
Giuseppe Tagliente, Antonio Prospero e Nicola Del Prete. Li metterà intorno a un tavolo Polis, il laboratorio politico-culturale di cui è direttore il giornalista Davide D'Alessandro. E' fissato per le 16.30 di sabato 6 febbraio, nell'auditorium dell'Agenzia per la promozione culturale di via Michetti, il dibattito sul tema: A un anno dal voto: Vasto, quale futuro? Allo stesso D'Alessandro, autore insieme a Del Prete del libro Amministrazione Lapenna e Partito democratico. Storia di due storie mai nate, saranno affidati l'intervento di apertura e le conclusioni. Modererà l'incontro pubblico Anna Paola Sabatini, ex membro dell'assemblea nazionale del Pd, partito che ha deciso di abbandonare dopo il congresso cittadino. Stessa decisione presa da Del Prete, ex vice sindaco dell'amministrazione di centrosinistra. Il fronte anti-Lapenna sembra, dunque, serrare le file e cominciare a lavorare in vista delle elezioni comunali del 2011. Intanto, D'Alessandro annuncia che Polis tornerà a distribuire gratuitamente nelle edicole di Vasto l'omonimo foglio settimanale.
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Ho spostato un granello di sabbia.
E ho modificato il Sahara.
(J.L.Borges)
L'immagine di un deserto mutante, fatto di tanti minuscoli granelli di sabbia, ha la stessa sostanza del sogno: un disegno che cambia, un disegno fatto di enigmi, di tracce svelate e poi ricoperte, di orme smarrite e oasi ritrovate, di tempeste e silenzi, di notti abbaglianti in cui le stelle giacciono insieme alla luna fino al mattino e poi, come in una fugace danza onirica, svaniscono lasciando uno scintillio misterioso, una traccia diafana eppure persistente.
Sono un po' come i sogni, i deserti.
Conosci forse il punto in cui parti ma non sai dove arrivi, né dove sosti.
Incontri arsure e piccoli capolavori di vita, come certe piantine.
Non l'ho mai attraversato, un deserto. Non ancora.
Ma lo penso così, apparentemente disordinato ma in realtà tessuto da trame precise, mutevole e denso di significati arcani, di guazzabugli e rivelazioni. Come un sogno.
In fondo anche di notte, in mezzo al vuoto della ragione, il mondo si popola di tanti granelli di sabbia che compongono le montagne che attraversiamo: fragili, mutevoli, destinate a cambiare forma al primo soffio di vento, o al primo risveglio.
E ogni risveglio è il ritorno da un viaggio.
( M.d.A.)
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di GIADA AGIZZA

Una copertina emblematica quella dell’ultima gemma letteraria di Umberto Eco “Vertigine della lista” (Bompiani 2009) che, da subito, suggerisce una riflessione attenta, ma allo stesso tempo affascinante, sulla capacità dell’arte, sia essa figurativa o letteraria, di suscitare un senso di perenne tensione verso l’infinito attraverso l’espediente della lista. Nel quadro rappresentato, “La scala d’oro” di Sir Edward Coley Burne-Jones, nonostante presenti una forma chiusa, nel senso che è delimitata, si coglie il senso dell’andare oltre la cornice che racchiude l’opera, spingendo l’immaginazione verso un caotico vortice che gira a suon di immagini provocando la vertigine dell’incompiuto. Alla fine del libro Eco propone la lettura della preghiera dell’Apollinaire di “La Jolie Russe” che termina dicendo: “Tante cose ci sono che non oso dirvi, tante cose che non mi lascereste dire, abbiate pietà di me”. È straordinario come questa frase, posta al termine del testo, comprenda il significato profondo di tutto il ragionamento. La mia riflessione trae ispirazione paradossalmente dall’epilogo, tanto significativo se si è compreso ciò che Eco intende per “lista” e per farlo basti pensare all’immagine che evoca, suggerendo una serie di quadri antichi e moderni che si incontrano sfogliando le pagine. Come dice l’autore nella prefazione: questo stesso libro non può concludersi con un eccetera. Ripercorrendo tutta la letteratura da Omero ai nostri giorni, soffermandosi sull’Iliade, Eco propone la lettura di vari passi tratti da autori antichi e moderni, che sviluppano la ‘tecnica’ della lista per esprimere l’indicibile, ciò che non si può dire perché non lo si conosce. Dunque, la lista si propone come esempio, uno spiraglio che si intravede da una porta semichiusa che il lettore deve aprire con la mente ed immaginare tutto ciò che sta oltre la porta. Liste di ogni genere, cose, luoghi, profumi, angeli del paradiso e potrei andare avanti all’infinito, ognuna con una precisa funzione, sia essa pratica o poetica, cioè per diletto del suono ritmico dei nomi in successione. Un libro pieno di infinite porte socchiuse, che non aspettano altro di essere aperte.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Furono più gli amori avuti che i libri scritti, quelli di Sibilla Aleramo, all’anagrafe Rina Faccio. A cinquant’anni dalla morte, l’incipit non suoni irriverente. Poiché la scrittrice d’amore visse, d’amore patì, d’amore scrisse. E di donne, di emancipazione, di libertà ma, di più, di una donna. Di se stessa che, a quindici anni, subì la violenza carnale: l'indicibile.
Ma trovò le parole per dirlo, cercando di sradicarsi di dosso lo sguardo malefico di chi ne abusò, il dolore, la compulsione, la morte. E negli amori (da Cena a Cardarelli, da Papini a Gerace, da Boccioni a Boine, da Franchi a Rebora, da Campana a Quasimodo a Evola, da Emanuelli a Mattacotta, senza trascurare la passione per la Duse), si immerse, sprofondò, a caccia di ciò che le era stata negata: la vita.
Costretta al matrimonio riparatore, a 26 anni trovò la forza di “strappare”, di abbandonare la famiglia e di approdare a Roma dove, grazie a Cena, il suo lavoro letterario prese corpo. “Una donna” fu un successo strepitoso, internazionale, tradotto negli Stati Uniti e in tutta Europa. Ma il successo non azzerò l’inquietudine, anzi continuamente la rinnovò.
Tra l’impegno politico, l’attività nel movimento femminista, la prosa e le poesie, furono le tormentate storie d’amore a tenerla sulla corda della vita, a farle vibrare e bruciare il cerino della vita. Una su tutte la lacerò: quella con Dino Campana. Chi ha letto “Un viaggio chiamato amore”, il carteggio tra la scrittrice e il poeta di Marradi, sa che desiderio, possesso, gelosia, disperazione e follia sono ingredienti del pasto di cui, chi ama, quotidianamente e incessantemente si nutre. Un amore impossibile eppure possibile, per due anni intensamente, straordinariamente possibile. Se il poeta passò dal carcere al manicomio, dall’amore alla morte (e non certo per lei o non solo per lei), Sibilla rimase in piedi. Devastata, ma in piedi. Perché aveva conosciuto da ragazza la ferita. Aveva imparato a tenerla con sé. Era parte di sé. E negli uomini, in tutti gli altri uomini, e nei libri, in tutti gli altri libri, continuò a cercare ciò che le era stata negata: la vita.
Ma non ne trovò che brandelli.
Brandelli di vita.
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Riceviamo e pubblichiamo
Il capogruppo dell'Udc in Consiglio provinciale, Gianni Di Rito, ha commentato le dichiarazioni del sindaco di Vasto, Luciano Lapenna, in merito alla Scuola Civica Comunale, pubblicate dalla stampa locale.
“L'amico Luciano – ha dichiarato Di Rito – poiché era troppo preoccupato di difendersi da una sacrosanta protesta di Roberto Laccetti, che non solo è un esponente politico dell'Udc ma anche di un insegnante della Scuola Civica, che conosce quindi i problemi della benemerita istituzione vastese, non ha ben separato il grano dal loglio.
I contributi che la Provincia può erogare alle istituzioni culturali si chiedono con una procedura ordinaria e trasparente, uguale per tutti: capisco che Lapenna sia orfano di vecchi metodi clientelari, di un'amministrazione di cui ha anche fatto parte, ma ormai sono diversi i metodi che nell'ente il presidente Enrico Di Giuseppantonio ha introdotto. Mi pare poi che il presidente Di Giuseppantonio sia quasi un'ossessione per l'amico sindaco, visto che già diverse volte consiglia ai suoi avversari di ricorrere al presidente della Provincia.
Infine, come ben sa Lapenna, la Provincia è stata costretta a bloccare tutti i contributi a causa del buco di bilancio di 8,2 milioni di euro che anche lui, in quanto consigliere ed assessore provinciale della scorsa consiliatura, ha contribuito a creare: anzi, se volesse contribuire al ripianamento dei debiti lasciati dall'amministrazione Coletti, saremmo molto lieti di accettarli, visto che si vanta di aver risanato il bilancio della Scuola Civica Musicale, aver aumentato i compensi ai dipendenti e aver sanato le loro posizioni”.
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di Ernesto Galli Della Loggia
Corriere della sera 10 gen '10
Al di là di tutte le ovvie differenze sta affiorando in questi giorni un’evidente analogia tra il Partito democratico e il Popolo della libertà. Si tratta della scarsissima sovranità che sia l’uno che l’altro riescono ad esercitare nei confronti delle proprie componenti interne e dei rispettivi alleati (non importa se di lunga data o potenziali), come per l’appunto dimostrano le candidature appena decise o che proprio ora si vanno decidendo per le prossime elezioni regionali.
Cominciamo dal Pdl. Come è noto, la sua roccaforte elettorale è l’Italia settentrionale. Ebbene chi sono qui i suoi candidati? In Piemonte il leghista Cota; in Veneto un altro leghista, Zaia; in Lombardia, infine, Roberto Formigoni, apparentemente pdl ma nella sostanza emanazione diretta di Comunione e Liberazione e da anni, per così dire, solo «in prestito» al Pdl. Discorso in buona parte analogo vale per il Lazio dove la destra ha dovuto candidare Renata Polverini, ottima persona che però più che un’iscritta del Pdl è, di fatto, una seguace personale di Gianfranco Fini il quale, a propria volta, può essere ormai considerato anche lui un alleato esterno di quel partito. In sostanza al Pdl in quanto tale sembrano restate solo le candidature, oltre che dell’ «incerta» Liguria e delle «impossibili» regioni del Centro quelle, di certo non tradizionalmente sue, del Mezzogiorno continentale.
Ancora peggio sembra messo il Partito democratico. Se la farsa pugliese, infatti, ha mostrato la paralisi di guida politica che lo caratterizza, la vicenda della candidatura Bonino nel Lazio ha indicato qualcosa di ancora più grave. E cioè che proprio in un’elezione cruciale il Pd rischia di essere costretto ad accettare come candidato una persona, anch’essa degnissima per carità, ma che gli è stata virtualmente imposta dall’esterno senza neppure uno straccio di accordo preventivo.
Tutte queste anomalie indicano almeno tre cose importanti:
1) Che oggi più che mai i due partiti maggiori esercitano in realtà una ben scarsa egemonia sui rispettivi poli; che la marcia dal bipolarismo al bipartitismo è interrotta da tempo, e che, aggiungo, l’idea che si possano realizzare in queste condizioni delle riforme costituzionali si rivela estremamente ottimistica.
2) Che tutto ciò accade perché tanto a destra che a sinistra i rispettivi, chiamiamoli così, condòmini di polo sono riusciti a costruirsi un’identità assai più forte dei partiti maggiori, venendo a esercitare in tal modo una forte attrazione sull’elettorato comune. Questo processo, che finora riguardava solo la sinistra, comincia adesso a interessare anche la destra, dove la Lega sembra progressivamente acquistare credibilità a scapito del Pdl.
3) Che infine, come causa ed effetto delle cose anzidette, sia Pdl che Pd continuano a soffrire di una forte mancanza di un proprio specifico personale politico. Vale a dire: in un caso, di un personale indipendente dall’esclusivo benvolere di Berlusconi, nell’altro di dirigenti slegati dalle provenienze correntizie attuali o pregresse. Con la conseguenza che, quando ci sono le elezioni, il personale politico del primo caso non ha in genere alle proprie spalle alcun combattivo seguito elettorale; quelli del secondo, invece, ce ne hanno sì uno combattivo, ma pure troppo e che somiglia più che altro ad una fazione schierata contro i propri compagni di partito.
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di Angelo Panebianco
Corriere della Sera 8 gen '10
Sappiamo da tempo che l'immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell'Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c'è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c'è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa?
Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell'integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.
C'è poi, in secondo luogo, la questione dell'immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri - 23 dicembre - e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori - 20 dicembre - sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l'esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l'esistenza facendo di tutta l'erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall'altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l'islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all'uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.
Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.
Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.
La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.
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Sono poche le parole
quelle che contano
per una vita intera
Capita un giorno quasi per caso…
Diventi inquieta
ti giri per le stanze
ti ripassi il volto nello specchio
senti svanire il vuoto
senti calare l’ora
senti il tuo essere non semplice
Ed apri la finestra
nella notte che ti viene addosso
ed offri all’aria fresca i tuoi pensieri
biglietti appesi all’anima
pagine fissate con lo sguardo dritto al cuore
Diventano persi gli occhi
che sconfinano negli occhi
carezze al tuo collo
le mani che salgono leggere
Sospiri a stento
cercano le sillabe per formare le parole
immobilità di un attimo
che lascia fuori porta il Tempo
Sono abbracci per una vita intera
quelli che vestono nella penombra l’abbandono
racconto di vissuti che combaciano perfetti
intensità profonda del vivere l’amore
Ombreggiature a specchio tra una finestra e il Tempo
E poi…
E poi continui nel tuo andare
solida tra le tue stesse cose
farfalla che nel suo volare d’attimo
ha colto l’essenza stessa al vivere
Ricordo che nel ricordare
nulla toglierà mai al suo vissuto
Consapevolezza di aver fermato
un attimo
al tuo comando
il Tempo
E vivi
goccia di una pioggia
che non si perderà mai
per amore
per amore…
(I.Pizzimenti)
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Quando ci separammo,
fra silenzio e lacrime,
coi nostri cuori infranti,
lasciandoci per anni,
il tuo viso divenne freddo e pallido,
piu' gelido il tuo bacio;
in verita' quell'ora gia' annunciava
il dolore presente.
Se dopo tanti anni
ti dovessi incontrare, in che modo
potrei salutarti?
Con silenzio e lacrime
George Gordon Byron
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di LIETTA TORNABUONI
La Stampa 7 gen '10
Sentir discutere d’amore e di matrimonio nei talk show pomeridiani della televisione è veramente fantastico. Persone carine impreparate a tutto siedono sui divani mostrando le cosce e dibattono con passione: l’amore eterno esiste, non è vero non c’è; ecco una coppia sposata da tre giorni, pensate che il vostro amore durerà per sempre?; ecco una coppia sposata da quarant’anni, qual è il vostro segreto?; tu hai mai tradito?; e tu, se sapessi di un tradimento porresti fine al matrimonio?; gli uomini sono i più bugiardi e traditori; da ragazza ero molto gelosa, ma adesso...
Le premesse di tutti sono almeno due: amore e matrimonio sono la stessa cosa, indivisibile; il matrimonio è tornato ad essere indissolubile nonostante il divorzio per motivi di soldi, soltanto mariti davvero ricchi possono pagare gli alimenti senza ridursi all’elemosina. Ma amore e matrimonio sono due cose distinte, e manca totalmente un’altra premessa che pure non sarebbe priva di ragionevolezza: il matrimonio monogamico, l’unione fedele di uomo e donna per la vita, la famiglia, rappresentano una parte essenziale delle società, fondamento dell’organizzazione sociale quale la conosciamo in Occidente; ma sono costruite per le società, non per gli esseri umani.
Le persone, donne e uomini, non sono monogame: basta guardarsi intorno o guardare magari in casa propria, per rendersi conto del fatto che in una vita l’amore non è unico, gli amori piccoli o grandi sono svariati; che, almeno come temperamento amoroso, siamo tutti poligami. Possono essere amori minimi, leggeri come capricci, di breve durata, oppure grandi amori che esigono il capovolgimento della propria esistenza; possono venir vissuti o soltanto sognati; possono restare segreti o diventare palesi: ma l’esistenza femminile e maschile non si appaga di un solo amore, l’immaginazione e il desiderio sono meno poveri, come l’esperienza dimostra. Poi, naturalmente, ci sono le eccezioni: ma la realtà che viene ostentatamente ignorata sembra proprio questa.
Nel tempo, molte regole destinate a governare le passioni si sono modificate: forse non sarebbe male arrendersi alla razionalità pure in questo campo, evitando infinito dolore e anche tragedie.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO
L’ultima, imbarazzante ordinanza sulla morte dei cortei funebri, ripresa persino dal Tg2, getta un’altra ombra sinistra sull’Amministrazione Lapenna.
Bene ha fatto Nicola D’Adamo a incalzarlo con un’interrogazione e bene ha fatto Giuseppe Tagliente a dire che intende “aprire un contenzioso con questa amministrazione comunale di stampo zapateriano”. Attendiamo risposte.
Ma a poco più di un anno dalla conclusione del mandato ricevuto dalla maggioranza degli elettori vastesi, credo urga una profonda riflessione su ciò che poteva essere e non è stato, su quanto promesso e non mantenuto, sull’inadeguatezza e sull’inconsistenza del politico chiamato a ricoprire un incarico di così alta importanza.
Polis se ne fa carico e il 6 febbraio provvederà a chiarire alcuni lati, più o meno oscuri di questo mandato e a indicare una seria prospettiva politica per il futuro di Vasto.
Lapenna ha cominciato copiando il discorso inaugurale dal sindaco di San Benedetto del Tronto, Giovanni Gaspari, esponendo l’Istituzione Comunale a una figuraccia nazionale.
Ha messo su ben quattro Giunte, a dimostrazione dell’incapacità di guidare una compagine amministrativa. Ha cacciato, letteralmente cacciato, diversi assessori, dalla Menna a Cerulli, da Del Prete a D’Adamo.
Sui più grandi problemi, che attanagliano da anni la città, ha deciso di non decidere. Si è limitato a operazioni di piccolo cabotaggio, non ha colto la portata di una notizia tragica: la presenza del fratello Patrizio all’interno della Società Buysell, responsabile dell’abbattimento dell’Hotel Panoramic e della costruzione di appartamenti vista mare. Non ha compreso che non puoi essere a capo di una coalizione che parla di città a misura di bambino, mentre tuo fratello erige un mostro di cemento che violenta il centro urbano e la storia dei vastesi.
Ha fatto finta di niente, anche delle 5.132 firme raccolte da Polis, come se si trovasse all’interno di una nuvola protetta, senza dover dare spiegazioni a nessuno.
Recita il ruolo della vittima, ma non gli riesce neanche un po’. Chi lo critica, secondo lui, non ha ottenuto qualcosa, mentre sappiamo benissimo che cosa hanno ottenuto quelli che non lo criticano. Ma non è così che si amministra Vasto.
Lapenna rappresenta una grande delusione anche per chi lo circonda. A Forte e Sputore, che hanno dimostrato di avere consistenza elettorale, non resta che trovare il sistema per rimuoverlo. Dentro il Pd hanno capito che il problema, a Vasto, potrebbe anche non essere il Pd, partito mai nato ma che ha, al suo interno, alcune ottime individualità. Il problema è uno soltanto: Luciano Lapenna e la sua corte dei miracoli. Miracoli per modo di dire. Uno solo è l’avversario di tutti coloro che vogliono davvero cambiare Vasto e riproiettarla dove merita, al centro dello scenario politico regionale: Luciano Lapenna. Inadeguato. Inconsistente. Senza consenso.
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Incrociare lo sguardo
questo tremolio di raggio,
che ti trafigge
fino a baratri ignoti
dentro di te,
affogati nell’attesa.
L’esistenza si dischiude
nell’attimo in cui incroci lo sguardo:
senza limite di frontiere,
senza ombra di dipendenza,
senza scopo, senza paura,
senza determinazione alcuna.
In un attimo il tocco leggero
dell’indivisibile completezza
del mondo creato.
Incrociare lo sguardo,
sentire la musica
della luce stessa.
Un sublime attimo di libertà.
In un baleno
si incontrano due raggi
di due contrapposti universi:
il raggio ardente del corpo
e il raggio fresco dello spirito.
Una domanda che è un lampo.
E il segreto negli abissi profondi
ti chiama per essere svelato
e tuttavia rimanere segreto.
È ciò a cui sei votato
in questo strano mondo –
incrociare lo sguardo.
Blaga Dimitrova
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