MA A ME LA SUPERBANCA NON INTERESSA 
NOTA

Quello che segue è un articolo "comunista". Lo pubblichiamo perché non vogliamo farci mancare nulla. Poi, perché occorre notare la finezza del filosofo, o la demagogia cui fa ricorso, nell'abbattere il progresso, il mercato, la concorrenza. Noi non apparteniamo, ovviamente, a nessuna famiglia degli "sposi" ma continueremo a preferire il mercato, pur con tutte le sue imperfezioni, all'isola cubana dove uno solo "mercatizza" per tutti e affama tutti.
A Vattimo portiamo rispetto, ma al Vattimo studioso di Heidegger e di Nietzsche, al Vattimo de "Il soggetto e la maschera".
Al Vattimo politico non neghiamo il "rilancio" delle sue idee, ma sono idee che hanno sempre lo stesso vizio: Ecce Comu! Comu 'nu strunzu, direbbe King Richard, del quale attendiamo con ansia un commento all'articolo che segue. (D.D.)

di GIANNI VATTIMO

E’ sempre la stessa storia, come quella delle liberalizzazioni, privatizzazioni eccetera, che dovrebbero dar luogo a vantaggi sconfinati per i consumatori, in termini di qualità dei servizi e di costi. Ma per quel che ne sappiamo gli effetti della liberalizzazione, per esempio, dei servizi telefonici sono stati: a) il complicarsi delle tipologie di contratto tra cui ci si chiede di scegliere, con il risultato che o si diventa specialisti della materia o si assume un esperto, pagato, che ci consigli; o si accetta di farsi comunque spennare. b) servizi elementari come l’indicazione di un numero in elenco - ricordate il 112 o il 110 di felice memoria? - oggi sono disponibili solo a pagamento e anch’essi, in omaggio alla libertà del mercato, sono offerti da agenzie diverse, se quella che sentiamo farsi pubblicità alla tv con una petulante canzoncina ritiene appunto di doversi reclamizzare.

Per non parlare della logica «privatistica» che ha invaso le ferrovie, dove ci sono bensì ancora treni a tariffa base - quelli dove prendete le zecche, o pulci e pidocchi - ma se capitate, per fretta o per sbaglio, su uno dei tanti altri inter-euro-super- eccetera rischiate multe milionarie. Adesso ci si annuncia che anche per l’elettricità, finalmente, saremo, ahimé, liberi di scegliere; altre analisi di contratti, altro specialista da assumere, altra rassegnazione finale a subire questa ulteriore «modernizzazione» della nostra esistenza.

Il grande rumore che si è fatto in questi giorni sulla nascita della Superbanca - quella della fusione guidata da Geronzi e Profumo intrepidi condottieri che hanno determinato questo matrimonio (il Papa non avrà niente da obiettare all’uso del termine?) ci ha ricordato, ma solo in parte, l’insofferenza che sentiamo di fronte al trionfalismo delle privatizzazioni. Qui più che insofferenza proviamo totale, irritata indifferenza: non capiamo perché i giornali ne facciano un tale poema epico. Gli stessi «sposi» hanno detto che lo storico evento sarà importante anzitutto per gli azionisti, e poi per le aziende utenti; solo molto più remotamente per le famiglie, e pensiamo anche per i single, cioè per tutti quelli che hanno un piccolo conto in banca e che, a quanto pare, non devono aspettarsi per ora nessun miracolistico mutamento. Se poi i piccoli correntisti hanno anche qualche parente impiegato nella neonata superbanca, sarà meglio che mettano in conto la possibilità di qualche «esubero», riduzioni di personale, ristrutturazioni...

Possiamo sommessamente dire che di tutto questo non ci importa niente, ancor meno che delle privatizzazioni, dalle quali abbiamo ragione di temere molto verosimili danni? Queste notizie - strombazzate e analizzate da organi di stampa che, per lo più, appartengono anche agli «sposi» e alle loro famiglie - ci ricordano soltanto l’attenzione morbosa che i primi rotocalchi del dopo seconda guerra mondiale dedicavano alle vicende delle famiglie regnanti e dei loro cortigiani. Intrattenimento puro e semplice, ma si trattava di rotocalchi, roba da leggere solo dal parrucchiere o aspettando il bus. Adesso occupano le prime pagine di giornali serissimi, e non solo specializzati. Potremmo illuderci di esser diventati tutti capitalisti spasmodicamente interessati a quello che ha detto o dirà, sulla fusione, la Borsa di Hong Kong. Ma siamo sempre e soltanto «capitale», sia pure «umano», sempre oggetti passivi della grande poesia epica del mercato mondiale.

La Stampa 26 mag 2007
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- 2 MESI. REFERENDUM, MALE PER I PARTITI BENE PER L'ITALIA ? 
di NICOLA GRIGOLETTO

È trascorso il primo dei tre mesi di tempo per la raccolta delle firme necessarie. Secondo i dati ufficiali resi noti ieri, siamo a quota 153.000. Ne servono ancora 347.000.
Il referendum sulla legge elettorale sta andando a tutta velocità. Secondo Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore, le firme raccolte in questo primo mese sono 153.000 (il doppio rispetto a due anni fa). I partiti sono contrarissimi. E questa potrebbe essere una delle ragioni del successo dei referendari. In un momento in cui la politica raccoglie la fiducia di appena il 10% degli italiani, qualsiasi altro luogo in cui si esercita la rappresentanza (Michela Brambilla docet) è una boccata d'aria. Viene da pensare che se una cosa è male per gli attuali partiti, allora è un bene per l'Italia. Sarà così anche per il referendum?

Oggetto del referendum
I primi due quesiti prevedono che il premio di maggioranza, anziché alla coalizione, venga attribuito al partito che ha preso più voti. Con la conseguenza di semplificare il sistema politico, addirittura nel senso del bipartitismo. Il terzo referendum elimina invece la possibilità delle candidature multiple. Significa che i partiti non potranno più mettere in cima alle liste i due o tre nomi noti che fanno da acchiappavoti, per poi decidere, con il sistema delle rinunce, chi saranno gli eletti effettivi in ciascun collegio. L'anno scorso, i parlamentari scelti con questo giochetto sono stati circa un terzo.

Rischi e costi
Secondo il politologo Giovanni Sartori, il rischio è che un minuto dopo le elezioni la lista che ha ottenuto più voti si ridivida in tutti i partiti e partitini che la compongono, e addio prospettiva di governi più stabili. Ma vale la pena rischiare visto che secondo un noto indice di misurazione (il Neff), l'Italia, assieme al Belgio, è il paese dell'Europa Occidentale con la più alta frammentazione del sistema politico (in questa poco lusinghiera classifica totalizziamo 7 punti, rispetto ai 3,4 della Germania e ai 2,2 della Francia). E forse non è un caso che proprio Italia e Belgio abbiano un debito prossimo al 100% del Pil.
Dovremmo poi tenere d'occhio il prezzo. L'ultimo referendum sulla fecondazione assistita ha significato per le casse dello Stato un esborso di oltre 364 milioni di euro. Non è poco, ma i rimborsi elettorali ai partiti ci sono costati solo negli ultimi due anni circa 500 milioni di euro.

Firmo o non firmo?
Negli ultimi dieci anni i cittadini italiani sono stati chiamati a un referendum per ben sei volte e il quorum non è mai stato raggiunto. Però i quesiti di Guzzetta rompono davvero le uova nel paniere dei partiti (soprattutto i piccoli, che non avranno più lo stesso potere di ricattare la maggioranza) e segnano una ulteriore tappa nel passaggio verso un sistema in cui si vota più per un concreto programma di governo che per identificazione con una singola formazione politica. Chi vince avrà i numeri e il tempo per attuare ciò che ha promesso, e se ne dovrà assumere in pieno la responsabilità. Già dai tempi dell'Assemblea Costituente, Piero Calamandrei ricordava che «le dittature sorgono non dai governi che durano ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».
Il Parlamento ha ancora quasi un anno di tempo per realizzare in modo compiuto questi propositi ed evitare così il referendum (con l'avvertenza che non sarà possibile fare furbate dell'ultimo minuto: una sentenza della Corte Costituzionale stabilisce infatti che la nuova legge non può in ogni caso eludere i quesiti referendari). Altrimenti, saranno gli elettori a dire come la pensano. E se è un male per i partiti (per questi partiti), forse fa davvero bene all'Italia.

La Stampa 26 mag 2007
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BAR ECLIPSE E TURISMO : CARO SINDACO, I SOLDI NON ARRIVANO SOLO DALL'ICI... 
di LUCA M.

Salve
prendo spunto dall'episodio che ha visto coinvolto il bar Eclipse per esprimere il mio disappunto....
Sono un giovane vastese ormai in Emilia da qualche anno per studio e lavoro e ogni tanto penso alla possibilità di tornare nella mia città....ma perchè??
Forse per vedere i nostri sogni abbattuti da chi segue solo la politica del consenso....???
Forse chi ci governa in questa città non sa cosa vuol dire sviluppo...forse pensa che le uniche entrate del Comune vengano da ICI e multe....bè forse la realtà è un'altra..
lo sviluppo in una città come la nostra con un'industria in crisi (vedi Denso)passa soprattutto per il turismo...e turismo non è scoraggiare il lavoro di quei ragazzi (vedi nel caso specifico quelli del bar Eclipse) che hanno il coraggio di rimanere e provare a crescere in questa realtà che certo non ti aiuta...
Ho letto e conosco bene i motivi del provvedimento...o forse non li conosco perchè nemmeno i nostri bravi assessori sono riusciti a spiegarli...si chiude un bar e lo si fa in una nuvola di pressappochismo...è possibile che se si chiede una spiegazione nessuno sa dirti perchè stai chiudendo???
Forse i nostri Signori dovrebbero iniziare a pensare al degrado verso cui volge la nostra città...appena posso torno a casa dai miei e mi chiedo:esiste un Piano Regolatore???
Non credo o è fatto male...perchè sviluppo urbanistico non è solo costruire il maggior numero di appartamenti...magari qua e là un pò di verde ci potrebbe anche stare...o no?
Sono stufo di vedere ogni sera in estate risse a Vasto Marina senza che nessuno intervenga...e poi scusate ma negli anni scorsi qualcuno aveva mai visto le macchine parcheggiate in Piazza Rossetti fin sotto al monumento??? E poi ci mettono le righe blu...complimenti!!!!
Iniziamo a pensare che qualità della vita vuol dire iniziative per giovani e anziani,aree verdi,fiere,politiche per la casa e le famiglie...ma forse tutto ciò non conta perchè quando si arriva al potere le promesse non contano più..la pensione è assicurata...
E allora continuiamo cosi,andiamo contro quelle stesse attività che fanno girare l'economia della città....perchè caro signor Sindaco i soldi non arrivano solo dall'ICI (che magari sarà anche abolita).....

Cordiali saluti

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GRAN BRETAGNA : UN SINDACO TRANS PER CAMBRIDGE 
Cronaca

Il primo sindaco trans della Gran Bretagna siede sulla poltrona del municipio di Cambridge. Jenny Bailey, un tempo non troppo felice uomo sposato e padre di due bambini, si e' sottoposto a un intervento per il cambiamento di sesso quando aveva una trentina d'anni. Oggi, che ne ha 45, vive con una donna, la 49enne Jennifer Liddle, che a sua volta era un uomo. "Sono orgogliosa di essere riuscita ad arrivare fino a un obiettivo cosi' difficile" ha detto la Bailey intervistata nel giorno del giuramento, "e averlo fatto diventando anche una persona migliore. Quando vivi un'esperienza come il cambiamento di sesso, tutto quello che vuoi, una volta arrivata dall'altra parte, e' intraprendere una vita normale, con problemi normali. E' una straordinaria opportunita' e non lascero' che venga oscurata dal fatto di essere sindaco".


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OTTAVIANO E' ANCORA TRA NOI 
NOTA

Ottaviano Del Turco (Collelongo, AQ, 7 novembre 1944) è un sindacalista e uomo politico italiano.
Sindacalista di area PSI, guidò per molto tempo la corrente socialista della CGIL diventando segretario aggiunto del sindacato durante la segreteria di Luciano Lama (1970-1986).
Lasciò il sindacato nel 1992 e un anno dopo divenne segretario nazionale del Partito Socialista Italiano. Il partito, sconvolto dall'inchiesta Mani pulite, durante la sua segreteria si sfaldò, diventato prima SI (Socialisti Italiani) e poi SDI (Socialisti Democratici Italiani). Con quest'ultimo movimento Del Turco fu spesso senatore, ed inoltre fu ministro delle Finanze durante il secondo governo di Giuliano Amato (2000). La sua attività politica è legata alla Commissione Antimafia, del quale fu per altro presidente.
È stato deputato del Parlamento europeo, eletto nel 2004 per la lista Uniti nell'Ulivo nella circoscrizione sud, ricevendo 180 mila preferenze, iscritto al Partito Socialista Europeo.
Ha lasciato l'incarico di Strasburgo, dopo le elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005, quando è stato eletto presidente della Regione Abruzzo, per la coalizione dell'Unione con il 58,1% dei voti.
Nel 2007 in seguito al congresso nazionale dello SDI, nel quale prevale la linea del segretario nazionale Boselli, si impone come leader dell' associazione Alleanza Democratica che si pone l'obiettivo di portare lo SDI nella fase costituente del Partito Democratico.
Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico che riunisce i leader delle componenti del futuro PD

Questa che avete letto è la biografia di Ottaviano Del Turco, che ieri ha dichiarato:"Sono un socialista liberale. Voglio dare il mio contributo alla nascita del Partito Democratico".
Ora noi abbiamo avuto sempre molti dubbi sia sui socialisti-liberali sia sui socialisti di Dio, però avevamo una speranza: che dopo una lunghissima carriera fosse un po' stanco. Invece vuole ancora dare il suo contributo. Com'è buono, lei!

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CATTOLICI LIBERALI E CATTOLICI SOLIDARISTI - QUANDO IL CITTADINO DIVENTA ACCATTONE RICATTABILE CHE PER MESTIERE FA L'ELETTORE 
di Dario Antiseri

Fascisti, nazisti e comunisti sono stati, nel nostro secolo, i più tenaci e i più violenti assertori della soppressione della proprietà privata e della concorrenza quale procedura di scoperta del nuovo. Note sono le immani tragedie che ne seguirono. E grave è che pure nel mondo cattolico sia diffuso - a motivo di un malinteso senso della solidarietà e dell'errata equazione per cui è buono solo ciò che è pubblico, è pubblico solo ciò che è statale, è statale solo ciò che può essere preda dei partiti-, un atteggiamento di ripulsa nei confronti dell'economia di mercato e della concorrenza. Questo è tanto più grave in quanto la cultura cattolica può vantare una ininterrotta e preziosissima tradizione di pensatori liberali - da Tocqueville a Bastiat e a Rosmini, da Sturzo a Ropke e a Einaudi, e più vicino a noi a Novak, Sirico, Garello, Naudet e Tosato, per non parlare di figure come De Gasperi e Adenauer.
Tradizione questa del cattolicesimo liberale che è stata accantonata e, in gran parte, occultata da una schiera di cattolici "solidaristi" pronti a fare del bene sempre a spese degli altri, e a rubare il futuro ai più giovani e alle generazioni che verranno dissipando risorse a favore di cittadini trasformati in accattoni ricattabili che per mestiere fanno gli elettori.

Tratto dall'introduzione a
"Cristiani per la libertà"
di Alejandro A. Chafuen
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STATO INABILE 
di LUIGI STURZO

Lo Stato è inabile per definizione a gestire una semplice bottega di ciabattino.
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LA CASTA / 3 - TONI NEGRI PRENDE DAL 1993 3.108 EURO AL MESE PER NOVE SEDUTE AL PARLAMENTO 

“Repellente”. Ecco come Toni Negri, il pessimo maestro d’una generazione, marchiò la sua esperienza alla Camera:”Terribile e repellente”. Tirato fuori grazie all’elezione nelle file radicali dal carcere in cui era rinchiuso dal 7 aprile del ’79 sotto una montagna di accuse legate al terrorismo rosso, il professore padovano entrò a Montecitorio, tra le urla dei missini e il disprezzo di quasi tutti gli altri, il 12 luglio del 1983. Da quel momento restò lì, prima che i colleghi ne autorizzassero l’arresto reso impossibile dalla fuga a Parigi, per un totale di 64 giorni. Durante i quali, a causa delle ferie estive, vennero convocate 9 sedute.
Della sua “sveltina” parlamentare, al di là delle polemiche sulla sua elezione, restano agli atti due cose. Una proposta di legge “pro domo sua” intitolata “Norme per la riduzione della durata della custodia preventiva e per la concedibilità della libertà provvisoria” e una lettera alla presidente Nilde Iotti in cui, ferito nella sua permalosa onorabilità accademica come il più stizzito dei vecchi baroni, chiese un giurì d’onore contro il deputato democristiano Angelo Bonfiglio che durante una riunione della giunta per le autorizzazioni a procedere (dove lui era accusato di reati come “insurrezione armata contro i poteri dello Stato” o “concorso in sequestro di più persone a scopo di terrorismo”) aveva osato dire che bisognava indagare “su come e da chi sia stata conferita a Negri la cattedra universitaria”. Fine.
Non bastasse, rilasciò una serie di interviste. In una disse:”Mi hanno accusato di aver vissuto in cento bande clandestine, ma l’unico corpo separato in cui mi è toccato di vivere è proprio questo Parlamento”. In un’altra, parlando di sé in terza persona come i terzini e le soubrette, spiegò:”Il Negri rivoluzionario non si è rinnegato né convertito al parlamentarismo”.
Finché lanciò dalla Francia, via radio, un appello alla sua plebe ribelle nella scia dell’adagio “armiamoci e partite”: “Ci rivedremo. Ma per ora dobbiamo riuscire ad alzare ancora quello che è il piano dello scontro”.
Forza ragazzi, che lui si era un po’ stufato e adesso aveva altro da fare con gli accademici parisiens.
Bene: per quelle 9 “repellenti” sedute in cui c’era e non c’era, Toni Negri prende ogni mese, dal 1993 quando compì i 60 anni, 3.108 euro. Cinque volte di più, stando alle tabelle Inps, della pensione media di vecchiaia di un operaio. Un dettaglio che a lui divenne noto per avere scritto “sento il calore della comunità operaia e proletaria tutte le volte che mi calo il passamontagna”, dovrebbe far venire voglia di rimetterlo, il passamontagna. Per l’imbarazzo. Niente da fare: nella sua testa il vitalizio è un risarcimento per la galera fatta.

Tratto da "La Casta"
di Gian Antonio Stella
e Sergio Rizzo

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FACCIAMO ABORTIRE LE CASTE 
di FEDERICO ORLANDO


Saremo pure il giornale della Margherita, ma per una volta, invece di fare i bastian contrari, ci va proprio di dirlo: Rutelli ha ragione.
Ha ragione di esordire sul Corriere della Sera, che lo intervista (per cambiare) sui costi della politica, «Governare significa risolvere, non solo fare interviste ». Mi permetto di chiosare che, se poi anche lui fa l’intervista, è forse perché, come Nenni quarant’anni fa, si sarà accorto che nella stanza dei bottoni i bottoni non ci sono. Su dove siano finiti , chiedere lumi a Montezemolo, Bagnasco, Bazoli, Monti e continuando. Ma questo è un altro discorso, anzi il discorso, e lo faremo più avanti. Per ora insisto sul fatto che Rutelli abbia ragione anche quando conclude l’intervista così: «Certo, leggere inchieste indignate sugli stipendi dei politici, e apprendere che la liquidazione con stock option di un giovane e brillante amministratore bancario di Capitalia vale diecine di milioni di euro, fa riflettere. Qualcuno ha calcolato che quella liquidazione vale più di un anno di retribuzioni dell’intero Senato della Repubblica». Forse questa conclusione spiega bene un passaggio intermedio dell’intervista: se un trentenne capace non accede alla politica, non è perché i gerontocrati gli sbarrino la strada (non solo, non solo), ma perché, se ha talento, preferisce guadagnare molto di più senza doversi candidare, faticare per conquistarsi il consenso (nel partito), rispondere alla giustizia, agli elettori, al garantismo delle procedure.
Vogliamo aggiungere qualcosa? Eccola qui: si spiega perché la politica, a parte le leadership e alcune élites con vocazione rispettabile, sia roba da mezze calzette.
Essa è il refugium peccatorum di chi nella vita non ha migliori possibilità proprie, e s’intruppa come le cocciniglie nell’edera del parassitismo nazionale, mediocremente retribuito – rispetto ai manager – e moralmente squalificato. La casta che ci costa, di Rizzo e Stella, non è solo costo, ma anche depressione intellettuale e morale.
Costo e depressione che incidono sulla qualità delle istituzioni e della legislazione (sistema paese) e quindi sull’economia, che già di suo, non è vero Montezemolo?, come un valido nuotatore che prova a salvare un isterico terrorizzato, deve slacciarsi e trascinare a riva le mezze calzette del protezionismo o della svalutazione di ieri, del lavoro nero o dell’evasione di oggi. Sarebbe quest’ultima, tuttavia, una parte non piccola della base sociale del “governo dei produttori”, o tecnocrati di tutte le corporazioni, a cui il prof. Fisichella ha appena dedicato un saggio, denunciando quel governo come il peggior rimedio possibile alla malattia dei politici. Una casta i cui costi attendono i loro indagatori, magari forniti dai nostri giornali con l’ausilio tecnico di polizie e uffici delle tasse. Anche se Marina Berlusconi dice (sempre nell’immancabile intervista al Corriere) che questo capitalismo è sano e che il vero conflitto di interessi è a sinistra, con finanza e coop.
Se fosse vero, perché non auspicare il varo e l’attuazione anche in Italia di norme made in Usa sul rapporto legislazione- capitalismo? La risposta può essere questa: perché c’è da sempre, in Italia, un capitalismo (non tutto il capitalismo) ribaldo, che da sempre vive, proprio come la classe politica, di indulgenze pubbliche: con l’Italietta liberale, col fascismo, con la Dc, col centrosinistra, con la seconda repubblica.
Esso è più forte della politica, la quale, meno l’economia soddisfa le esigenze del paese, più autosviluppa se stessa per soddisfare le insoddisfazioni lavorative e occupazionali e “rafforzare” il sistema: o meglio la propria sopravvivenza, spacciata per difesa del sistema.
Un cane che si morde la coda e impazzisce.
Come dice bene ma senza dare ricette D’Alema.
Ritorniamo, per un esame anatomo-patologico da laboratorio, a un esempio che ho già fatto (il caso Molise, lo conosco perché è la mia terra d’origine), detto anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Quando s’aprì la Costituente, sessant’anni fa, la provincia di Campobasso, 410 mila abitanti, era la quinta provincia della regione Abruzzo e Molise. Quindici anni dopo la Costituzione fu riformata e il Molise separato dall’Abruzzo: ventesima regione. Poi la provincia-regione fu divisa in due province, Cb e Is (Isernia), una di 220 l’altra di 110 mila abitanti (avendo l’emigrazione, nel frattempo, ridotto a 330 mila la popolazione molisana).
Così, come certe amebe unicellullari, il consiglio provinciale di Cb si è riprodotto in nuovi organismi, e cioè il consiglio regionale del Molise e i consigli provinciali di Cb e Is; ognuno dei quali ha creato non so quante Asl poi Usl, comunità montane (sei o sette), consorzi di bonifica, aree e consorzi industriali, mentre il governo provvedeva a raddoppiare le prefetture, le questure, le intendenze di finanza, e quant’altro. Insomma, non si è aspettato Montezemolo per scoprire che la politica è la prima industria, e non solo nelle aree depresse.
Gli stipendi politici sono più di mezzo milione (l’ex guardasigilli Martelli diceva un milione).
Che essi costituiscano un ammortizzatore sociale è probabile, e ciò invalida la prospettiva di De Rita di uno sciopero fiscale dei contribuenti.
Troppi dovrebbero scioperare contro se stessi. Certamente essi costituiscono l’ossigeno, anzi i pani e i pesci di una delle caste. Ma limitarsi a dirlo non ha alcun senso, se non si indica la via d’uscita da quello che Mauro Zampini definisce il cortocircuito istituzionale che ci paralizza, lascia l’industria senza “sistema paese”, non impedisce che il maggior reddito dell’economia si traduca in maggiore povertà dei singoli (Istat).
La mediocrità delle classi dirigenti del centrosinistra e del centrodestra s’è vista con le rispettive riforme della Costituzione: quella del 117 che facemmo nel 2000, e che ha aggravato la sclerosi multipla di uno Stato che aveva bisogno di riallacciare le sue membra scisse dal regionalismo spendaccione; quella di tutta la Costituzione voluta dal centrodestra nel 2005, e che ha costretto gli italiani , nel referendum confermativo, a gettare con l’acqua sporca del premierato a reti unificate, anche il bambino, cioè la liquidazione del bicameralismo ripetitivo e la riduzione del numero dei parlamentari. Se vogliamo rimettere i bottoni nella stanza, come vuole Rutelli, potremmo fare un discorso al centrodestra: non che ci piacerebbe l’amico e collega Gianni Letta nel futuro governo Veltroni, quasi un sarkosismo all’acqua santa, ma che vogliamo recuperare, insieme alla destra, quel bambino che il presidenzalismo plebiscitario ci costrinse a buttare. Si potrebbe dire al centrodestra che, una volta lanciato dalle istituzioni centrali questo messaggio di autoridimensionamento, sarebbe più facile ridimensionare insieme la periferia, costruendo macroregioni economiche al posto delle 20 “storiche”, abolendo le province, costringendo i comuni minori a consorziarsi (sempre per restare nella mia terra d’origine, c’è un consiglio comunale anche nel Comune di Molise, 57 abitanti).
Ce n’est qu’un début, diremmo se fossimo in Francia.
Ma, caro Valter, siamo in Italia, a meno che tutti voi non vogliate provare – interviste a parte – a cambiare.

Europa 25 mag 2007
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LA CURA PER L'ANTIPOLITICA COMINCIA DA UNA POLITICA FORTE 
di STEFANO FOLLI

Nel giorno di Montezemolo, il mondo politico ha avuto come un sussulto. E si è diviso in due. Da una parte chi ha scelto il dibattito, ovvio ma al momento senza risposta, sulla potenziale «discesa in campo» del presidente della Confindustria, visto come una sorta di secondo Sarkozy. Dall'altra chi ha colto la sostanza di una sfida scomoda con cui il mondo dell'impresa tenta di ricordare alla politica le sue responsabilità nel rinnovamento del Paese.
In altre parole, c'è chi vede il rischio della «tecnocrazia» al potere e chi invece capisce che è tempo di confrontarsi sui temi del governo efficace di una società liberale. In quest'ultimo campo troviamo esponenti della Casa delle Libertà, troviamo un Casini particolarmente entusiasta; ma scopriamo anche tanti rappresentanti del centrosinistra, o meglio del costituendo Partito Democratico. E anche questo è un indizio rilevante: la sinistra moderata non esita a far sue le critiche e le sollecitazioni della Confindustria.
Intanto sul "Corriere della Sera" Mario Monti scriveva un secondo editoriale in pochi giorni con l'obiettivo di spiegare che non è sua intenzione propugnare un «governo dei tecnici». Al contrario, ciò di cui si avverte la necessità è una politica forte, capace di impegnarsi in un autentico programma di riforme. L'articolo è anche una replica a quanti, in prima linea Rifondazione e il suo giornale, «Liberazione», hanno parlato di un piano preciso di ambienti borghesi per delegittimare il governo Prodi e sostituirlo con un esecutivo, appunto, tecnico.
Ipotesi, quest'ultima, sotto la quale molti vedono risorgere la prospettiva del governo delle larghe intese, aperto a sinistra come a destra, e costituito da un largo numero di «esperti» anche estranei al Parlamento. Come dire una risposta all'insegna dell'«antipolitica», volta ad assecondare il sentimento risentito che si respira in giro per il Paese contro i palazzi romani.
In realtà quello che Monti propugna sembra essere il contrario dell'antipolitica. Semmai vuole spingere la politica a decidere. E l'intervento di Montezemolo va nella stessa direzione. Sullo sfondo c'è Tony Blair e il suo esempio riformatore che in dieci anni ha cambiato il volto della Gran Bretagna. Quindi è un modello tutto politico che viene proposto non solo al centrosinistra, ma allo spettro completo della politica italiana. Per cui non solo Casini, ma anche Fini ha colto al volo l'opportunità di far entrare aria fresca nello stagnante dibattito della Casa delleLibertà. E non è un caso che siano stati i due leader più giovani e ambiziosi del centrodestra a cogliere la palla al balzo.
S'intende in ogni caso che è dalla maggioranza di governo che ci si attendono le risposte più concrete. Risposte che devono ristabilire il primato della politica in tutte le sue forme. Non si può attendere il misterioso Partito Democratico, privo finora di un progetto e di un'idea. C'è il rischio che nel frattempo prevalga l'antipolitica, che non si esorcizza con la paura del «governo tecnico». L'antipolitica può vincere con lo sfarinamento di ogni centro decisionale, con la resa di fronte ai problemi come se l'Italia intera si riconoscesse nella fotografia della Campania sommersa dalla spazzatura.
Sul «Foglio» di ieri Giuliano Ferrara chiedeva una forte leadership per il governo e per il Paese. Aveva ragione. Anche la leadership è parte di un disegno politico positivo, come antidoto al qualunquismo e alla delegittimazione.

Il Sole 24 ore
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CASO VISCO, ROMA APRE UN'INCHIESTA 
ROMA

Non ci sarà, alla Camera, l’informativa del Governo sul caso Visco e le presunte pressioni che il vice ministro all’Economia avrebbe fatto sulla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta Unipol. Nel frattempo, però, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’inchiesta.

Cdl all'attacco
La richiesta perché il Governo riferisse era stata avanzata dalla Cdl, ma la maggioranza non è stata d’accordo, poiché al Senato, spiega Antonello Falomi, vice capogruppo di Rifondazione, «è stata presentata una mozione per cui Visco è colpevole. E la Camera non può discutere su un tema smentito nell’altro ramo del Parlamento». Critica la Cdl: «Volevamo solo sapere cosa è successo, mentre la mozione al Senato, in cui si chiede che siano tolte le deleghe a Visco, è una cosa diversa, un fatto politico», dice Antonio Leone, vice capogruppo di Forza Italia.

"Nessun reato ipotizzato"
Per quanto riguarda l’indagine capitolina, questa sarà seguita dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal pm Angelo Antonio Racanelli. Per ora non è ipotizzato alcun reato e non c’è alcun nome iscritto sul registro degli indagati a riferimento a questi accertamenti. L’avvio dell’inchiesta è stato deciso nelle ultime ore e per ora contiene solo alcuni articoli di giornale usciti negli ultimi giorni. Ferrara ha avuto uno scambio d’informazioni con il capo della procura militare Antonino Intelisano, che negli ultimi mesi aveva ricevuto un esposto da ambienti della stessa Gdf. Ora quelle carte saranno trasferite a piazzale Clodio.

La Stampa 25 mag 2007
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BERLUSCONI :"NON COMANDA CONFINDUSTRIA MA IL POPOLO". 
OLBIA

Anche a Olbia Silvio Berlusconi si concede uno strappo al look e rinuncia alla cravatta. Ma la battuta con la quale il Berlusconi descamisado accompagna la licenza che si era concesso anche il giorno prima a Verona è strettamente legata all'attualità politica, alle strigliate alla politica arrivate da Luca Cordero di Montezemolo: «Abbiamo un grande dilemma: con cravatta o senza cravatta? Siamo in democrazia, non comanda la Confindustria, comanda il popolo e allora, senza cravatta». Secondo il Cavaliere il dibattito sulla «quasi discesa in campo» di Montezemolo può avere un'unica lettura: «Per guidare il Paese bisogna avere il 50% e più dei consensi».

CALDEROLI: MONTEZEMOLO È UN RICICLATO - Velenosa la battuta che il leghista Calderoli riserva al leader confindustriale: «Montezemolo è veramente un mito, bisogna riconoscerlo. Abbiamo visto tanti riciclarsi negli ultimi anni: De Mita, Pomicino, Intini ecc ecc ecc. Ma uno bravo come Montezemolo non c'è stato di sicuro. Perché, invece, - aggiunge Calderoli - non ci fa il piacere di dirci dove sta la novità? Visto che lui è un simbolo della politica della Prima Repubblica ovvero di quelle aziende che privatizzavano gli utili per statalizzare i debiti ovvero, detto in parole povere, per farli pagare, i debiti ovviamente, ai poveri cittadini».

NELL'UNIONE CRITICI E NON - Critiche a Montezemolo arrivano anche da settori dell'Unione. Per Paolo Gentiloni, ministro delle Comunicazioni ed esponente della Margherita, «alcune delle prediche fatte da quel pulpito sono eccessive». Lapidario, ma non meno tenero, il commento del senatore a vita Giulio Andreotti: «Il discorso del presidente di Confindustria di ieri? L'ho trovato con un tono troppo didattico. Soprattutto dirò a Montezemolo di non pontificare e di lasciare queste cose ai vescovi».
Non cambia idea il segretario dei Ds Fassino che a caldo aveva parlato di «sana frustata»: «Io credo - ribadisce Fassino - sia dovere di una classe dirigente che ha la responsabilità di guidare il Paese non girare la testa da un'altra parte, piacciano o no le espressioni che si ascoltano».

IL POPOLO DEGLI SMS - E Montezemolo? Al momento preferisce glissare, smentendo però con decisione la volontà di «scendere in pista». «I giornali li ho letti con attenzione. Non condivido certi titoli sul week-end della McLaren - ironizza a proposito del polverone sollevato dalla sua requisitoria sui malanni della politica - parliamone domenica». Intanto il popolo di Confindustria gli si stringe accanto. Centinaia di fax, messaggini, lettere e telefonate di imprenditori, dai più grandi ai più piccoli, sono arrivati tra venerdì sera e sabato a Viale dell'Astronomia, quartier generale di Confindustria, per esprimere appoggio, sostegno e solidarietà (per gli attacchi ricevuti) al presidente.

Corriere della sera 25 maggio 2007


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