LETTERA A UN GIOVANE APPRENDISTA ASSASSINO 
Il libro di Mario Calabresi, i figli delle vittime, le figlie di Pinelli.
Quella volta che lo stato mi propose di uccidere in combutta con lui.

di Adriano Sofri

Caro ragazzo, che ti stai preparando a combinarla grossa in qualche stanza con le tende tirate. O hai già deciso di passare ai fatti, e allora hai una sola possibilità: fermarti sull’orlo. Se non lo farai, ti mostro che cosa sarà di te. Nello specchio di quelli che sono venuti prima. Non è vero, non crederci, che
fossero migliori. Erano come te. Ma neanche peggiori. Pochissimi di loro direbbero in pubblico che lo rifarebbero, non uno lo direbbe a se stesso. E’ quello che ti aspetta, ma solo in capo a una discesa all’inferno. La discesa all’inferno, quella vera, non ha grandezza: è miserabile. Se sapessi che cosa sono i grandi criminali, una volta che li incontri in carne e ossa. Se invece non hai ancora premeditato il tuo fatto, e ti alleni, con le parole e magari anche con le cose (le cose, che stanno al di qua dalle persone, salvo incidente), e giochi al rialzo, sappi che le parole ti prendono in ostaggio, ti sequestrano,
e ti portano dove vogliono loro, alla prova del fatto. Si chiede perché in Italia sia durata tanto la violenza: perché erano durate tantissimo le parole. Erano state a lungo parole che rispondevano
a fatti. C’erano i manifestanti da una parte, e scandivano slogan, cantavano e gridavano a squarciagola. Di fronte altri manifestanti, altri slogan, altri canti. In mezzo, nemico, lo stato. Perfino in una manifestazione di strada, lo stato è silenzioso, finché suona tre squilli di tromba. Lo stato ha questo
di distintivo, che deve usare meno le parole e più i fatti. Così per un lungo periodo bisogna rispondergli con le parole, e il loro rincaro: sui fogli firmati, sui muri, poi sui fogli anonimi, poi sui muri notturni. E più crescono i fatti del tuo nemico, più feroci e oltranziste diventano le tue parole. Finché non bastano
più. Dopo che hai detto: “Fucili!”, che altro puoi dire? Devi andare a procurarti un fucile. E se non lo fai, perdi il rispetto per te. Se lo fai, perdi te. Quelli che lo fanno possono essere i migliori, che non hanno il coraggio di tradirsi, di tirarsi indietro, di non prendere sul serio le parole che hanno troppo gridato; o i peggiori, quelli che le parole non le sanno maneggiare, e hanno solo aspettato che venisse il momento di menare le mani, con l’autorizzazione della buona causa. Frustrati, invidiosi di paese – senza amore. Tu ragazzo che tipo sei? Fermati, aspetta un momento. Hai una famiglia? Bisogna lasciare tutto e tutti, quando si passa la linea. Madri e fratelli, come Gesù Cristo. Poi, quando sarai in fondo al pozzo, ti ricorderai di aver avuto una famiglia – loro non se ne saranno mai dimenticati. Questa ridicola recita di una parte di italiani che amano la famiglia, e un’altra che la odierebbe. Tutti amano la famiglia, ed è là che cercano soccorso. Certo che esistono le famiglie che uccidono, che
violentano… Ma la norma è un’altra. Le famiglie delle vittime, le famiglie dei carcerati, dei latitanti, degli assassini. Sono ostili e nemiche, ma ci sono momenti in cui sono confuse insieme. Le vedove, gli orfani… Nel periodo in cui lo stato faceva male, e noi ci vendicavamo col rincaro delle parole, avemmo per la prima volta davanti agli occhi una vedova, due orfane. La vedova si chiamava Licia Pinelli, le orfane Silvia e Claudia, avevano 9 e 8 anni. Chi torni a sfogliare la collezione di Lotta Continua, per cercare di ricostruire l’aria disperata di quel tempo, troverà il disegno su un foglio di quaderno a quadretti, e la grafia infantile che dice: “Ieri, 15 dicembre 1969, hanno ucciso mio padre”. C’è un problema in più, con destini come Pinelli: che non rientrano nella categoria delle vittime del terrorismo, e nemmeno delle vittime. Non c’è riconoscimento dello stato, non c’è risarcimento. L’accusa contro i miei amici e me accomunava, per il movente, Pinelli e Serantini. Franco Serantini, appunto, senza famiglia, orfano da orfanotrofio. Fu massacrato da poliziotti in strada e in questura, abbandonato a crepare in una cella di isolamento. In che giorno della memoria toccherà a lui?
Perché ti scrivo, ragazzo? Non so. Un po’ per parlare ad altri. Del resto, le lettere pubbliche non si rivolgono mai al loro destinatario ufficiale, parlano ad altri. Ma con te c’è una ragione pratica: tu non hai un indirizzo, un nome, una faccia, per me. Posso provare a immaginarla, ma preferisco di no. La
mancanza di faccia, l’anonimato, che nei tuoi conti ti tengono al riparo, sono ancora il tuo rifugio possibile. Puoi ancora salvarle, faccia e nome. Penso di convincerti? Ma no! Nemmeno di incuriosirti. Figuriamoci se non lo so. Mi sarei messo a ridere se qualcuno mi avesse scritto una lettera simile,
quando ero ragazzo, e sapevo tutto. Tutto. Anche tu sai tutto. Però io ce l’ho il titolo per scriverti. Io non sono uno che se la squaglia. Se tu pensi di saper affrontare il periglio estremo, o la galera, bene,
io anche. Non mi spaventa la galera, né il periglio estremo. Non occorre votarsi alla lotta armata per far fronte alla vita. Non mi sono fatto mancare molto. Le guerre, ci sono andato dentro, e le odio più di te, e non meno di chiunque. La galera, ci sono andato dentro, più volte, e per tanti anni. E’ più penoso le prime notti, poi gli anni volano. Se avessi detto che ero colpevole, che ero il mandante di un omicidio, non avrei trascorso un’ora in galera. Ce l’ho, il titolo a parlare con te, e con chiunque. Io non l’ho superata, quella linea, e non so nemmeno se avrei saputo oltrepassarla: dico di sì, per non sospettarmi
vile, e perché ho saputo che cosa significasse un riconoscersi gli uni negli altri. Dunque non accampo differenze morali. Uno che uccide uccide anche se stesso, e quando sia davvero ritornato a sé è la persona più degna di un dolore solidale. Può succedere davvero che l’assassino e la vittima si incontrino: ne dubito e ne diffido, ma l’altra sera ho sentito Antonia Custra dire all’assassino di suo padre di stare tranquillo, che lei è piena di amore. Succedeva in televisione, e tuttavia faceva rabbrividire. E’ merito del libro di Mario Calabresi. Sto parlando anche a lui. Oggi io provo solo pena e dispiacere. Sono andato a vedere quel film di Per Fly, “Gli innocenti”. Ha un intreccio rocambolesco,
caratteri un po’ scontati. Però fa la domanda giusta: “Ma allora non finirà mai?” Tu ragazzo forse non
puoi capirla, tu sei nel punto in cui la cosa sta solo cominciando – come potresti preoccuparti di trovare un modo per finirla? Eppure. Non eravamo pazzi noi, nemmeno quando pensavamo e dicevamo e facevamo cose da pazzi. Eravamo capaci di intendere e di volere. Non erano pazzi nemmeno quelli che firmavano gli appelli che oggi si leggono con raccapriccio. Non c’entrai niente, e non avrei dato
alcun peso a quell’appello e alle sue firme, ero troppo pieno di me e di noi. C’erano ottocento firme, anche le più illustri, anche le più degne. Si sa, le firme agli appelli, a quel tempo, e sempre: uno non chiede nemmeno che cosa dica, chiede chi altri ha firmato. Si sa, ti chiamano al telefono, dici di sì per liberartene. Qualcuno ancora oggi protesta che gli fu estorta, la firma. Però non può essere tutto qui. Non doveva essere facile estorcere firme, o carpirgliele sotto il naso, a persone che si chiamavano
Primo Levi e Giorgio Amendola e Giancarlo Pajetta. Intanto, non c’erano allora morti ammazzati
per mano privata, ed erano, per i più, ancora impensabili. C’erano tutti quei morti “di stato”, nella banca, nella questura. C’era uno scandalo che faceva soffocare. E credo che anche quegli illustri (illustri davvero) firmatari ricorressero a loro modo al rincaro delle parole. C’era scritto, in quell’appello, “torturatore” e “assassino”. Come potevano crederci? – ci si chiede oggi. Come potremmo non crederci? – si pensava allora. Non sto affatto evocando l’aria del tempo per riscattare errori e colpe. Tant’è vero che l’aria del tempo non era la stessa per tutti. Leggendo il libro di Mario Calabresi mi sono chiesto ancora una volta se e come pensassimo allora alla famiglia del commissario. Non ci pensavamo, io non ci pensavo. Tuttavia altri, anche vicino a me, ebbero quel pensiero, e lo espressero. Dunque si poteva, e si doveva, fare. Mario Calabresi ha trovato su un numero del nostro giornale del ’70 una vignetta in cui suo padre gli insegnava a giocare con la ghigliottina. (In realtà la vignetta disegnava una bambina, citando una notizia sbagliata di Panorama). Era agghiacciante.
Non per noi. Il disegnatore si proponeva proprio le provocazioni più insopportabili, che spingessero alla querela. Si chiamava Roberto Zamarin, morì presto, una notte in cui correva nella nebbia
per portare il giornale alla distribuzione. Mi vergognerei se non ripetessi ora che era un uomo meraviglioso. Così ottusi fummo, ragazzo, e chissà come siamo. Torniamo alle parole rincarate:
esse non servono solo a sfogare dolore e rabbia. Servono anche ad allontanare o dilazionare il passaggio ai fatti. Finché ci sono parole più grosse da gridare, ci si illude di esorcizzare il loro fatto. Questa è la lezione più importante, direi. E’ per questo che si deve temere che venga meno la memoria
rispetto a un passato recente sì, ma già così lontano da escludere un paio di generazioni: che si possa ricominciare, che tu, ragazzo, possa persuaderti di disporre di una ennesima innocenza, di avere il diritto alla tua prima pietra – e di sentirti tenuto ad andar dietro alle tue parole. Negli ultimi anni ci sono stati assassinii orrendi e futilmente sporadici, Massimo D’Antona, Marco Biagi, Emanuele
Petri, prodotti da parole vecchie, tramandate dalle seconde e terze e ultime linee. La tradizione catacombale di queste parole le conserva, la luce del sole le ridurrebbe in polvere, come antiche mummie. Anche tu, ragazzo, tieni tirate le tende della tua finestra e ti addestri al buio: chi non vuole essere visto, finisce presto per non vedere più. Tu non hai bisogno di quella lingua morta, se non
come un pretesto. Certo la “tradizione” conta, perfino questa, il morto afferra il vivo. Ma si trovano sempre nuove ragioni per scendere in guerra in proprio. Nel mondo c’è la guerra, c’è la fame, c’è
la consumazione della natura, c’è il precariato giovanile. Basta metterci la maiuscola, e il più è fatto: la Guerra, la Fame, il Precariato. Il ministro dell’Interno ha appena dato l’allarme: “Il terrorismo non è ancora estirpato”. “Pensavamo – ha detto – che, trent’anni dopo, il terrorismo fosse cancellato”. In una
fabbrica torinese hanno scritto: “Siamo tornati”. Ma non è vero. Scommetterei che l’ha scritto un ragazzo come te, uno che non è tornato, perché non c’era. Sarebbe un errore credere che il “terrorismo”
di oggi sia soprattutto un avanzo di quello dell’altroieri. Farsi impressionare dalla continuità impedisce di vedere la novità: il “terrorismo” che sta incubando si trova i suoi pretesti tutti nuovi nella condizione d’oggi, e l’epopea brigatista è un arredo d’epoca. Gli stessi “combattenti” maturi e addirittura anziani
sono, alla lettera, dei sopravvissuti, simili ai rari superstiti della generazione dell’eroina. Del buco di eroina si moriva presto, e forse per questo sembrava che l’eroina fosse affare di giovani, e che non stesse bene bucarsi da grandi: semplicemente, non si arrivava a essere grandi. Qualcosa del genere
succedeva per i “terroristi”: non sta bene esserlo a cinquant’anni, o sessanta. O semplicemente, si è morti prima. Ce ne sono, di nuove nicchie per dei giovani che vogliano sradicarsi dalla società ufficiale e dal suo ordine costituito. Cattiveria del mondo globale, ottusità della generazione adulta e dei suoi modi di vivere, un terzomondismo rinnovato dalla prossimità domestica coi migranti, una paradossale idea della pace e della nonviolenza tradotta in impulso alla violenza riparatrice, distanza cercata dalla propria generazione e dal conformismo dei suoi desideri, spettacolo universale della guerra – possono spingere pochissimi giovani all’attivismo armato, e non pochi alla simpatia e alla solidarietà. Ci si è fermati sugli attempati cospiratori presi nella retata ultima, che colpiva invece per i giovani, e la loro milizia politica e sindacale. Li si immagina reclutati dagli anziani, e ci si chiede che cosa li renda ancora vulnerabili al richiamo brigatista da anni Settanta, e probabilmente sono quegli sparuti anziani spostati a venir reclutati dai giovani, con la benevolenza che si assegna a chi è invecchiato senza trovare casa. Mostrare la miseria dell’epopea terrorista è lodevole, se non altro perché è vero: ma a te non basterà, ragazzo. Ci sono sottomondi che si dissociano dalla conversazione comune per sentirsene
esclusi e insieme esclusori e nemici, e comunicano in una lingua loro peculiare e irriducibilmente straniera. In quella lingua diventano possibili, plausibili e anzi doverosi pensieri e gesti che altrove
suonano deliranti, e suoneranno deliranti a loro stessi quando avverrà loro di uscire dalla nicchia. Il punto insuperabile delle ormai innumerevoli testimonianze degli attori della “lotta armata” degli anni Settanta e Ottanta è proprio qui: che loro stessi non sanno più capire come abbiano potuto vivere
e agire in quel modo, e lo sforzo di rendere l’idea della temperie perduta può essere narcisista o angosciato, ma resta evasivo, come il racconto di un’ubriacatura molesta della notte prima. La violenza
è ogni volta di nuovo incubata nel grembo del nostro mondo, e ogni volta la sua parabola si alza e poi ricade. E’ difficile che ricada senza essere andata oltre. Limitare i danni è questione che riguarda tutti, per un verso, e riguarda la polizia, per l’altro. Noi avevamo smesso di chiamarla “strage di stato”, per stanchezza, per rigetto, quando cominciarono i magistrati competenti a chiamarla così. E’ diventata
la dizione d’ufficio. Luigi Calabresi era un “fedele servitore dello stato”, come recitano oggi le lapidi? Sì. Ma di quale stato? A quale fedeltà è stato tenuto, o indotto? Qui non posso avere la stessa convinzione di sua moglie o dei suoi figli, benché mi dispiaccia terribilmente di ferirne i sentimenti. Quello stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati. Nella primavera del 1969 ci fu una sequela di attentati a Milano. Erano fascisti, e delle stesse mani che avrebbero colpito all’ingrosso il 12 dicembre, a piazza Fontana. Furono accusati e incarcerati
anarchici e persone di sinistra. Di quella indagine Calabresi fu uno dei principali autori. Per convinzione della colpevolezza degli anarchici, per fedeltà allo stato, per ambedue le ragioni, o per una sola? Il 12 dicembre fu il perfezionamento di quella vicissitudine, e lo stato, Roma e il questore Guida,
vollero l’anarchico colpevole, e toccò a Pietro Valpreda, e per sovrappiù a Pino Pinelli. Perché Pinelli? Perché viene tenuto per tre giorni, illegalmente (il vicequestore Allegra fu solo amnistiato per questo reato)? Perché si dice di lui, perfino dopo lo schianto, che si è riconosciuto colpevole, che ha gridato: “E’ la fine dell’anarchia”, che è stato schiacciato dalle prove? D’Ambrosio ha giudicato che Calabresi
fosse uscito dal suo ufficio. Bene. (Anni fa, D’Ambrosio, tradito dalla memoria, disse che era stato l’anarchico Valitutti a confermare: ma Valitutti aveva detto il contrario). Calabresi era fuori dalla stanza, a far firmare i verbali. E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? Di cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola? E che nessuno è andato più a interpellare, in un paese in cui dodici richieste di intervista non si negano a nessuno? Quello stato che abbandonò Calabresi durante il linciaggio di cui noi fummo la punta avanzata, dovette garantirsi bene della fedeltà degli altri quattro. E poi la sequenza dei processi, la ricusazione di un giudice colpevolista, le omertà… Ce n’era abbastanza per agitare le notti dei paladini di vedove e orfani. E un delitto commesso dallo stato è peggiore di uno privato. Il delitto privato coinvolge la responsabilità del suo autore, quello dello stato vuole rendere complice l’intera comunità. E’ vero che allora in tanti vedevamo la società così radicalmente spaccata in due parti, che noi stessi pensavamo come se fossimo l’altro stato, ed evocassimo e usurpassimo una giustizia in nome del proletariato, e in anticipo sul futuro. (Diceva questo il mio comunicato dopo l’uccisione di Calabresi, distorto in quell’inventato “Giustizia è fatta”). Per questo si può avversare la pena di morte
e compiere un omicidio. Dì la verità, ragazzo: tu sei contro la pena di morte, vero? Fin dove arriveresti per combattere la pena di morte? Fino all’omicidio, e oltre – non è vero? Io, che non conosco più il mondo, se non in certi suoi ripostigli tormentati, mi chiedo se tu, sul punto di passare la linea, non ti ritenga anche un adepto della nonviolenza. La nonviolenza – che è il cammino più paziente, tortuoso e arrischiato da intraprendere – è arrivata per alcuni così repentinamente da riuscire perfino a rianimare le motivazioni della violenza. Grammatica nonviolenta, pratica violenta. Ti piacerebbe ammazzare un gran sindaco, un gran cardinale? Sapevi chi erano D’Antona, Biagi? Gli inquirenti hanno citato un passo della brutta copia della lettera di una brigatista recente a un suo compagno: “A mia sorella ho urlato che, fosse stato per me, Biagi l’avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariato”. (Il brano non è stato poi copiato nella lettera spedita). Delirio impensabile, o una corazza fortunosa arrivata al punto di spezzarsi – o tutt’e due. E tu, ti piacerebbe torturare Cofferati, per quello che ha fatto al proletariato? E se anche fosse così, tu resti contrario alla tortura, immagino, no? L’ho già detto: non mi illudo che tu mi stia a sentire. Eppure potresti almeno scommettere un centesimo sulla mia conoscenza del prossimo. I compagni combattenti, di ieri e di oggi, sono fessi. Non sanno quello che fanno. Fraintendono. Guardano un bravo professore laburista
in bicicletta, e lo scambiano per un aguzzino del proletariato. Guardano un bravo sindaco di sinistra, e lo prendono per un boia imperialista. Sono fessi. La cosa peggiore è che fraintendono anche se stessi: si guardano allo specchio, e vedono, invece che un giovane precario, un po’ incazzato, cui piacerebbe quella lì, loro vedono un intrepido giustiziere antimperialista. E’ una malattia degli occhi. Poi passa. Si smette di essere fessi. Prima o poi. Dunque ti stai allenando. Magari hai già un “ferro” da montare e rismontare, calcolando la velocità. Immagini già lo scenario della tua azione. Provi già la frase: “Mi dichiaro prigioniero politico”. No: “Prigioniero Politico”. Anzi: “PRIGIONIERO POLITICO”. Tu, ora, puoi essere lusingato. Puoi farla grossa davvero. Vedi il discredito della vita pubblica. Vedi le grandi manovre di piccoli partiti che corrono a occupare “lo spazio appena lasciato vuoto” dal partito adiacente. Perfino tu potresti speculare su questa rincorsa alla geometria solida: “lo spazio lasciato vuoto” dalla crisi della lotta armata è una prateria ai tuoi piedi. Hai l’acquolina in bocca a figurarti il danno che puoi fare. Ributtare ciascuno nel proprio angolo, ciascuno coi propri morti. Appena arriverà un morto nuovo, il tuo, sarà tutto compromesso, giornata della memoria e lapidi e strade intitolate.
E tu avanzerai lungo il cammino che porta a vedere nel proprio compagno un traditore, e a tradire, e poi a pentirsi o dirsi irriducibile, a morire “in combattimento” o compilare istanze per un permesso premio e preparare in cella l’esame di diritto internazionale. Nessuno tiene a prendere trenta all’esame quanto un ex clandestino. Ma allora davvero non avrà mai fine? Avevo immaginato che la mia galera potesse servire ad avvicinare la fine, e a favorire il ricominciamento di cui c’è bisogno. Ho detto che il film di Fly ha una trama rocambolesca. Ma la concatenazione incredibile che i grandi romanzi riescono a rendere verosimile è anche la vera anima della vita. In questa catena nessuno è libero. Si può provare a spezzare il proprio anello. Tu, apprendista della camera oscurata, puoi ancora spalancare la finestra, respirare fondo, e disertarla, la catena. Hai un mondo da conquistare, ragazzo.

Il Foglio, 26 maggio 2007



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TASSE, EFFETTO UNIONE: OGNI FAMIGLIA DA' 500 EURO AI COMUNI 
di Gian Battista Bozzo

Roma - Per la famiglia tipo italiana - una coppia di lavoratori dipendenti con due figli e una casetta (80 metri quadri) di proprietà e reddito complessivo di 36 mila euro l’anno - l’anno di grazia 2007 ha portato tasse locali per quasi 500 euro: 495 euro, per la precisione, con un aumento di 72,75 euro (+17,2%) rispetto al 2006. È il combinato disposto della legge finanziaria del governo Prodi, che ha consentito ai Comuni di aumentare l’addizionale Irpef, e delle iniziative delle amministrazioni comunali che in moltissimi casi hanno aumentato sia l’Ici che la Tarsu (l’imposta sui rifiuti urbani). Queste cifre, calcolate da uno studio della Uil, rappresentano, ovviamente, una media nazionale. La «palma d’oro» per gli aumenti di tasse locali spetta infatti a Bologna, dove fra Ici, Tarsu e addizionale Irpef, la famiglia tipo paga 854,70 euro. All’altro capo della graduatoria troviamo Lecce, con 174,87 euro. Sergio Cofferati incassa da ogni bolognese il quintuplo rispetto a quanto Adriana Poli Bortone rastrella da ogni leccese.

Buoni e cattivi. Bologna è sempre stata al top nelle classifiche della tassazione locale. Ma se vogliamo vedere chi ha aumentato di più i tributi locali fra il 2006 e il 2007, troviamo al primo posto la dissestata Taranto, con un incremento di 270,89 euro per ogni famiglia. Segue Trieste, con un aumento di 243,87 euro. E ancora Perugia (+219,74 euro), Siena (+206,23 euro) e quindi Ragusa, Campobasso, Palermo, Caltanissetta, Foggia e Ravenna. C’è anche chi ha fatto pagare di meno: Brescia, ad esempio, con una riduzione di 38,82 euro, seguita da Milano (-31,75 euro), Como (-13,95), Mantova (-9,8 euro), Catanzaro, Lucca e Lecco. Lecce e Venezia non si sono mosse rispetto al 2006.

Ici, odiata e ridotta. Il fatto che l’Ici risulti l’imposta più odiata dagli italiani (vedi la recentissima indagine della Confcommercio) ha fatto riflettere molte amministrazioni. Così, in 30 capoluoghi - fra questi Milano, Trieste, Roma, Napoli, Bari, Cagliari - l’aliquota sulla prima casa è diminuita, passando nella media nazionale al 4,98 per mille contro il 5,11 per mille del 2006. Soltanto due città, Rimini e Belluno, si sono avvalse della possibilità - prevista dalla Finanziaria - di deliberare un’addizionale sull’Ici come «tassa di scopo». Secondo le stime della Uil, dall’Ici i Comuni italiani incasseranno quest’anno 11,5 miliardi di euro. Un terzo di questa cifra viene dall’Ici sulla prima casa: si scopre così quanto costerebbe abolirla, circa 3,7 miliardi di euro.

Addizionale Irpef. In 61 Comuni capoluogo sui 104 censiti dallo studio Uil, gli amministratori hanno deciso di aumentare l’addizionale Irpef, arrivando nella media nazionale allo 0,47% contro lo 0,31% precedente. La famiglia-campione versa così 169,50 euro in più. A Trieste va il dubbio primato dell’aumento più elevato, 225 euro, seguita da Perugia e Siena.

Mondezza, o cara. La tassa rifiuti è stata aumentata in 36 città nel 2007, portando la media della Tarsu a 189,70 euro per ogni famiglia italiana. Gli aumenti più consistenti dell’ imposta si sono avuti a Palermo, Taranto, Pordenone, Terni e L’Aquila. La tassa più elevata si paga a Livorno con 331 euro, la più bassa a Reggio Calabria con 76,40 euro. A Napoli si pagano in media 226 euro: sempre troppi, visto il risultato.

Il Giornale 26 mag 2007
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POLIS CHIEDE L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA VASTESE 
di DAVIDE D'ALESSANDRO

Non sapevo, fino ad oggi, di avere una collega, Brunella Fratini, che scatta foto e me le manda dal Comune di Vasto.
Ho pensato ad una parentela con Antoine Fratini, psicoanalista di Fidenza, ma così non è. Sono andato sul motore Virgilio e ho trovato una Brunella Fratini nel "tamburino" dell'Osservatorio economico della provincia di Chieti, periodico edito dalla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Chieti, la stessa che vede presidente Dino Di Vincenzo e tra la Giunta e i consiglieri Patrizio Lapenna, vecchia conoscenza, Oreste Menna, Enzo Giammarino, Calogero Marrollo ed altri.
Se è lei, be' prendo atto che adesso è tra noi. Non so a quale titolo, poiché non ho ricevuto alcun comunicato da parte dell'Amministrazione Comunale.
La collega è stata assunta? Ha un regolare contratto? Qual è il suo ruolo? E' la nuova addetta alla stampa e alla fotografia del tanto bistrattato Comune di Vasto? O passava per caso? Vorrei saperlo, perchè non l'ho mai incontrata in città. E' di qui? Risiede qui? O viene da fuori Vasto?
Pongo queste domande perché Lapenna, dopo il primo orribile anno, potrebbe cominciare il secondo ancora peggio. Glielo vorrei impedire e per questo invito il Presidente dell'Associazione Vastese della Stampa, Cav. Peppino Catania, a pretendere chiarimenti.
Non perché la Stampa Vastese abbia la golden share sulle decisioni del Comune ma ha, al suo interno, fior di giornaliste e giornalisti, oltre ai fotografi, che da anni vivono e sudano sul territorio informando quotidianamente i cittadini e da un anno si costringono a decifrare anche le dichiarazioni del nuovo sindaco.
Questo schiaffo, di non essere considerati, non lo meritano. Mi piacerebbe sapere anche cosa pensano sulla questione i nostri due colleghi politici, il Presidente del Consiglio Peppino Forte e il vicesindaco, assessore al turismo, assessore ai servizi, vicepresidente Coasiv, addetto stampa al Comune di San Salvo, direttore de la Voce e proprietario de la Voce, Nicola Del Prete.
E' un anno che scrivo e dico ad alta voce che il Comune di Vasto non sa comunicare. Ma Vasto ha giornaliste e giornalisti, escluso chi scrive, che possono ricoprire quel ruolo. Si vuole una donna?
Le giornaliste vastesi hanno un curriculum di tutto rispetto e nulla da invidiare a nessuno/a.




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AI GIOVANI DELUSI DAL PD: L'UNICA VERA RIVOLTA E' ANDARSENE 
di DAVIDE D'ALESSANDRO

La pagliacciata dei 30 saggi (?) gonfiati fino a 45, con esclusioni assurde e inclusioni patetiche, ha risvegliato l'orgoglio dei giovani che, così dicono, sono stufi di donare il sangue.
Età media 57 anni, nessuno al di sotto dei 40. Una vergogna nazionale!
Il rimedio, però, non è fare liste e listarelle sofriane. Occorre la forza, come quella di Polis, per salutare questi vecchietti che presto saranno accompagnati a far pipì, ma che non vogliono assolutamente mollare l'osso e la ciccia.
Lasciate che siano gli elettori a farli desistere. Sono arrivati, l'anno scorso a - 24.000. Era un avvertimento molto minaccioso. Non hanno capito una mazza.
Parafrasando il Mazzarò di Verga, verrebbe da scrivere:"Legislatura, legislatura mia, vientene con me!".
Ma i giovani, se hanno spirito e convinzione, debbono affrontare altre strade, le strade della libertà.
Basta chiedere, elemosinare uno strapuntino! Questa è genta che va lasciata sola con la propria ingordigia. A questa gente abbiamo chiesto troppo, l'abbiamo valutata eccessivamente. Questa è gente di una mediocrità assoluta, nata con la politica, vissuta con la politica e morta con la politica. Manca poco.
Altro che lista da opporre!
Mi limiterei a un pernacchio e al gesto dell'ombrello.
Lavoratori della politica? Tiè! Ppppppprrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!
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PARTITO DEMOCRATICO: LA "RIVOLTA" DEI GIOVANI 
di ANGELA FRENDA

MILANO — Arrabbiatissimi. Furenti. Delusi. Tanto che adesso affilano le armi per una «vendetta»: presentare il 14 ottobre (primarie del Pd) la loro lista. Tutta di giovani. Pina Picierno, segretaria nazionale giovani Dl, e Fausto Raciti, suo omologo per i Ds, ci stanno pensando dall'altro ieri, giorno di ufficializzazione del Comitato dei 45. Da allora sono sul piede di guerra: tra i prescelti, infatti, non figura un solo under 30. E questa decisione ha fatto esplodere proteste un po' dappertutto.

In Piemonte i giovani dl hanno annunciato di essere pronti «a restituire le tessere a Roma per i metodi seguiti. Che hanno portato all'assenza di giovani e di esponenti piemontesi». In Calabria, invece, i giovani dl hanno deciso «di autosospendersi dal partito». Come spiega Luigi Madeo, calabrese e responsabile nazionale organizzativo della Margherita: «Loiero inserito nel Comitato? Siamo a disagio. Non sono rappresentati né i Ds né i Dl calabresi. E invece è entrato lui, l'uomo dello strappo. Per non parlare della mancanza di giovani. Noi contestiamo il metodo usato. La nostra sfida? Sarà alle primarie, sperando che facciano un regolamento che ci consenta di partecipare».

Maldipancia anche in Sicilia. E in Lombardia, dove ieri, al congresso regionale dei giovani dl, c'era grande delusione per la scelta di escludere gli under 30 dal Comitato. Spiega Pina Picierno: «È stata un'assurdità. Le donne, invece, che hanno fatto lobby, poi alla fine l'hanno spuntata. E noi ragazzi? Noi che lavoriamo dentro i partiti, o anche fuori, e che abbiamo meno di 30 anni? Niente. Cancellati. Ma il Pd non doveva essere il partito dei giovani? Invece qui l'età media supera il mezzo secolo. Complimenti per il coraggio». La pupilla di Ciriaco De Mita, vicina anche a Dario Franceschini, non ha voglia però di attaccare a muso duro i big dl. Però chiarisce che la protesta non si fermerà qui. E avverte: «Ora il nostro percorso per la Costituente sarà autonomo e molto diverso. Sarà veramente aperto, inclusivo, e darà spazio a chi ha voglia di partecipare».
Fausto Raciti, leader della Sinistra giovanile, usa toni simili a quelli di Picierno: «Siamo davvero arrabbiati, è ovvio. Ma alla Costituente del Pd ci faremo prendere in considerazione, ne siano pur certi. Intanto stiamo organizzando la prima assemblea nazionale dei giovani del Pd, a giugno, a Roma. Ma resta tutta la nostra preoccupazione per il sistema usato: vuol dire che si sono solo riempiti solo la bocca, finora, con la parola "giovani". Ma poi alla fine nel Comitato dei 45 hanno inserito solo i professionisti della società civile. Non ci sono i giovani, quindi, ma c'è Slow Food. E ci sono Dini e Amato. Complimenti davvero».

Raciti però non ci sta ad accettare le decisioni delle segreterie nazionali: «Noi non vogliamo i giovani cooptati, come dice Parisi, e per questo il 14 ottobre ci misureremo candidandoci. Ma per far questo ovviamente chiediamo regole certe. Primo: confermare il voto per chi ha 16 anni; secondo: gli under 30 devono poter votare al prezzo di 1 euro; terzo: seggi aperti anche davanti a tutte le scuole e le università. E vediamo, poi, alla fine chi la spunta. Perché siamo proprio stufi di fare sempre e solo i donatori di sangue».


Corriere.it 26 maggio 2007


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LE FOTO DI BRUNELLA FRATINI 
NOTA

Questa mattina dal Comune di Vasto abbiamo ricevuto alcune foto. Non erano foto di Lapenna (fortunatamente!), anche perché pare che il Sindaco sia impegnato (?) a Firenze con la Famiglia...
Il messaggio era il seguente:"Ai colleghi giornalisti Vi invio le restanti foto della confstampa di questa mattina sulla
"Settimana del brodetto"
Grazie
Brunella

Il nome Brunella può anche destare simpatia, ma nessuno ci ha ancora comunicato se trattasi della nuova addetta stampa o, semplicemente, di una addetta alle fotografie.
In ogni caso non risulta che faccia parte della nostra CASTA vastese, sia dei fotografi sia dei giornalisti.
Vasto ha giornaliste, giornalisti, fotografi e fotografe di notevole valore. Abbiamo come giornalista (e non solo) un Gaetano Quagliarella doc che non ha nulla da invidiare ai migliori addetti stampa d'Italia. Se poi mettesse anche POLIS nella rassegna stampa, diventerebbe davvero imbattibile.
Come fotografo c'è Gianfranco Daccò, del quale per anni si sono serviti in tanti.
Brunella è un bel nome ma la CASTA dei giornalisti e fotografi vastesi ne vorrebbe sapere di più.
Questo Comune manda le foto ma difetta di COMUNICAZIONE!

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VATTIMO DAI PENSIERI DEBOLI ALLE OBIEZIONI DEBOLI: QUANDO LA FINIREMO CON IL "NULLA"? 
di King Richard

Letto l’intervento del Prof. Vattimo, mi sono chiesto cosa avrebbe detto sullo stesso argomento un Dario Antiseri, un Don Sturzo o un altro qualsiasi dei grandi maestri liberali, ossia di quelli che non sono stati “maestri di pensiero” di nessuno, bensì maestri di libertà per tutti. Iniziamo però, come facevano gli antichi, da alcune considerazioni relative al “mercato” che, a tutta prima, parrebbero in sintonia con i contenuti di Vattimo. Il capitalismo e il mercato devono sottostare a regole per poter funzionare, altrimenti siamo di fronte a un’ennesima pura ideologia terrifica in cui Hobbes trionfa integralmente con il suo “homo homini lupus” o con il suo Leviathan. Vattimo infatti si lamenta proprio del fatto che ogni cittadino non conti nulla nel confronti di un qualcosa che, oltre a farsi le leggi a proprio uso e consumo, si autoriproduce similmente al vampiro che continua a vivere solo succhiando il sangue delle proprie vittime. Dobbiamo ammettere, per amore della verità, che gran parte del capitalismo e del mercato attuale è somigliante a quanto appena detto: perché? Basta conoscere a fondo il concetto di oligarchia per comprendere come la sua degenerazione non possa essere occultata agli occhi di nessuno. C’è però un fatto: chi avrà voglia di dire a Vattimo che un socialista, un comunista, un nazifascista sono le ultime persone sulla terra a poter spacciarsi per risolutori di tale problema? Attenzione: non ci vuole alcun coraggio, è sufficiente affermarlo con la forza della Storia e dell’economia stessa. Vattimo, che per tutta la vita ha vissuto piena condizione di privilegiato, appartiene proprio a quella casta di “intellettuali” socialisti che hanno significato una speciale Peste per il mondo intero, data la loro vocazione internazionalista. Chi oggi beatifica ancora Castro o Chavez, pochi anni fa osannava Pol Pot, Mao Tze Dong e, prima ancora, Stalin e Lenin. Tralascio di andare indietro per i due secoli che precedettero il Novecento, anche se qualche esercizio di memoria sarebbe più che opportuno. Vattimo ha pienamente ragione a fregarsene della novella SuperBanca: può fregarsene per il semplice motivo che può farsi curare i propri interessi da altre banche che gli aggradino. Alcuni numeri telefonici che un tempo la vecchia SIP forniva gratis, ora Telecom li fa pagare: a Vattimo fa schifo usare Internet per approdare quasi agli stessi risultati? I treni delle ferrovie dello Stato sono fatiscenti o troppo cari? Vattimo, forse, potrebbe suggerirci che basterà regolarsi come tutti i gruppi antagonisti di sinistra che con la violenza non stroncata dalle forze dell’ordine pretendono e ottengono di viaggiare gratis anche in prima classe, ricordandoci il valore dell’esproprio proletario e del risarcimento per tutti i compagni che soffrono la fame, al povertà e l’emarginazione. Purtroppo sappiamo tutti che quelli sono figli di famiglie spesso altoborghesi letteralmente piene di soldi. Vattimo, come si suol dire in italiano nobile, è un povero “cacadubbi”. I suoi pensieri deboli diventano obiezioni deboli, le sue mille e mille (ma solo presunte) incertezze sono null’altro che il vuoto assoluto del pensiero, l’espressione del nichilismo più regressivo. Per lui i principali nemici sono sempre gli stessi da tre secoli in qua: la Chiesa, il capitale, il mercato. Ma a uno che ignori in modo così squallido tutta la storia della sua civiltà essendosene fatta fare una a proprio uso e consumo, cosa mai possiamo dire? A chi ha sempre fatto di Cristo un profeta del socialismo libertario, che mai dovremmo dire? A uno che ha fatto tutta la vita il moralista (ossia l’immoralista) e che ancora oggi parla di “epica del mercato mondiale” cantata da sciocchi adulatori prezzolati vogliamo chiedere: “Tu cosa hai fatto nei riguardi di Platone, di Hegel, di Marx e di tutta la compagnia filosofica giacobina di metà Settecento?”. Mi correggo: non vogliamo chiederlo, forse neppure vorremmo. Caro Professore, come giustamente dice lei: “E’ sempre la stessa storia”. Sì, è proprio e sempre la stessa storia sentirla parlare in televisione e leggerla sui giornali. E’ talmente sempre la stessa storia che tutti gli italiani sani non ne possono proprio più di lei e di tutto ciò che lei ha rappresentato e continua, per colpa anche nostra, a rappresentare. Il nulla.

26 maggio 2007

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IL VECCHIO PARTITO DEMOCRATICO - 45 GATTONI IN FILA PER 5 COL RESTO DI NIENTE, SENZA GIOVANI E SENZA...SPERANZA ! 
di DAVIDE D'ALESSANDRO

Manca Nicolangelo D’Adamo tra i 45 saggi che faranno parte del comitato promotore. Con i suoi 63 anni, suonati bene e cantati malissimo, non avrebbe certo sfigurato!
Età media 57 anni. Nessuno è al di sotto dei 40. Questo centrosinistra arroccato, prepotente, chiuso al nuovo e al futuro, va pesantemente punito.
Ha bruciato l’occasione della Storia, perché una classe dirigente prossima alla morte ha pensato al Pd come ultima chance per perpetuare sé stessa.
POLIS ha capito tutto in largo anticipo e, con somma convinzione, ha salutato questa banda di vecchietti avvinghiati alle loro poltrone e poco importa se il pannolone è già carico e va presto cambiato.
Con quale coraggio, Franco Marini, il lupacchione marsicano, si è permesso il giorno prima di dichiarare a Luigi Contu:”La gente si allontana dalla politica. Dobbiamo dare subito un segnale”?
Mi aspettavo che dicesse:”La gente si allontana dalla politica. Dobbiamo dare subito un segnale. Io scendo qui. Qualcosa ho dato, moltissimo ho avuto. Largo ai giovani, lasciamo loro un nuovo soggetto politico, il Pd della speranza”.
Niente di tutto questo.
Con quale coraggio Luigi Bersani ieri ha dichiarato:”Senza politiche adeguate, tagliamo le gambe ai giovani”?
Mi aspettavo che dicesse:”Io non entro in questo comitato. Mettete un giovane al mio posto”.
Niente di tutto questo.
Con quale coraggio si opta per Carlin Petrini, meritevole fondatore di Slow Food che di politica capisce meno di mio figlio, anni 8, e si lascia a casa il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, che sul Pd ha detto cose persino più intelligenti di Cacciari?
In mezzo a questi 45 gattoni c’è una voglia di innovare, di liberare, di progettare il futuro pari a zero.
Una delusione totale.
Poi dice che uno si butta con Berlusconi...!

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CORPORAZIONI DI POTERE 
di GIANNI BAGET BOZZO

È stato per primo Massimo D'Alema a dichiarare l'affinità tra la crisi dei partiti del '92 e l'attuale situazione della democrazia italiana nel 2007. Nel '92 si ebbero governi con maggioranze trasversali che fecero le più dure finanziarie della storia della Repubblica. Fu Berlusconi a inventare la soluzione democratica della crisi istituzionale, introducendo il bipolarismo tra destra e sinistra.
Dichiarare da parte del più autorevole leader della maggioranza che i partiti hanno fatto una seconda volta fallimento, delinea un fatto che possiamo considerare in questi termini: durante i cinque anni del governo Berlusconi il pericolo per la democrazia era Berlusconi, il caimano. Dopo un anno di governo dell'Unione, è la fiducia degli italiani nella democrazia che viene posta in gioco proprio da questo governo e da questa maggioranza. E ancora una volta si vede ricomparire l'antica soluzione di un governo di partiti di «centro», titolato a governare per la sua posizione centrista con il supporto delle istituzioni economiche. È tornato l'antico slogan di James Burnham «il governo dei tecnici». I due punti di riferimento di questa posizione neocentrista sono Mario Monti e Pierferdinando Casini. Il fine è molto semplice: rompere la forma di democrazia diretta realizzata con il bipolarismo e imporre il «governo dei saggi» in cui è la saggezza degli indipendenti a determinare la loro qualità politica.

La tesi è che distrutti i partiti è diminuita la qualità della dirigenza politica e si è affermata la sua autoreferenzialità legata alla difesa dei privilegi personali dei politici e all'espansione delle cariche della politica ottenuta con la moltiplicazione delle istituzioni. La morte dei partiti della prima Repubblica non ha giovato alla democrazia.

Dopo un anno di governo della sinistra con il ritorno al potere di tutti i partiti della prima Repubblica, riuniti in un'unica coalizione di governo, sorge di nuovo una protesta che nasce da Milano, ha per centro il Corriere della Sera, per braccio secolare il potere di una Confindustria che rivela il suo titolo di ceto economico in contrapposto a un ceto politico che fa lievitare i costi sul nulla di fatto, mentre le imprese sono l'unica forza in cui si costituisce il potere economico e sociale del Paese. La linea dunque è semplice, si tratta di selezionare i dirigenti da parte del personale delle istituzioni burocratiche ed economiche e fare non della democrazia ma delle corporazioni il centro fondamentale del potere politico.
Berlusconi ha fatto notare che la Confindustria si impegnò a far cadere la riforma costituzionale fatta dalla Casa delle libertà che conteneva le stesse richieste che oggi fa la Confindustria. Il problema politico è questo: esiste un'opposizione di centrodestra che non ha occupato i posti dello Stato e che ha cercato di governare l'Italia come una grande impresa. La soluzione democratica sarebbe quella di appoggiare Berlusconi e unire le posizioni nella Casa delle libertà. Si entrerebbe così nel filone democratico dell'alternanza. Se la Confindustria attacca direttamente la politica e quindi la democrazia, proprio nel giorno in cui per favorirla il governo Prodi riduce il cuneo fiscale, si crea un problema che riguarda la sostanza democratica del Paese. In democrazia la delegittimazione si manifesta come alternativa politica sul piano democratico: ed è così accettabile all'interno della società civile che vive la sua unità di nazione e di Stato.
Montezemolo propone come Confindustria una linea politica che comporta la distruzione del bipolarismo che Berlusconi ha introdotto nella democrazia italiana. Casini fa sapere che è d'accordo: dove mai va a finire il «centro»?

Il Giornale 26 mag 2007

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MA A ME LA SUPERBANCA NON INTERESSA 
NOTA

Quello che segue è un articolo "comunista". Lo pubblichiamo perché non vogliamo farci mancare nulla. Poi, perché occorre notare la finezza del filosofo, o la demagogia cui fa ricorso, nell'abbattere il progresso, il mercato, la concorrenza. Noi non apparteniamo, ovviamente, a nessuna famiglia degli "sposi" ma continueremo a preferire il mercato, pur con tutte le sue imperfezioni, all'isola cubana dove uno solo "mercatizza" per tutti e affama tutti.
A Vattimo portiamo rispetto, ma al Vattimo studioso di Heidegger e di Nietzsche, al Vattimo de "Il soggetto e la maschera".
Al Vattimo politico non neghiamo il "rilancio" delle sue idee, ma sono idee che hanno sempre lo stesso vizio: Ecce Comu! Comu 'nu strunzu, direbbe King Richard, del quale attendiamo con ansia un commento all'articolo che segue. (D.D.)

di GIANNI VATTIMO

E’ sempre la stessa storia, come quella delle liberalizzazioni, privatizzazioni eccetera, che dovrebbero dar luogo a vantaggi sconfinati per i consumatori, in termini di qualità dei servizi e di costi. Ma per quel che ne sappiamo gli effetti della liberalizzazione, per esempio, dei servizi telefonici sono stati: a) il complicarsi delle tipologie di contratto tra cui ci si chiede di scegliere, con il risultato che o si diventa specialisti della materia o si assume un esperto, pagato, che ci consigli; o si accetta di farsi comunque spennare. b) servizi elementari come l’indicazione di un numero in elenco - ricordate il 112 o il 110 di felice memoria? - oggi sono disponibili solo a pagamento e anch’essi, in omaggio alla libertà del mercato, sono offerti da agenzie diverse, se quella che sentiamo farsi pubblicità alla tv con una petulante canzoncina ritiene appunto di doversi reclamizzare.

Per non parlare della logica «privatistica» che ha invaso le ferrovie, dove ci sono bensì ancora treni a tariffa base - quelli dove prendete le zecche, o pulci e pidocchi - ma se capitate, per fretta o per sbaglio, su uno dei tanti altri inter-euro-super- eccetera rischiate multe milionarie. Adesso ci si annuncia che anche per l’elettricità, finalmente, saremo, ahimé, liberi di scegliere; altre analisi di contratti, altro specialista da assumere, altra rassegnazione finale a subire questa ulteriore «modernizzazione» della nostra esistenza.

Il grande rumore che si è fatto in questi giorni sulla nascita della Superbanca - quella della fusione guidata da Geronzi e Profumo intrepidi condottieri che hanno determinato questo matrimonio (il Papa non avrà niente da obiettare all’uso del termine?) ci ha ricordato, ma solo in parte, l’insofferenza che sentiamo di fronte al trionfalismo delle privatizzazioni. Qui più che insofferenza proviamo totale, irritata indifferenza: non capiamo perché i giornali ne facciano un tale poema epico. Gli stessi «sposi» hanno detto che lo storico evento sarà importante anzitutto per gli azionisti, e poi per le aziende utenti; solo molto più remotamente per le famiglie, e pensiamo anche per i single, cioè per tutti quelli che hanno un piccolo conto in banca e che, a quanto pare, non devono aspettarsi per ora nessun miracolistico mutamento. Se poi i piccoli correntisti hanno anche qualche parente impiegato nella neonata superbanca, sarà meglio che mettano in conto la possibilità di qualche «esubero», riduzioni di personale, ristrutturazioni...

Possiamo sommessamente dire che di tutto questo non ci importa niente, ancor meno che delle privatizzazioni, dalle quali abbiamo ragione di temere molto verosimili danni? Queste notizie - strombazzate e analizzate da organi di stampa che, per lo più, appartengono anche agli «sposi» e alle loro famiglie - ci ricordano soltanto l’attenzione morbosa che i primi rotocalchi del dopo seconda guerra mondiale dedicavano alle vicende delle famiglie regnanti e dei loro cortigiani. Intrattenimento puro e semplice, ma si trattava di rotocalchi, roba da leggere solo dal parrucchiere o aspettando il bus. Adesso occupano le prime pagine di giornali serissimi, e non solo specializzati. Potremmo illuderci di esser diventati tutti capitalisti spasmodicamente interessati a quello che ha detto o dirà, sulla fusione, la Borsa di Hong Kong. Ma siamo sempre e soltanto «capitale», sia pure «umano», sempre oggetti passivi della grande poesia epica del mercato mondiale.

La Stampa 26 mag 2007
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- 2 MESI. REFERENDUM, MALE PER I PARTITI BENE PER L'ITALIA ? 
di NICOLA GRIGOLETTO

È trascorso il primo dei tre mesi di tempo per la raccolta delle firme necessarie. Secondo i dati ufficiali resi noti ieri, siamo a quota 153.000. Ne servono ancora 347.000.
Il referendum sulla legge elettorale sta andando a tutta velocità. Secondo Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore, le firme raccolte in questo primo mese sono 153.000 (il doppio rispetto a due anni fa). I partiti sono contrarissimi. E questa potrebbe essere una delle ragioni del successo dei referendari. In un momento in cui la politica raccoglie la fiducia di appena il 10% degli italiani, qualsiasi altro luogo in cui si esercita la rappresentanza (Michela Brambilla docet) è una boccata d'aria. Viene da pensare che se una cosa è male per gli attuali partiti, allora è un bene per l'Italia. Sarà così anche per il referendum?

Oggetto del referendum
I primi due quesiti prevedono che il premio di maggioranza, anziché alla coalizione, venga attribuito al partito che ha preso più voti. Con la conseguenza di semplificare il sistema politico, addirittura nel senso del bipartitismo. Il terzo referendum elimina invece la possibilità delle candidature multiple. Significa che i partiti non potranno più mettere in cima alle liste i due o tre nomi noti che fanno da acchiappavoti, per poi decidere, con il sistema delle rinunce, chi saranno gli eletti effettivi in ciascun collegio. L'anno scorso, i parlamentari scelti con questo giochetto sono stati circa un terzo.

Rischi e costi
Secondo il politologo Giovanni Sartori, il rischio è che un minuto dopo le elezioni la lista che ha ottenuto più voti si ridivida in tutti i partiti e partitini che la compongono, e addio prospettiva di governi più stabili. Ma vale la pena rischiare visto che secondo un noto indice di misurazione (il Neff), l'Italia, assieme al Belgio, è il paese dell'Europa Occidentale con la più alta frammentazione del sistema politico (in questa poco lusinghiera classifica totalizziamo 7 punti, rispetto ai 3,4 della Germania e ai 2,2 della Francia). E forse non è un caso che proprio Italia e Belgio abbiano un debito prossimo al 100% del Pil.
Dovremmo poi tenere d'occhio il prezzo. L'ultimo referendum sulla fecondazione assistita ha significato per le casse dello Stato un esborso di oltre 364 milioni di euro. Non è poco, ma i rimborsi elettorali ai partiti ci sono costati solo negli ultimi due anni circa 500 milioni di euro.

Firmo o non firmo?
Negli ultimi dieci anni i cittadini italiani sono stati chiamati a un referendum per ben sei volte e il quorum non è mai stato raggiunto. Però i quesiti di Guzzetta rompono davvero le uova nel paniere dei partiti (soprattutto i piccoli, che non avranno più lo stesso potere di ricattare la maggioranza) e segnano una ulteriore tappa nel passaggio verso un sistema in cui si vota più per un concreto programma di governo che per identificazione con una singola formazione politica. Chi vince avrà i numeri e il tempo per attuare ciò che ha promesso, e se ne dovrà assumere in pieno la responsabilità. Già dai tempi dell'Assemblea Costituente, Piero Calamandrei ricordava che «le dittature sorgono non dai governi che durano ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».
Il Parlamento ha ancora quasi un anno di tempo per realizzare in modo compiuto questi propositi ed evitare così il referendum (con l'avvertenza che non sarà possibile fare furbate dell'ultimo minuto: una sentenza della Corte Costituzionale stabilisce infatti che la nuova legge non può in ogni caso eludere i quesiti referendari). Altrimenti, saranno gli elettori a dire come la pensano. E se è un male per i partiti (per questi partiti), forse fa davvero bene all'Italia.

La Stampa 26 mag 2007
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BAR ECLIPSE E TURISMO : CARO SINDACO, I SOLDI NON ARRIVANO SOLO DALL'ICI... 
di LUCA M.

Salve
prendo spunto dall'episodio che ha visto coinvolto il bar Eclipse per esprimere il mio disappunto....
Sono un giovane vastese ormai in Emilia da qualche anno per studio e lavoro e ogni tanto penso alla possibilità di tornare nella mia città....ma perchè??
Forse per vedere i nostri sogni abbattuti da chi segue solo la politica del consenso....???
Forse chi ci governa in questa città non sa cosa vuol dire sviluppo...forse pensa che le uniche entrate del Comune vengano da ICI e multe....bè forse la realtà è un'altra..
lo sviluppo in una città come la nostra con un'industria in crisi (vedi Denso)passa soprattutto per il turismo...e turismo non è scoraggiare il lavoro di quei ragazzi (vedi nel caso specifico quelli del bar Eclipse) che hanno il coraggio di rimanere e provare a crescere in questa realtà che certo non ti aiuta...
Ho letto e conosco bene i motivi del provvedimento...o forse non li conosco perchè nemmeno i nostri bravi assessori sono riusciti a spiegarli...si chiude un bar e lo si fa in una nuvola di pressappochismo...è possibile che se si chiede una spiegazione nessuno sa dirti perchè stai chiudendo???
Forse i nostri Signori dovrebbero iniziare a pensare al degrado verso cui volge la nostra città...appena posso torno a casa dai miei e mi chiedo:esiste un Piano Regolatore???
Non credo o è fatto male...perchè sviluppo urbanistico non è solo costruire il maggior numero di appartamenti...magari qua e là un pò di verde ci potrebbe anche stare...o no?
Sono stufo di vedere ogni sera in estate risse a Vasto Marina senza che nessuno intervenga...e poi scusate ma negli anni scorsi qualcuno aveva mai visto le macchine parcheggiate in Piazza Rossetti fin sotto al monumento??? E poi ci mettono le righe blu...complimenti!!!!
Iniziamo a pensare che qualità della vita vuol dire iniziative per giovani e anziani,aree verdi,fiere,politiche per la casa e le famiglie...ma forse tutto ciò non conta perchè quando si arriva al potere le promesse non contano più..la pensione è assicurata...
E allora continuiamo cosi,andiamo contro quelle stesse attività che fanno girare l'economia della città....perchè caro signor Sindaco i soldi non arrivano solo dall'ICI (che magari sarà anche abolita).....

Cordiali saluti

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