PIU' FAMIGLIA, CIOE' PIU' LIBERTA' 
di GIANTEO BORDERO

In famiglia si nasce, in famiglia si ritorna e si vive, in famiglia si genera. La famiglia è il luogo della memoria e delle radici, di una storia che ci ha preceduto e che ci raggiunge, storia di legami, di fatiche, di valori e tradizioni. La famiglia è il luogo della maturità post-adolescenza, lo spazio dell'essere uomini a tutto tondo, uomini che nel qui ed ora accettano la responsabilità a cui tutte le cose grandi, come il matrimonio, rimandano. La famiglia è il luogo della generazione, il tempo in cui l'amore fruttifica e si dilata nel volto del figlio. La famiglia è, dunque, il punto in cui s'incontrano passato, presente e futuro, in cui passato, presente e futuro si connettono l'uno agli altri. Un punto che ingrandisce e diventa cerchio, diventa trama di rapporti e di legami, diventa comunità, società, civiltà.

«Non è bene che l'uomo sia solo», afferma la Bibbia. E con questo è già detto tutto: il significato della famiglia e, per scendere alle cose d'attualità, del Family Day di piazza San Giovanni a Roma. «Non è bene che l'uomo sia solo»: la solitudine non costruisce nulla. Solo la relazione, solo l'apertura al «tu», solo l'amore genera, in tutti i sensi. «Non è bene che l'uomo sia solo», eppure tutto oggi porterebbe a dire che soli si è più liberi, che senza obblighi definitivi e cogenti si vive meglio, si è più se stessi. Invece è vero soltanto che soli si è più «autonomi». Perché la libertà autentica, nel paradosso della natura umana, sta un passo oltre: sta nell'accettare qualcosa di più grande di noi... E come diventa reale, tutto questo, quando si fa esperienza dell'amore, quando lo spazio dell'«io» misteriosamente si dilata e diventa accogliente, diviene casa e custodia di una cosa più grande. La famiglia è proprio questa casa dell'«io» e del «tu» che diventano, a un tempo, una cosa sola e qualcosa di più grande, perché, come diceva Chesterton, «uno più uno non fa due, ma duemila volte uno».

«Non ridicolizzate il matrimonio», ha detto ieri il Papa Benedetto XVI dal Brasile. Perché ridicolizzare il matrimonio e la famiglia è come ridicolizzare l'uomo, la grandezza per cui è fatto, il suo desiderio di pienezza, di bontà, di amore. Perché è nel matrimonio e nella famiglia che il singolo inizia, in qualche modo, ad andare oltre sé, a vincere, ricevendo qualcosa che viene prima di lui e generando qualcuno che è proiettato nel domani, quella sfida con il tempo che sembrerebbe invece condannarlo alla sconfitta. Così diviene vera l'affermazione per cui «l'amore vince il tempo», perché è proprio dal matrimonio e dalla famiglia che prende forma una società, una storia, una civiltà.

Ed arriviamo così a comprendere le ragioni del Family Day. Ragioni laiche in cui tutti possono riconoscersi, perché non si tratta in primo luogo di difendere assunti di fede, ma di rendere chiaro come, tolta la famiglia, svanisca ogni legame saldo e fondativo tra il singolo e il corpo sociale. E' la famiglia, infatti, il «corpo intermedio» per eccellenza, il ponte tra l'io e la società. Abbattuto questo ponte, l'«io» è lasciato a se stesso e la società si trasforma in una massa informe, senza volto e senza storia, senza passato e senza futuro. Solitudine e massificazione: cancellata o resa insignificante la famiglia, i due estremi si toccano. E la libertà (di educare, di costruire e di desiderare) diviene soltanto un flatus vocis, un'apparenza senza contenuto, un circolo vizioso in cui l'«io», lasciato a se stesso e massificato, è facile preda del pensiero dominante, di chi detiene il potere culturale, mediatico, politico. Per questo dire «più famiglia» significa dire «più persona», «più civiltà», «più libertà».

Ragionpolitica 12 mag 2007
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BERLUSCONI :"RIGURGITO DI LAICISMO" 
ROMA

“Oggi qui non c’è una nuova maggioranza ma solo un maggioranza politica per la famiglia”. Tenta di smussare le polemiche Clemente Mastella, ma sa bene che l’operazione non è delle più semplici. La sinistra è molto divisa, con una parte che è schierata a favore dei Dico e un’altra che, invece, è in piazza quest’oggi a Roma, a difesa della famiglia tradizionale. Le polemiche non si placano nella maggioranza, nonostante gli sforzi volti a ostentare tranquillità. “Rutelli è un caso da studiare - tuona Boselli -. Prima ha votato i Dico, una legge del governo, e poi ha detto che sarebbe andato, se avesse potuto, al Family Day. È evidente che c’è confusione, ma anche questo lo sapevamo...”. Boselli parla da piazza Navona, dov’è in corso l’altra manifestazione, quella pro-Dico. Ma non tutta la sinistra – Ds compresi – è dalla sua parte.

Berlusconi: "Non conviene fare matrimoni di serie B" "Non sono assolutamente contrario alla tutela dei diritti delle coppie di fatto. C’è il Codice civile che si può anche migliorare". Silvio Berlusconi, prima di recarsi in piazza, precisa la sua posizione in tema di unioni civili. "Penso che non convenga fare, perché è contro la nostra tradizione e contro la nostra Costituzione, un matrimonio di serie B, che non è assolutamente necessario". "I cattolici di sinistra sono in una contraddizione insuperabile. Non si può essere allo stesso tempo cattolici - e come tali riguardosi della dottrina della Chiesa e dei suoi insegnamenti su varie questioni - e stare invece con chi è frontalmente dall’altra parte".

"Vedo che la manifestazione di oggi ha avuto un enorme successo di partecipazione, mi domando quindi come mai in cinque anni di mio governo non c’è stata mai l’esigenza di fare una manifestazione popolare a difesa della famiglia". Il Cavaliere ha poi sottolineato che il governo da lui guidato "fece una politica sociale in difesa della famiglia con tanti interventi a difesa della scuola, del lavoro, con i bonus i nuovi nati. Tutto il contrario di quello che sta facendo il governo Prodi".

Fini: "Cdl più coerente della sinistra" Gianfranco Fini ne approfitta per mettere il dito nella piaga: “Il centrodestra è molto più coerente del centrosinistra”. Nell’ Unione, infatti, “non tutti credono nella centralità della famiglia”. A chi gli chiede poi un commento sul disegno di legge sui Dico, Fini ribadisce la propria convinzione: “Non c’era bisogno di un provvedimento del governo. È stata una cambiale ideologica di Prodi nei confronti della parte della sua maggioranza che oggi manifesta a piazza Navona”.

La Moratti: “La famiglia è un valore assoluto" "Questa manifestazione dimostra che la famiglia è la prima cellula della società, quindi non è un valore cattolico ma un’idea che accomuna laici e credenti”. Lo ha detto il sindaco di Milano, Letizia Moratti, appena arrivata in piazza San Giovanni. “La famiglia è la sede naturale dove si formano la coscienza, dove crescono uomini e donne e questo è un valore da difendere”. "La famiglia va al di là dei valori laici e cattolici, è un’istituzione che ha di per sé un valore, per questo motivo non condivido l'appello del premier perché non ci possono essere né guelfi né ghibellini rispetto alla famiglia".

Pera: "La maggioranza del popolo è qui" La famiglia “è un valore che è stato attaccato da un ddl che voleva creare un’altra famiglia, la gente ha capito ed ha reagito”. È questo il senso della adunata di oggi a piazza San Giovanni secondo il senatore di Forza Italia Marcello Pera. Quella in piazza Navona dove si manifestazione per il coraggio laico, ha aggiunto Pera “è una manifestazione di natura minore perché la maggioranza del popolo italiano è qui”.

Pezzotta: "Questa adesione massiccia farà piacere al Papa" "Un’adesione così massiccia farà piacere anche al Papa. Ne è convinto Savino Pezzotta, portavoce del Family day ed ex segretario della Cisl. "Vogliamo fare della famiglia una causa nazionale. Per noi, senza distinzione di fede o di orientamento politico, ciò significa far riferimento al bene comune. Parliamo di famiglia e non di famiglie", ha detto ancora Pezzotta in un passaggio del suo applauditissimo discorso. "Premiamo perchè il Parlamento non introduca, per legge e in via surrettizia, i Dico". "A tutti coloro che hanno cercato di ridurre la portata di questo disegno di legge - spiega - rispondiamo che l’aver posto il tema nei modi con cui è sottoposto, ha già determinato nell’immaginario collettivo l’idea che vi possa essere nel futuro una normativa che contempli una pluralità di modelli familiari: questo non va bene".

Una gigantesca torta nuziale in difesa della famiglia Una gigantesca torta nuziale, bianca come la panna, ha fatto il suo ingresso in piazza S. Giovanni nel corso della manifestazione per il Family day: alta due metri, a 5 piani, è opera dei giovani Udeur per l’occasione pasticceri. Per ogni piano della torta, uno slogan in difesa della famiglia: “La famiglia società naturale fondata sul matrimonio”, si legge alla base della torta; quindi a seguire “La famiglia un futuro per tutti”, “La famiglia al centro”, “Sì alla famiglia”, “Più famiglia”. Sopra l’ultimo slogan, campeggia la classica statuetta con i due sposini in abiti nuziali. Ultima avvertenza per i golosi: la torta, purtroppo è di cartone.

Pupi Avati: "Il cinema deve raccontare la gente che è qui" Il cinema dovrebbe imparare a raccontare la famiglia, facendo della gente vera il soggetto delle sue storie. È quanto esorta il regista Pupi Avati, presente a difesa della famiglia: “Il mondo del cinema troppo spesso vuole essere trasgressivo, essere demagogicamente in qualche modo contro e immaginando che la trasgressività rappresenti un modo dell’originalità, scambiando l’una per l’altra. Invece - ribadisce il regista - non è assolutamente così. E’ la gente vera che è venuta qui e che ilo cinema deve imparare a raccontare”.




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"NON RESTATE A META' DEL GUADO" 


Lettera aperta a Cicchitto e Biondi
di Gaetano Quagliariello

Caro Fabrizio, caro Alfredo,

ho letto l'articolo con il quale annunciate la scelta di non essere in piazza il 12 maggio per manifestare a favore della famiglia. Ne apprezzo molte delle argomentazioni e, ancor più, il rispetto per la propria vicenda biografica che traspare in controluce. Non ne comprendo, invece, il senso politico. Nel vostro articolo ammettete che le argomentazioni dell'appello dei promotori rispondono a criteri di assoluta laicità, al punto da trovarvi d'accordo con esse. Affermate anche che la manifestazione per "l'orgoglio laico" di Piazza Navona rappresenta, nella sua essenza, una reazione d'integralismo laicista. Vi rifiutate, però, di trarre le dovute conseguenze da queste vostre premesse.

In altri termini, vi rifiutate di prendere atto che nel mondo laico italiano è in corso uno scisma che si fa sempre più profondo. E questo è il risultato dell'evoluzione storica del nostro Paese, oltreché del mutamento che l'agenda politica ha subito nei primi anni di questo nuovo millennio. Sono trasformazioni che vengono da lontano, dalla fine degli anni Settanta. Quelle che concernono il nostro Paese hanno iniziato a manifestarsi già ai tempi della presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, quando il nuovo testo concordatario ha affermato la fine dell'originario separatismo tra Stato e Chiesa. Poi la nascita di Forza italia - il primo grande partito della storia d'Italia dove cattolici e laici si sono ritrovati "costituzionalmente" insieme - ha accelerato quell'evoluzione. Tutto ciò ha interagito con le grandi trasformazioni del mondo provocate innanzi tutto dalla fine del comunismo. Non c'è solo lo scontro di civiltà proclamato dall'islamismo radicale che utilizza l'arma del terrorismo di massa, al quale voi fate riferimento, dal quale è necessario difendersi. C'è anche il progressivo trasferimento del più grande progetto d'ingegneria sociale che la storia dell'uomo abbia mai conosciuto in una dimensione antropologica. Ieri si pretendeva di costruire il paradiso egualitario. Oggi si vorrebbe che l'uomo possa determinare ogni momento della propria esistenza, dal concepimento fino alla morte. E, quel che è peggio, lo si vorrebbe codificare attraverso una serie interminabile di diritti che si autoalimenta. Lungo questa deriva, inevitabilmente, ad essere messa in forse è la libertà della persona che, come voi sapete, non può proprio rinunziare all'incertezza del futuro.

Queste novità epocali hanno modificato in profondità il rapporto tra Chiesa e politica, e ciò non poteva non avvenire. La circostanza che gli argomenti di più bruciante attualità politica stiano oggi investendo i capisaldi del magistero ecclesiastico ha contribuito a far saltare la "mediazione" che alla Chiesa italiana è stata a lungo assicurata dal partito unico dei cattolici. Oggi, mentre impazza il dibattito su bio-politica, eutanasia, "dico", è più facile comprendere perché ciò sarebbe accaduto, con ogni probabilità, anche se la DC non fosse morta. Ma il fatto che la Chiesa parli il proprio linguaggio dal pulpito, anziché attraverso un suo braccio secolare, non dovrebbe dispiacere ai laici come me e come voi. Certo, questa novità pone il problema della rilevanza pubblica della religione e fa diventare cruciale il seguente interrogativo: è legittimo o meno che essa intervenga in questa sfera? Voi, mi sembra di comprendere da quanto scrivete, laicamente non ne dubitate.

A escludere l'eventualità, invece, sono i laici d'un temp che vorrebbero una nuova edizione della Chiesa del silenzio, trait d'union tra comunismo e secolarismo. Di fronte alla portata del loro attacco, sia sul piano culturale che su quello politico, non si può rimanere equidistanti. Quando la Chiesa ha ragione, bisogna correre il rischio di stare con la Chiesa in nome della libertà e della laicità. Ciò non significa altro che riconoscerne il diritto all'influenza sociale e, in cambio, riceverne la garanzia che la Chiesa non faccia politica in senso proprio, né direttamente né per interposto partito o schieramento.

Nessuno si è mai autodefinito "laico devoto" se non per il gusto tutto laico di sfidare la provocazione dell'avversario. E anche per questo, nessuno chiede abiure e tanto meno cambiali in bianco. Non è in discussione il passato e le libertà che sono state conquistate nei decenni dal Sessanta al Novanta. La mia apprensione è per il futuro e per il rischio inedito che sotto una patina di progressismo si nasconda una nuova versione della "presunzione fatale". Anche per questo non bisogna aver paura di accettare la sfida che ci proviene da nuovi, ma in realtà già superati, anticlericali e contribuire a rinnovare l'idea di laicità alla luce delle novità epocali che la storia del mondo ci sta proponendo. Io non ho paura di risultare oggi irriconoscibile, perché i contorni di una nuova laicità si fanno ogni giorno che passa più chiari.

Le ragioni che anche voi condividete saranno rappresentate il 12 maggio in piazza San Giovanni da un piccolo manipolo di laici. Avremo così messo un altro seme e, quel giorno, non esisterà solo Piazza Navona a rappresentare le ragioni della nostra tradizione culturale. Restare a metà del guado serve solo a salvarsi la coscienza: quanto di più clericale si possa concepire. So bene che non è né il vostro abito (così come non lo è di tanti che indossano quello talare) e tanto meno la vostra abitudine. Per questo vi aspetto. Laicamente vostro, Gaetano Quagliariello

l'occidentale 12 mag 2007


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OLTRE UN MILIONE A SAN GIOVANNI 
di CRISTIANA VIVENZIO

Sono ben oltre il milione le persone che oggi hanno affollato piazza San Giovanni per il Family Day. Cattolico più, laico meno, la cifra dovrebbe tornare. I giornalisti in sala stampa fanno un rapido calcolo: la piazza gremita, la gente che arrivava fino a Santa Croce in Gerusalemme, se poi il paragone lo si fa col primo maggio, quando i partecipanti erano trecento (mila), allora ci siamo. Qualcuno racconta che all’ora di pranzo la piazza si attraversava in non meno di mezzora. A quell'ora un giro a San Giovanni già non si poteva più fare, con la gente che continuava ancora a confluire, da via Merulana, da via Carlo Felice, da via Appia.

L’antropologia della piazza lascia senza parole. La maggioranza non supera il metro e mezzo di statura (trampolieri a parte) e i dieci anni di età. E sono più quelli che fanno sonnellini sui passeggini sotto il sole di quelli che di solito, in questa stessa piazza, si fumano le canne al concerto del primo maggio. Panini e sedioline al seguito, ognuno fa passare il tempo e si arrangia come può. I canti, i balli, i racconti e le preghiere. I più organizzati sono, come al solito, quelli di Comunione e Liberazione, il kit del perfetto manifestante se lo sono portato da casa e fanno scuola al resto dei convenuti.

Se non fosse una manifestazione laica, così l’hanno pensata i promotori, si potrebbe quasi pensare ad un raduno dei Papa Boys. Nessun coro da stadio, però. A parte un cartello che inneggia al “Forza Palermo”, non ci sono slogan, né simboli politici o bandiere di partito. Solo poche magliette con la faccia di Prodi e su una scritta: “Quest’uomo ammazza le famiglie”. Oltre ad uno striscione della Regione Lombardia nell’area riservata alle associazioni cattoliche. Ma non c’è da stupirsi, il presidente Formigoni si sa da che parte sta.

A uno sguardo attento colpisce l’umanità di questa piazza. Una piazza popolare ma non proletaria. Trasversale ma nient’affatto indistinta. Ognuno porta con sé una identità fortissima. Vuoi per l'appartenenza all'associazionismo cattolico, vuoi per la convinzione di quell'atto di presenza, o forse anche solo perché ognuno sa bene chi rappresenta in questo consesso. Tutti coloro che sono convenuti a Piazza San Giovanni oggi sono qui per dimostrare che esistono e come la pensano. Sono qui, da padri, da madri, da nonni e nipoti. Hanno attraversato l'Italia e sopportano la canicola di un lungo pomeriggio romano per ribadire che difendere la famiglia significa difendere loro, i loro figli e il futuro di entrambi. A nessuno importa davvero a che ora arriverà Berlusconi, o se la piazza dell’orgoglio laico sta ottenendo un qualche successo. Questa è una piazza a cui non va di essere strumentalizzata. Chi oggi è qui lo fa solo per dare la sua personale testimonianza, per dimostrare che la famiglia è vitalità. Certo non manca un che di appassionata militanza, c’è anche chi, sotto il caldo sole di maggio, raccoglie sottoscrizioni al “Manifesto Più famiglia”, tanto per dimostrare che non è che il primo passo; chi consegna volantini di “propaganda” religiosa, e chi tenta di fare proselitismo anche solo giornalistico.

Gli unici fuori luogo sono i politici e quelli del parterre autorità. Look da cerimonia, per i più seri, abbigliamento casual per gli “alternativi”, c’è chi ha sfoggiato la mise migliore per l’occasione e chi ha fatto tardi per andare dal barbiere. Qualcuno finge di sbagliare strada, per fare capolino nell’area riservata ai giornalisti e lasciarsi strappare un dichiarazione non richiesta. Qualcun altro si fa vedere fin dalle undici del mattino ad annusare qua e là, e ancora c’è chi non fa passare inosservata la sua partecipazione facendosi fotografare di fronte ad una torta nuziale formato gigante. E poi strette di mano fuori luogo, abilità ginniche non richieste e bagni di folla da manuale. Il vero teatrino si scorge in “platea”.

Cala il sipario su piazza San Giovanni. Gli addetti alle pulizie sono già all’opera per riportare la città alla normalità. Il bilancio ovviamente si chiude in positivo, e oltre ogni più rosea previsione. Con centinaia di migliaia di persone in piazza il “bollettino dei feriti” si può sopportare: 150 soccorsi, 20 ricoveri, una varicella conclamata e due “dispersi”. Roba da famiglie, per l’appunto. Il sole è calato e si torna tutti a casa. Resta solo una vecchia a piazza San Giovanni, a rovistare tra i resti del pranzo che gli organizzatori hanno servito ai volontari. Ma questa è un’altra storia.

l'occidentale 12 mag 2007
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LA SINISTRA DI VAURO 
di DAVIDE D'ALESSANDRO

Intanto ringrazio Davide Bertotti che ha retto egregiamente il sito in mia assenza. Quasi quasi glielo affido totalmente.
Care amiche e cari amici,
Roma è andata oltre ogni previsione. Quella piazza risuonerà per anni nella mente e nel cuore di tutti noi, cattolici, laici, democratici e liberali.
Dispiace non possa risuonare nella mente di chi continua a far riferimento alle "mascalzonate" di Vauro, di quella sinistra che non ha più niente da dire e da dare al Paese.
A piazza San Giovanni c'era il Family day e anche il CORAGGIO LAICO. A piazza Navona soltanto un po' di coraggio laico.
Siamo costretti persino ad esprimere solidarietà ad Emma Bonino che si è sentita sola, avendo stigmatizzato l'assenza dei Ds.
Ma i Ds, cara Emma, sono sempre assenti quando non sanno dove mettere il piede. Pensando alla strumentalizzazione, hanno ritenuto di perderci sia di qua che di là.
Una sinistra che non ha il coraggio delle proprie idee (quali idee?), sempre ambigua, sempre piena di doppiezza. Ha perso anche oggi. Una grande delusione. L'ennesima delusione.
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POLIS QUOTIDIANO 


POLIS quotidiano è sull'home page del nostro sito. Buona lettura!
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POLIS DOMANI IN EDIZIONE STRAORDINARIA 
Davide D'Alessandro, già sulla strada del ritorno da Roma, mi ha appena comunicato quanto segue:

"Per una giornata straordinaria sarà approntata un'edizione straordinaria di Polis Quotidiano in ditribuzione già domattina nelle edicole e nei bar di Vasto. In serata la stessa edizione sarà presente regolarmente sulla Homepage del sito".

Adempiuto il compito affidatomi, saluto nuovamente con grande affetto tutti gli amici e i lettori di www.lapolis.it

Davide Bertotti


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QUANDO SI SUPERA IL MILIONE... 
FAMILY DAY: L'ANNUNCIO PIU' ATTESO A S. GIOVANNI, OLTRE 1 MLN

Roma, 12 mag. (Adnkronos) - "Oltre un milione di persone, in piazza S. Giovanni". Era l'annuncio piu' atteso dal popolo del 'Family day' ed e' arrivato da parte degli organizzatori interrompendo il concerto di Podia. Le cifre relative alla presenza in piazza S. Giovanni erano cominciate a lievitare fin dalla tarda mattinata. Intorno all'una, quando ancora mancavano un paio di ore all'inizio dell'evento, erano gia' state superate le 100mila persone; dopo le due del pomeriggio, erano gia' aumentate a 250mila e circa mezzo milione affollava piazza S. Giovanni al momento dell'inizio ufficiale del 'Family day' fissato alle ore 15.


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FAMILY DAY: QUASI OTTOCENTOMILA PRESENZE ALLA PARTENZA (ADNKronos) 
Family Day, oltre 750 mila persone a piazza San Giovanni

Roma, 12 mag. (Adnkronos/Ign) - Oltre 750 mila le persone a piazza San Giovanni per la manifestazione del 'Family day'. Il dato è fornito dagli organizzatori, che hanno commentato: "Questa presenza massiccia dimostra che piazza San Giovanni è oggi la piazza degli italiani".

Bandiere, cappellini e palloncini colorati hanno riempito il vasto piazzale davanti al Laterano. Gli slogan sugli striscioni inneggiano alla società fondata sul matrimonio. 'Famiglia: un'invenzione di Dio', si legge in uno. E ancora, in sequenza: 'Famiglia per un ordine naturale e cristiano', 'Famiglia solo secondo natura', mentre lo slogan 'Più famiglia più vita' campeggia sul fianco della Scala Santa. Tra i tanti manifesti ne spicca uno enorme, che recita: 'Grazie Benedetto XVI per l'amore e la difesa della famiglia'.

Una gigantesca torta nuziale, bianca come la panna, ha fatto il suo ingresso in piazza S. Giovanni nel corso della manifestazione: alta due metri, a 5 piani, è opera dei giovani Udeur per l'occasione 'pasticcieri'. Per ogni piano della torta, uno slogan in difesa della famiglia. Sopra l'ultimo slogan, campeggia la classica statuetta con i due sposini in abiti nuziali.



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ALONA KIMHI, ARISTOTELE E PANORAMI FUTURIBILI DELL'ISLAM 
ALONA KIMHI: “L’inganno delle ideologie”

di Stefania Vitulli

Alla Fiera del libro di Torino si avvicendano islamici moderati o illuminati, israeliani, europei laici e cattolici. Il più ricco di immaginazione è Eshkol Nevo, romanziere di Gerusalemme nipote di uno dei primi ministri dello Stato di Israele, che ha costruito il romanzo Nostalgia (Mondadori), sull’ambiguità dei confini: «La storia si svolge in un’ex enclave araba di Tel Aviv, dove vive una comunità ebraica che viene dal Kurdistan. Quando un muratore arabo comincia a sospettare che lì si trovi la sua casa natìa, desidera entrare, oltrepassare il confine e scatena una piccola lotta di quartiere. I confini non ci permettono di vedere al di là, ma insieme evitano conflitti inutili. In Israele abbiamo un muro, da tre anni. Quando lo guardo mi deprimo. Ma poi capisco che il muro serve a evitare l’80 per cento della possibilità che ci siano atti di terrorismo da entrambe le parti».
Per Alona Kimhi, autrice di Lily la tigre (Guanda) i conflitti non sono creati dalla difesa delle identità religiose. «La gente ha paura di confessare i veri motivi per cui combatte. La guerra islamica non è un conflitto culturale. Una delle qualità peculiari degli esseri umani è che tendono a presentarsi come ideologi e non come esseri pragmatici o spiriti animali che vogliono mangiare, fare sesso e divertirsi. A volte invece i problemi si risolvono se alla gente si permette di fare un po’ di dolce vita. Dovremmo seguire il consiglio di Aristotele: tra un confine e l’altro esiste un “sentiero dorato” che va seguito». Feridun Zaimoglu, che presenta il romanzo Leyla (Saggiatore) e domani sarà alla tavola rotonda su Europa e Turchia cui parteciperà il ministro degli Esteri Massimo d’Alema, è famoso per aver scritto i suoi romanzi nel gergo kanak strach usato dagli immigrati turchi in Germania. Un vero esperto di confini e conflitti: «In Turchia gli islamici hanno riconquistato forza e il controllo della popolazione. Perciò non vedo alcun futuro per l’ingresso della Turchia in Europa. Non lo vogliono gli europei e non lo vogliono i turchi. Fantasia e chiacchiere sono una bella cosa, ma bisogna guardare ai fatti: solo una minoranza di intellettuali può pensare di eliminare questo confine». Abdelkader Benali, che stasera rappresenta il Marocco negli incontri dedicati a «Lingua Madre», ma vive in Olanda dall’età di 4 anni, considera le identità separate «vantaggiose» per gli scrittori: «Chi ha doppie radici come me, cresciuto in una famiglia musulmana all’interno di una società occidentale, può sfruttare proficuamente la miscela di varie culture». Ma l’opinione più attesa è quella di Tariq Ramadan, brillante autore Einaudi, ex consulente di Tony Blair e nipote di Hasan al Banna, che nel 1928 fondò il gruppo integralista islamico dei Fratelli Musulmani. Molti lo considerano un riformista e moderato, altri, come Bernard Henri Levy, un integralista antisemita e misogino con presunti contatti con Al Qaida, tanto che il governo americano gli ha revocato tre anni fa il permesso di soggiorno. Ramadan discuterà domani del «caso Londonistan» insieme a Nafeez Mossadeq Ahmed, analista politico e attivista per diritti umani, autore di Dominio e Guerra alla verità (Fazi).


Il Giornale, 12 maggio 2007


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LA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA UNA (EX) MUSULMANA 
HIRSI ALI: l’orgoglio di essere un’infedele

La favola della nonna nel deserto somalo raccontava di un nomade insediatosi con la famiglia nella capanna di «colui che si gratta con il bastone», un mostro che di notte perdeva le sembianze umane e si trasformava in iena per divorare i bambini. «Che cosa avete imparato?», strillava la nonna. Semplice, quel nomade era stato lento di mente e di gambe, povero di forza e di valore, meritava di perdere tutto. Ma Ayaan, la nipotina, che sapeva recitare la propria genealogia indietro nei secoli, Ayaan «figlia di Hirsi, figlio di Magan, figlio di Isse, figlio di Guleid, figlio di Ali...», ha imparato la lezione e dicendo «no» al matrimonio combinato dal padre con un somalo-canadese, ribellandosi all’oppressione islamica sulle donne, denunciando l’infibulazione e poi l’ipocrisia di quanti anche in Occidente non hanno voluto condividere il suo coraggio nella denuncia dell’Islam integralista, è diventata Ayaan Hirsi Ali, una donna che a 37 anni ha attraversato tutti i confini.
Ayaan, che oggi sarà alla Fiera di Torino a presentare il suo ultimo libro (Infedele, Rizzoli, pagg. 394, euro 18,50), è approdata negli Stati Uniti e lavora per l’American Enterprise, think tank di orientamento repubblicano, dopo un lungo peregrinare tra Somalia, Etiopia, Kenya, Arabia Saudita, Olanda, dove si è laureata in Scienze politiche ed è diventata deputata, inseguita dalla condanna a morte della comunità islamica per la battaglia contro l’infibulazione e l’oscurantismo islamico. Sceneggiatrice di Submission, il film che è costato la vita al regista Theo Van Gogh, è destinataria del messaggio di morte conficcato dall’assassino, con un coltello, nel corpo di Theo.
Per raccontarsi, si toglie le scarpe, raccoglie le lunghe gambe e si accoccola come una principessa somala sul divanetto di broccato di un albergo romano. Parliamo di confini, il tema della Fiera. «Il primo confine che ho attraversato è stato quello del mio clan musulmano: sono diventata un individuo in una società aperta. Il secondo quello tra la religione e l’illuminismo: un passaggio dalle tenebre alla luce. Il messaggio dell’illuminismo è fatto di libertà, diritti, pluralismo, moderazione, tutto ciò che si può acquisire attraverso la ragione». L’Islam, afferma, è uno solo. L’unica libertà per l’individuo è abbandonarlo. «In Islam ti devi sottomettere alla volontà di Dio, finché muori e allora puoi andare all’inferno o in paradiso. Un altro confine l’ho attraversato come donna. Prima esistevo solo come incubatrice per la tribù, sarei diventata madre solo per il clan. Me ne sono liberata. Non sono più uno strumento della maternità, ma una donna che desidera avere figli per sé. E tutti questi confini li ho varcati in quattordici anni...». Sorride, nello sguardo un lampo di fierezza. L’ultima frontiera la varca adesso. «Il confine della vergogna, che ho superato scrivendo questo libro, la mia biografia, confessando e testimoniando il modo in cui sono diventata un’infedele». L’ultima telefonata con il padre risale al 2004, quella con la madre al 2003. «Capisco che dal loro punto di vista e per il modo in cui vivono l’onore e l’appartenenza al clan, non potrebbero mai più stringermi a loro». La liberazione ha un aspetto esaltante e uno deprimente. «Mi sono allontanata gradualmente dall’Islam, ne sono felice ma sento la mancanza dell’amore e dell’appartenenza alla famiglia». Forse la barriera meno prevedibile è stata quella culturale che ha dovuto abbattere in Olanda, in Occidente, passando dalla militanza laburista a quella liberal-conservatrice. «La sinistra ha tradito sé stessa abbracciando il multiculturalismo. Per poter indirizzare il mio messaggio di liberazione alle donne musulmane dovevo per forza avere un approccio rivolto agli individui. Insistere sul fatto che tutte le culture sono uguali e ugualmente meritevoli è un errore. Un liberale parla agli individui indipendentemente dal colore, dal grado di povertà, dalla fede religiosa. Sostenendo invece che tutti gli individui sono uguali e così i gruppi, le culture, la sinistra non consente di ribellarsi contro quei gruppi in difesa dei più deboli, in particolare delle donne. L’individuo è concreto, il gruppo è astratto. In nome del multiculturalismo si sono abbandonati donne e bambini al loro destino». Ayaan è atea, ma conserva un «desiderio di trascendenza e spiritualità», riconosce nell’uomo la razionalità ma anche un aspetto irrazionale (sensualità, spiritualità, estetica), «cose non tangibili che fanno però la vita più bella». Ma nell’Islam «non c’è immaginazione se non per l’Aldilà». Nessuna speranza? «Se in Pakistan la maggioranza adotta una legge che punisce con la morte l’apostasia, non c’è speranza se non per i singoli». La democrazia americana è superiore a quella europea perché «l’America è un concetto, non una etnicità. È eterogenea, la libertà economica favorisce l’integrazione». L’ambizione di Hirsi Ali adesso? «Continuare a scrivere, e nella vita privata stare di più a casa mia, magari avere dei bambini. Li ho sempre voluti, ma il tempo non è stato mai quello giusto. Il mio tempo una volta apparteneva ai miei genitori. Ora non più». Il suo traguardo, dopo tante lotte e sofferenze, è «una vita normale».

Il Giornale – redazione, 12 maggio 2007


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RICORDI E CONCESSIONI DI UN LIBERALE 
Perché scelgo ancora gli antiproibizionisti

di Massimo Teodori

Oggi parteciperò alla manifestazione del «coraggio laico» che si terrà a Piazza Navona a Roma nell'anniversario della storica vittoria divorzista del 12 maggio 1974. Non vi andrò perché amo la sinistra massimalista che ha sempre dimostrato di avere in poco conto i diritti individuali di libertà che sono l'essenza della laicità. Non vi andrò perché apprezzi i toni perentori dei miei vecchi amici radicali che dovrebbero vivere la laicità in maniera un po' più dubbiosamente laica. E non vi andrò neppure perché amo le contrapposizioni ideologiche che hanno il sapore di un tempo che fu e che speriamo non tornino più, nonostante il risorgere degli integralismi clericali. Ma vi parteciperò in nome di altre più positive ragioni. I manifestanti che si troveranno a Piazza San Giovanni dicono di volere «più famiglia». E chi non vorrebbe che le famiglie in Italia fossero più numerose, più felici, più solide e meglio sostenute dallo Stato? Io, certamente, no. Se avessi la forza del demiurgo piegherei il corso degli eventi sociali ed esistenziali a favore della famiglia. E se fossi legislatore, invece delle chiacchiere che abbondano, prenderei l'iniziativa di provvedimenti concreti che abbiano davvero un effetto sui comportamenti della popolazione. Ma di questo, purtroppo, non si tratta in questo 12 maggio. Si tratta invece del fatto che i manifestanti di Piazza San Giovanni si battono non tanto «per» la famiglia quanto «contro» i Dico. Voi direte che è la stessa cosa, ed invece non è per nulla così. Le due cose non sono affatto speculari e reciprocamente escludenti perché battersi contro la possibilità di legiferare a favore di un gruppo presente nella società significa solo ispirarsi al proibizionismo che è manifestazione illiberale di intolleranza ed arroganza, anticamera dell'autoritarismo. La laicità per la quale andrò a Piazza Navona è l'opposto del proibizionismo. Lo Stato laico non propugna un suo principio etico o ideologico in nome del quale legifera costringendo i cittadini ad osservare una determinata verità. È, invece, quello che deriva la sua autorità dal consenso dei cittadini a leggi che rispettano le esigenze e i punti di vista di tutti i segmenti della comunità nazionale purché non nuocciano ad altri, senza alcun esclusivismo. Il laico è colui che ha il coraggio di rifiutare le verità di Stato, di partito, di religione, di ideologia e di gruppo. L'attuale battaglia contro i Dico è invece condotta all'insegna della presunzione di una parte di sapere che cos'è la verità, di dispensare il bene comune, e di stabilire che cos'è l'ordine e il diritto naturale. Tutte cose altamente rispettabili per chi personalmente vi crede, ma sommamente odiose per chi non vi crede o ha opinioni e credenze diverse. Costringere i non credenti e i diversamente credenti ad osservare norme così imposte significa essere già nell'anticamera dello Stato etico.
Da liberale e laico so che occorre difendere innanzitutto i diritti degli individui e dei gruppi che sono minoranze svantaggiate. Questo è il caso delle coppie di fatto, eterosessuali ed omosessuali, che soprattutto nei ceti meno favoriti hanno bisogno di una protezione sociale, come del resto è stato provveduto ovunque in Europa. Un grande liberale, Isaiah Berlin, affermava semplicemente che gli esseri umani hanno il diritto di sviluppare la loro natura con tutta la varietà e ricchezza e, all'occasione, l'eccentricità possibili. Personalmente non ritengo che il progetto di legge sui Dico preannunci un bel provvedimento, anzi penso proprio che si tratti di un testo pasticciato e compromissorio. Ma la necessità di difenderlo deriva dal furore ideologico (o religioso fondamentalista, se si preferisce) con cui lo si attacca in linea di principio in nome di un'avversione che non ha nulla di razionale e di ragionevole, come si converrebbe in una liberal-democrazia nella quale dovrebbero potere coesistere pacificamente opinioni e stili di vita diversificati senza che alcuno voglia imporre proibizioni agli altri.

Il Giornale, 12 maggio 2007


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