, che al termine ‘garantista’ riesca finalmente a sostituirsi quello di ‘legalitario’.
Già, perché altro non è, il tanto vituperato ‘garantista’, se non un intransigente assertore della supremazia della legge, della necessità che – comunque– sia la legge il punto fermo da cui partire e verso il quale approdare.
Pretendere che l’indagato sia - non solo considerato - ma trattato da innocente (ché tale è) altro non è che pretendere che sia data attuazione al principio di presunzione di innocenza.
Principio di legalità e quello di certezza della pena, legati tra loro, sono i principi cardine posti a base dell’ordinamento liberale. Principi che non ammettono eccezioni, che non tollerano ammorbidimenti, nemmeno quando tanto rigore dovesse risolversi in un ipotetico vantaggio verso chi si considera (o si pretende) colpevole.
Ciò che sembra una banalità (poiché è del tutto evidente che proclamandosi legalitari nessuno avrebbe l’ardire di dirsi illegalitario!), può risultare meno scontato prendendo ad esempio casi come quello dell’indulto recentemente approvato dal parlamento nonostante le ferma avversione delle ali giustizialiste di entrambi gli schieramenti
Ebbene, se in un’ottica giustizialista l’indulto non ha da essere, al giudizio opposto deve giungere chi crede, come il legalitario, per l’appunto, che il principio costituzionale che prevede il diritto del detenuto alla rieducazione non debba patire eccezioni.
Che i detenuti italiani vivano in condizione di illegalità permanente – costretti a condizioni di detenzione non conformi alle previsioni della legge in termini di affollamento, condizioni igieniche e sanitarie ecc. ecc. – è un dato di fatto.
Tollerare il protrarsi di questa situazione, tanto per fare un esempio, vuol dire, semplicemente, collocarsi al di fuori della legge: condizione che il ‘legalitario’, a differenza del giustizialista, non può accettare.
Tolleranza zero, dunque: ma non in nome di un cinico e bieco rigorismo ma, più semplicemente, nel nome della legge: di quella legge che ‘certa’ deve essere per realizzare in concreto il cardine principale dello stato liberale di diritto.
Su queste basi potrà misurarsi il confronto tra maggioranza e opposizione parlamentare, con l’auspicabile stipula di un inedito “Patto per la Legalità” a cui tanto le forze di maggioranza quanto quelle di opposizione dovrebbero informare l’iniziativa e l’attività politica e amministrativa degli anni a venire per realizzare quel paese che - non sarà forse “normale” come negli auspici di alcuni -ma certamente “legale” come nelle aspettative di tanti altri.
Da: www.giustiziagiusta.info
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Ministri (in)competenti?
Scritto da Davide Giacalone
martedì 13 maggio 2008
...Discutendo della qualità dei ministri, dei loro personali meriti, si dimostra di aver capito poco di quel che succede. Sartori, che li ha definiti tutti incompetenti, salvo tre, è completamente fuori bersaglio. Molti dei nuovi ministri, in effetti, sono sconosciuti ai più ed il loro nome non si lega a memorabili battaglie nel settore che ora governano. Ma questo significa poco, perché è il presidente del Consiglio che se li è scelti, è su di lui che ricade la responsabilità politica e questo prevede la Costituzione. Diventare ministri non è un concorso a titoli, ragion per cui la maggioranza non cada nel ridicolo di far osservare che sono laureati. Infine: il fatto che qualche ministro abbia alle spalle esperienze nel mondo dello spettacolo dovrebbe scoraggiare i saggi dal farne motivo di dileggio, giacché un tale che faceva l’attore (mediocre) fu un buon governatore della California ed un grande presidente Usa.
Il dato rilevante è un altro: la squadra governativa non è composta, mediamente, da personale con forza politica propria. Detto in modo diverso: molti non hanno conquistato l’incarico, ma lo “devono” a chi li ha nominati. Oggi come ieri, difatti, capita che il ministro si domandi di cosa s’occupa il proprio dicastero, dopo essersi seduto sulla sedia più alta. Ma ieri occorreva forza propria, per portare in alto la propria incompetenza, mentre oggi si sale su un ascensore chiamato da altri. Ieri chiedere il “governo dei tecnici” era un modo, illogico, per reclamarne l’indipendenza dai ras di partito. Oggi si vorrebbero ministri “pesanti” per arginare il potere di Berlusconi. Non dismettendo i riflessi condizionati dell’antiberlusconismo si finisce col non comprende che si è realizzata una riforma costituzionale di fatto, consegnando maggiori poteri al presidente mediante un minor peso politico dei ministri. La forza politica, così, sopperisce alla debolezza istituzionale. Il guaio è che alla lunga non regge, perché c’è anche la forza dei fatti, degli interessi e dei problemi.
Occorre, allora, che si dia forma costituzionale al maggior potere del capo del governo, senza danneggiare lo stato di diritto. Questo sarebbe un lavoro utile, non lo sdottoreggiare sulle presunte (in)capacità altrui, cercando di rimpiattare la propria tenace inattitudine a capire.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero
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Il Travaglio dell'informazione
Scritto da Paolo Della Sala
lunedì 12 maggio 2008
...
Vorrei parlare di due temi:
1- il quadro attuale (televisivo);
2- il quadro da formare (liberalizzazioni, apertura del mercato pubblicitario su carta);
il primo punto di discussione ha il volto di Marco TRAVAGLIO ieri sera a Il tempo che fa di Fabio Fazio (con la Litizzetto da 1,8 milioni di euro all'anno di entrate), il quale ha definito "meno di muffa e di un lombrico " il presidente della Camera. Di Marco Travaglio ad Anno zero, l'altro giorno. Di Crozza che bacia Bersani al termine di un'intervista in ginocchio, sempre ieri sera. Di Corradino Mineo (zero reddito negli elenchi di Visco) ieri sera che fa uno special su Rai TG24 sulla Fiera del Libro di Torino, quasi senza contraddittorio, tutta dalla parte dei palestinesi. Di Giovanni Floris che continua a fare l'agit prop. De Il tempo che fa di questa sera, che ospiterà il Gino Strada di Emergency, bravo medico ma pessimo ideologo.
Diciamolo chiaro: la stampa italiana televisiva non si è accorta del nuovo '68, del 2008.
Fanno finta di nulla, ospitano i soliti opinion leader massacrati dalle opinioni degli elettori, e questi continuano nel loro tentativo di lavare il cervello su argomenti demagogici e razzistici (su Israele e gli USA e -guarda caso- tacendo su Hezbollah). Colpendo i più giovani, lavorando nelle scuole, cercando di distrarre l'attenzione dei cittadini, riportandoli all'eterna discussione ideologica dovuta alla decomposizione del corpo ideale della sinistra, in putrefazione per colpa della discrepanza macroscopica tra ciò che si dice e ciò che si è (qualcosa di simile a ciò che successe al papato, nel tempo della Riforma).
L'attribuzione del dibattito politico su un piano pluralistico è fondamentale. Porta a porta e Matrix hanno una funzione generalista, e pertanto non riequilibrano il segmento delle trasmissioni di informazione politica.
Serve almeno una nuova trasmissione politica, incentrata sull'economia e sul libero mercato in chiave liberale o lib-con. Poi continuino pure i tardo marxiani a trasmettere e pontificare: siamo in uno stato libero.
Per ottenere questo risultato è importante fare una campagna stampa seria e insistita.
Il secondo punto si sintetizza in breve. Se vogliamo limitare il finanziamento dello Stato alle piccole testate giornalistiche, dobbiamo fare una sola cosa, per evitare che la cosa si riduca all'ennesima monopolizzazione pro soliti gruppi: RCS, Sole24ore, Espresso-Repubblica, Mondadori...: liberalizzare il mercato pubblicitario, che ora è nelle mani di pochissimi soggetti. Nel caso contrario i tardo comunisti non avrebbero la possibilità di avere un loro giornale, e ciò non è del tutto giusto. Idem per altre componenti politiche, storiche o nasciture. Tutto deve passare attraverso la restituzione delle pari opportunità a tutti i soggetti. E' probabile che il finanziamento alla piccola stampa debba continuare finché non ci saranno risultati apprezzabili dalla liberalizzazione nel settore della carta stampata...
Da:http://leguerrecivili.splinder.com
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Da “ L’uovo di giornata” de L’Occidentale
Il governo ringiovanisce, i giornali invecchiano (e inacidiscono)
La vera novità del IV esecutivo Berlusconi è la profonda svolta generazionale. Un numero importante di Dicasteri è ricoperto da giovani, addirittura trentenni. E fra questi anche un portafoglio essenziale come quello di Guardasigilli.
Questa invece di essere apprezzata e analizzata come un segno profondo della svolta elettorale di aprile è invece letta dai maggiori quotidiani nazionali, con occhi distratti. All’analisi si sostituisce l’ironia dei paginoni zeppi di fotografie e notazioni di costume, dietro le quali vi è tutta l’inconsistenza e incapacità critica del nostro giornalismo, (vedi il glorioso Corriere di oggi, tra tutti) Un giornalismo che si è riempito la bocca per anni di lotta alla gerontocrazia, salvo poi divenirne, oggi, il più solido e agguerrito baluardo.
E’ questo un problema poiché un Governo che si propone forte e di legislatura, fatto anche di persone che devono consolidare la propria esperienza, ha bisogno di una stampa attenta, critica, sui fatti, che ne incalzi l’azione e non si perda in inutili pettegolezzi. Alle giovani leve del nuovo Esecutivo spetta un’apertura di credito, non un credito incondizionato, ma certo non questo rumoroso cicaleggio che occupa pagine che più utilmente dovrebbero essere dedicate all’analisi dell’evoluzione della nostra società, di cui una volta di più, il quarto potere si mostra incapace.
Fino a quando gli editori dei giornali - che continuano a perdere lettori e copie vendute -potranno sopportare una gestione così miope di strumenti tanto essenziali per la vita democratica di una società pluralista? Forse anche qui è venuto il momento di una svolta generazionale.
Livio Gallarati
08 Maggio 2008
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Carlo Marcelletti
Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 07 maggio 2008
A Palermo è stato arrestato il chirurgo Carlo Marcelletti, un mago degli interventi sui bambini, per una serie di reati che si riassumono in uno: avrebbe sfruttato la propria meritata fama per farsi dare soldi dai genitori. Nel caso le accuse fossero provate, non si potrebbe che esprimere soddisfazione: chi lucra poco onestamente sul dolore altrui merita di essere punito.
Ma qualche altra considerazione è pure possibile; e la si può esprimere con un apologo.
C’era una volta un regno dominato da un sovrano assoluto. Un uomo estremamente per bene, moralissimo, inflessibile. Un vero esempio per la comunità. Non solo non tollerava la disonestà, negli impiegati della corona e nei semplici cittadini, ma pretendeva pure un notevole livello di etica sessuale. Vietava i film con scene audaci, non permetteva la pubblicazione di romanzi “immorali”, aveva perfino reintrodotto il reato di adulterio. Purtroppo è impossibile modificare la natura umana e moltissimi non tenevano conto di queste leggi. Continuavano a passarsi sotto banco videocassette hard, libri dal contenuto irriferibile, e l’industria delle corna divenne solo più prudente. Serpeggiava poi un così profondo scontento, che quando il re morì, per un ictus cerebrale improvviso, molti emisero sottovoce un sospiro di sollievo. C’era qualche possibilità che il figlio fosse diverso.
La realtà andò oltre le loro speranze. Non appena sul trono, il giovane abolì il “codice etico”. Tutti potevano fare ciò che volevano ed era solo vietato dare scandalo. Dopo un breve periodo in cui “l’immoralità” esplose, tutto si stabilizzò. Tutti sapevano che se c’era una lampadina rossa, alla porta del cinema, il film era pornografico: e chi si scandalizzava dopo faceva ridere. Lo stesso per le riviste con la fascetta rossa o i libri marcati “A” (adulti). Con queste minime precauzioni, tutti vissero meglio e ci fu meno gente nelle carceri. Addirittura diminuirono i crimini sessuali.
Il senso del racconto è che non si possono reprimere gli istinti fondamentali dell’uomo: e fra questi c’è l’amore per il guadagno. Quando dunque lo Stato dà lo stesso stipendio a uno che è arrivato a divenire chirurgo quasi per miracolo, e a un luminare del bisturi, pone in essere una situazione contraria alla natura umana. E non ci si deve stupire se il grande medico, sia pure in maniera illecita, cerca di farsi compensare in modo adeguato al proprio livello. È disonesto, certo. Ha firmato un contratto con lo Stato e non lo onora, certo. È spregevole perché si fa forte dell’ansia che ha ciascuno per la salute propria e dei suoi cari: e chi lo nega? Ma è largamente prevedibile. Così come è prevedibile che, se in una città di mare si crea un porto, aumenterà il numero delle prostitute.
La soluzione non è quella di mettere in galera i Marcelletti (se colpevoli) o il cardiochirurgo siciliano Abate: è quella di limitarsi a rendere obbligatoria l’assicurazione contro le malattie. Nel momento in cui poi uno ha bisogno di un’operazione a cuore aperto, può ricoverarsi dove crede, seguendo le indicazioni di amici e parenti. E se infine sceglie la clinica dove opera il grande chirurgo internazionale, o perché crede di essere talmente importante da meritare l’assoluto meglio, o perché il suo caso è di eccezionale difficoltà, si vedrà chiedere qualcosa in più, senza violare la legge. D’altro canto, se c’è un solo chirurgo a quel livello, non potrebbe in nessun caso operare tutti.
Qualcuno obietterà che in questo modo il ricco sarà operato dal miglior chirurgo e il povero dal chirurgo ignoto del SSN. E la risposta è semplice: non è forse così già oggi? Non solo qualche grande professore chiederà un “pizzo” per operare personalmente, ma i ricchi possono anche andare a farsi curare in un altro paese. Qualcosa che i poveri non si possono permettere. L’errore sta a monte. La Sanità di Stato si fonda sul presupposto che tutti gli ospedali sono uguali, tutti i medici sono uguali, tutti i chirurghi sono uguali. E che le tasche di tutti gli utenti siano uguali. Ma ciò non è vero. E ci sarà sempre l’incontro fra l’avidità degli uni e la disponibilità a pagare degli altri.
Tutto ciò che si può fare, è lasciar operare il mercato. Bisogna mettere in concorrenza fra loro tutti gli ospedali e tutte le cliniche, in modo che, a parità di remunerazione, prevalgano i migliori. E in modo che, col denaro previsto per un dato servizio, l’utente possa farsi curare dove e come meglio crede.
giannipardo@libero.it
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Nuovo Governo: Silenzio, parla il Cav
Scritto da RDM20
giovedì 08 maggio 2008
Non si può dire altrimenti vedendo la lista dei ministri del nuovo governo. 12 con portafoglio e 9 senza. Varato alla velocità della luce, tanto da stabilire un nuovo record nella storia della Repubblica italiana. Certo il rinnovato spirito tra il Presidente Napolitano ed il Cavaliere fa venir voglia di iniettarsi insulina, ma nonostante tutto, per quel che conta, Berlusconi sembra essere tornato ai tempi d'oro: una maggioranza forte e tutto il potere che serve per dirigere il paese verso una nuova stagione. Quale sia poi, ancora non è appurato.
Quello che si nota è il primato netto del Cavaliere sugli alleati. Sia sulla Lega, forte delle sue alte percentuali alle politiche, e sia su AN, rinvigorita dalla vittoria su Roma. Chiaro sintomo che, di signori e di padroni, qua, c'è n'è uno solo. Non ci sono vice-presidenti, ma un solo sottosegretario a Palazzo Chigi. Quel Gianni Letta che, ora più che mai, è candidato ad essere l'ombra di Berlusconi. Il vero spin doctor e numero due del Cav IV.
L'impressione che balza subito agli occhi è che Silvio Berlusconi non si sia lasciato intimorire dai "colpi di testa" dei suoi alleati e, con una sinistra alla ricerca del "filo d'arianna" che la faccia uscire dal labirinto, il Cavaliere ha tutte le possibilità di manovra che il suo rinnovato potere offre. Senza alibi e senza scuse questa volta. "Stavolta non abbiamo scuse. Ci sono tutte le condizioni per fare. E se non faremo sarà solo colpa nostra. Se non faremo saremo travolti". Ed il Cavaliere, come da sue parole, non può rischiare di essere travolto. Come abbiamo sempre detto, Silvio Berlusconi vuole entrare di forza nella storia della nostra Repubblica, per finire in gloria al Quirinale. E' quello il posto che ha sempre voluto e desiderato e, per averlo, i passi falsi non saranno contemplati. La punizione sarebbe altrimenti esemplare per lui: niente fama, niente gloria e niente colle. Non se lo può permettere. Non vuole permetterselo.
Forse potevamo aspettarci qualcosa di più dai nomi che formeranno il nuovo governo, ma considerando i due anni di governo Prodi e le innumerevoli poltrone elargite a destra e a manca senza un minimo di criterio, forse il gioco vale la candela e, qualche rospo, si riuscirà ad inghiottire più serenamente. Ottimo Sacconi al welfare, molto meno la Carfagna alle pari opportunità. Bene Maroni agli interni e Tremonti all'Economia, un po' meno Bondi ai Beni Culturali. Coraggiose le scelte di giovani come Zaia alle politiche agricole e Gelmini all'Istruzione. Bossi alle Riforme e Rotondi all'Attuazione del Programma, lasciano un po' l'amaro in bocca ma, nella gestione della maggioranza forse, potevamo aspettarci anche peggio. Bene la grintosa Meloni alle Politiche Giovanili, mentre Fitto (Affari Regionali), Ronchi (Politiche Comunitarie) e Matteoli (Infrastrutture) sembrano più "oboli" che scelte ragionate. Alfano raccoglie la patata bollente del ministero della Giustizia. C'è da scommettere che il suo sarà il ministero peggiore da dover gestire. Vito (Rapporti con il Parlamento) e a nostro parere sprecato in questa posizione defilata, mentre Calderoli (Semplificazione Legislativa) esce parecchio ridimensionato dopo le voci dei giorni scorsi. La rossa Brambilla esce quasi di scena (un posticino da vice presidente alla Sanità sembra più che probabile) ed arriva al suo posto un Brunetta come outsider (funzione pubblica). La Prestigiacomo si dovrà accontentare del ministero dell'Ambiente (chi può fare peggio di Pecoraro Scanio?) e Frattini (ahimè agli esteri), La Russa (Difesa) e Scajola (Attività Produttive) chiudono il cerchio della compagine di governo con, e senza, portafoglio.
I segnali a breve termine che il governo saprà dare in "pasto" all'opinione pubblica saranno senz'altro importanti. Ma ancora di più sarà dimostrare la volontà delle scelte strategiche a lungo termine, quelle basilari di cui il nostro paese ha più bisogno. E' un percorso di guerra quello che attende Silvio Berlusconi ed il suo esecutivo. Gli italiani hanno dimostrato, mai quanto in queste elezioni, che senza risultati non si va avanti e la disfatta della sinistra, con untore Romano Prodi, ne è stata la conferma più lampante. Ci vuole poco per passare dalle stelle alle stalle e questo Berlusconi lo sa fin troppo bene. Ora c'è solo da lavorare e scegliere per il meglio. Per gli italiani e per il Paese.
A rileggerci
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Naziskin e bandiere israeliane
Scritto da Davide Giacalone
martedì 06 maggio 2008
Le graduatorie del crimine non hanno molto senso. Oltre tutto a Verona il ragazzo aggredito è morto e noi tutti speriamo che a Torino, dove degli estremisti manifestano contro al presenza d’Israele alla fiera del libro, nessuno si faccia male. Ma, posto che ai veronesi aggressori auguro il massimo della pena, avendo commesso il massimo crimine, sarebbe sciocco smarrire il senso delle differenze. I naziskin fanno schifo, ma non sono un pericolo politico. Sono pericolosi per chi vi si scontra, per chi esiste pacificamente, perché sono delle bestie borchiate, dei rincoglioniti violenti. Ma non sono un pericolo politico, giacché non sta né in cielo né in terra che essi possano avere un quale che sia ruolo se non quello d’incarnare i rifiuti sociali, l’abbandono d’ogni cultura, l’assenza d’idee, la vile forza dell’ovina appartenenza al gruppo.
Diversa la faccenda per i facinorosi che agiscono a Torino. Intendiamoci, anche qui sono pochi e vanno trattati per quel che rappresentano. Ingigantirne il ruolo significa far loro un piacere ed è sempre bene sottolineare che la quasi totalità della sinistra li prende in considerazione solo per condannarli. Però l’avversione ad Israele e l’antiamericanismo sono sentimenti presenti in varie parti del mondo, fanno parte di una rete che ha spessore politico, possono produrre e portare male. Hanno, insomma, la potenzialità per creare problemi seri, pertanto meritano una condanna politica che non solo prescinde, ma deve essere di forza maggiore rispetto ad eventuali faccende penali.
Si deve, infine, resistere alla sciocca tentazione di prendere questi rifiuti e tirarseli appresso, rimproverandosi per vicinanza politica. Per intenderci: non ha senso mettere nel conto della sinistra i torinesi, od in quello della destra i veronesi. Anzi, si dovrebbe semmai suggerire ai due gruppi di considerarsi con maggiore, vicendevole rispetto. In fondo sono entrambi razzisti ed antisemiti. Potrebbero utilmente parlarne, in una galera od in un manicomio.
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Il 16 dicembre 2006 si è tenuto a Vasto il 1° Convegno di Polis, dal titolo "Le città democratiche: quale futuro?".
Ecco il programma:
Saluti del Sindaco di Vasto
LUCIANO LAPENNA
Perché Polis? Tra Partito e Democrazia
DAVIDE D'ALESSANDRO
Quale Partito democratico?
LUCIANO D'ALFONSO
Il senso della città. Vasto-Pescara: la porta culturale dei Balcani
LUIGI MUROLO
Conclusioni
NICOLANGELO D'ADAMO
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