
“Le cose più terribili che possano mai capitare agli uomini sono descritte come se fossero lievi e delicate e superabili, come se non potessero intaccare il nucleo più profondo dell’essere umano”.
È questo, in fondo, il segreto della vita, prima ancora di essere il segreto di un capolavoro. Segreto colto da Elias Canetti che, nel lontano 1952, dieci anni prima della pubblicazione, lesse “Un viaggio”, il romanzo di H.G. Adler e ne scrisse all’autore, ritenendo il libro “un bisogno per un’infinità di gente”. Oggi, tra questa gente, ci siamo anche noi italiani, poiché l’editore Fazi lo pubblica con la traduzione di Marina Pugliano e Julia Rader.
Adler era ebreo praghese, sopravvissuto ai campi di sterminio, ancora in fuga nel 1947 dal socialismo reale cecoslovacco per approdare a Londra, capitale di libertà. Quando ritorna il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è possibile viverlo e riviverlo attraverso una testimonianza, un libro, un film, un dibattito, un pigiama a righe, il silenzio o una poesia. Attraverso “Vita e destino” di Vasilij Grossman, le pagine di Primo Levi, il dolore che mai muta e talvolta si trasforma (se si trasforma), attraverso le tante venature e banalità del male, il volto di Eichmann o l’inferno di Treblinka. Attraverso il culto dell’uomo per la violenza e la morte, se questo è un uomo.
È stato Salvatore Natoli a raccontarci le forme del patire nella cultura occidentale, l’esperienza del dolore, perché il dolore si conosce per esperienza. È stato Eugenio Borgna a raccontarci la malattia, la chiusura, la dissociazione dal mondo, il calvario schizofrenico. È stato Camillo Sbarbaro a raccontarci la sua forza: “Ma la mia vera vita con te viene / perché quando non soffro neppure vivo”. Ha scritto Natoli: “Se della dolcezza dell’amore Dante ci dice che “ntender no la può chi no la prova”, a maggior ragione questo si deve dire del dolore: tuttavia nella sofferenza non vi è solo disequazione tra il tipo di esperienza e la comunicazione, ma vi è una recessione della comunicazione stessa. Il rischio non è il fraintendimento, ma il muto patire che strettamente si imparenta alla morte”. Eppure, c’è dolore e dolore, sofferenza e sofferenza, morte e morte.
Quel patire sordo, muto, ogni anno riemerge, ogni attimo riemerge. Perché Auschwitz è dentro di noi. L’abbiamo fatto noi, Auschwitz. Con le nostre mani, le nostre idee, la nostra volontà di potenza.
Il 27 gennaio è l’occasione, per dirla con Pintor, di serbare, di tramandare. Ha scritto Giulio Vittorangeli: “Equivale a scampare qualcosa da dispersione e insensatezza. Per questo pietas non significa affatto banale pietismo sentimentale e neanche generico senso di colpa, ma integrale senso di responsabilità, o meglio di corresponsabilità; riconoscendosi nell'interdipendenza della vita umana, nella limitatezza, nella sostanza deperibile che fa l'essere umano uguale all'altro essere umano”.
“C'è un gigantesco “perché?” che segna come una ferita non rimarginata la storia del XX secolo”, scrive il filosofo Luigi Alfieri. Ci scuote ancora la Shoah? È ancora in grado di fermare il nostro tempo, sciagurato e veloce, e di cambiare il nostro animo? Di che cosa dobbiamo serbare memoria? È ancora immagine viva, la Shoah, che affonda nelle carni e fa male, rinnovando dolore e passione o è soltanto racconto e storia?
Domande. Non solo domande.
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NTA E PRG - INTERVENTO DI DEL PRETE E D'ALESSANDRO SULLA MARCIA INDIETRO DELL'AMMINISTRAZIONE LAPENNA
COMUNICATODILETTANTI ALLO SBARAGLIO
“Non ero d’accordo sulle modifiche ma mi sono adeguata”. Sapete di chi è questa dichiarazione? Di Anna Suriani, ex assessore all’Urbanistica. La stessa che all’inizio del mandato, urlando contro la cementificazione selvaggia, promise, con la sinistra al potere, una città a misura di bambino. L’avrebbe cominciata a costruire lei con le Norme Tecniche di Attuazione del Prg, adottate nell’ottobre 2007 e oggi sconfessate con una marcia indietro che esalta, oltre all’impotenza, la confusione e il pastrocchio di una maggioranza lapenniana da tempo allo sbando. Non riveste più neanche tanta importanza se i metri di distanza dai marciapiedi debbano essere uno, due, dieci o cento. Ciò che allarma è l’inadeguatezza di un’Amministrazione pasticciona che mille ne pensa e nessuna ne fa. Quando la fa sbaglia e non sai se ha sbagliato la volta precedente o l’ultima. Che cosa deve pensare il cittadino di fronte a tanta confusione da parte degli amministratori e che cosa deve pensare di fronte ai tanti giri di valzer o agli arrampicamenti sugli specchi dei vari Vicoli, Ulisse e Smargiassi, che appaiono snaturati da ciò che sono stati costretti a ingoiare?
La distanza doverosa che i cittadini vastesi dovranno osservare non sarà quella dai marciapiedi, ma dall’Amministrazione Lapenna. Lo faranno non appena ne avranno la possibilità. Vasto non aveva ancora provato, a livello di amministrazione comunale, tanto dilettantismo allo sbaraglio.
Nicola Del Prete
Davide D’Alessandro
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I TARTASSATI - SPUTORE E GRIPPO MULTANO CON ECCESSIVA FERMEZZA, DEL PRETE E D'ALESSANDRO A DIFESA DEI CITTADINI VASTESI
COMUNICATO
Sarà l'auto di Lapenna?
tratto da semidiceviprima.com
Vincenzo Sputore ha nostalgia del fischietto. Quando faceva l’arbitro, meglio di come fa l’assessore, ammoniva ed espelleva per il rispetto delle regole. Oggi sostiene Grippo, il nuovo Comandante, al quale manca, ormai, di multare soltanto la propria automobile, perché non c’è cittadino vastese che non si sia ritrovato, negli ultimi mesi, con il verbale sul vetro. E Sputore è tutto contento: dai cartellini gialli e rossi ai verbali il passo è breve. Il Comune, ha dichiarato, sta con Grippo. Sì, ma si è messo pericolosamente contro i cittadini vastesi, che non sono né maleducati né irrispettosi del codice della strada. Sputore sa bene che il problema dei parcheggi non è stato mai totalmente risolto. Sputore sa bene che la tolleranza dev’essere il primo principio di chi vuole far rispettare la legge. Sputore sa bene che un auto in sosta momentanea, anche fuori dalle strisce, non è sinonimo di Bronx. E Vasto non è mai stato il Bronx, neanche prima dell’arrivo di Grippo. Lo sa bene anche Lapenna, che non è propriamente un automobilista esemplare. Spesso, come documentato da alcune foto, lascia la Volvo dove può, sfidando il fischietto inesorabile di Sputore e Grippo.
Ma c’è un’ipocrisia sostanziale, frutto di un populismo mai morto, che pervade l’Amministrazione Lapenna. Si parla di rispetto delle regole, di città a misura di bambino, di cementificazione selvaggia da abbattere, eppure i comportamenti e i provvedimenti non vanno nella direzione tanto sbandierata. Tartassare i cittadini e rimpinguare le casse del Comune. È questo l’ultimo sport dell’Amministrazione Lapenna. Ma è uno sport che ha il respiro corto, anche perché le tasche dei cittadini non sono mai state così vuote come in questo periodo storico. Allora, soprattutto in assenza di contesti tipici del Bronx, invochiamo, a nome dei tanti cittadini disperati, che ci scrivono e ci telefonano con i verbali in mano, un po’ di tolleranza. Il pugno di ferro non si addice a una città come Vasto. Grippo non è vastese e non lo sa. Ma Sputore, che è vastese, dovrebbe saperlo. Oppure essere diventato, con Forte, un esponente del Partito democratico Radicale, lo induce a una eccessiva fermezza? Riponga il cartellino rosso nel taschino e stia più tranquillo. Il giallo, con i vastesi, è più che sufficiente.
Nicola Del Prete
Davide D’Alessandro
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

“Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualsiasi cosa stiate facendo... uscite subito e precipitatevi dal libraio. “Il dono” è lì, e vi attende”. Le parole usate da Citati per spronare il lettore verso il capolavoro di Nabokov, ci consentono di scrivere: “Correte in libreria, Cechov vi aspetta!”.
Vi aspetta con i suoi racconti, con le sue opere teatrali, con i suoi capolavori. E se pensiamo che Cechov è nato nel 1860, come il Corriere Adriatico, abbiamo un motivo in più per ricordarlo oggi, a pochi giorni dai 150 anni. Un secolo e mezzo di gloria non ancora terminata.
Ma non termina la gloria se hai scritto “Il giardino dei ciliegi” o se l’incipit di un racconto suona così: “Dicevano che sul lungomare era comparsa una faccia nuova: la signora col cagnolino” o se il finale di un altro recita: “Salì in camera a fare le valigie, e la mattina dopo salutò i suoi e vivace, allegra, lasciò la città per sempre, o almeno così credeva”.
Osservava Gor’kij: “Cechov non dice nulla di nuovo, ma ciò che dice è così convincente, semplice, chiaro, da far paura”.
Come la vita, verrebbe da scrivere. Sondata, esplorata, restituita al lettore grazie al talento finissimo mai venuto meno e alla curiosità di affidare alle trame, spesso senza compimento, le pennellate della sua genialità. Come quella cucita addosso al professore di psicologia Kovrin che, ne “Il monaco nero”, ha delle allucinazioni. Gli appare un monaco, vestito appunto di nero, a garantirgli di essere un genio, poiché sono gli uomini normali a non avere allucinazioni. La moglie lo convince a curarsi. Lui guarisce, ma guarendo s’ammala. Tutto ciò che è comune, banale, ordinario, non gli appartiene. Soffre. Lascia la moglie, conosce la tisi e quando torna a sognare il monaco, muore.
Fausto Malcovati, che di Cechov ha curato i racconti della maturità, ha scritto: “Cent’anni? Andiamo! Sono storie di oggi, aggiustate certe situazioni, che tutti viviamo in prima persona, che ci sentiamo raccontare, che osserviamo intorno a noi, niente è cambiato”.
Non è soltanto la forza di un classico. È la semplicità di un genio, di chi ha immaginazione, di chi con le parole costruisce meravigliose scritture, di chi ha talento. Leggere Cechov è come avvertire una insopprimibile sensazione: non te ne puoi staccare. “Noi non possiamo avere la felicità: possiamo solo desiderarla” fa dire al personaggio Versinin. Noi, invece, non possiamo scrivere come Cechov: possiamo solo desiderarlo.
Da “Zio Vanja” a “Ivanov”, da “Il gabbiano” a “Tre sorelle”, da “Senza padre” a “La fidanzata”, Cechov è autore senza tempo. Autore di tutti i tempi.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Che cosa trema quando trema la terra? E che cosa crolla quando crolla la terra?
Soltanto uomini, muri, case, città? O anche qualcosa dentro la nostra anima dapprima s’incrina, poi s’impaura per restare prigioniera, di quella paura? È un terremoto. A volte, un’apocalisse, come ad Haiti. Apocalisse di morti, di sangue, di macerie, di immagini che vanno a penetrare l’anima di chi fortunatamente resta e a lasciarle un’impronta per sempre.
Fenomeni naturali, dicono gli esperti. Per rassicurare noi e loro. Ma l’anima non si rassicura. L’anima sa che la prossima vibrazione, anche minima, attiverà il ricordo della catastrofe che fu e di quella che un domani continuerà ad attenderci, mentre alberga in un angolo buio di ciascuno di noi.
È il limite, la precarietà, la finitudine dell’uomo. Che si arresta di fronte a ciò che non può spiegare, che non può fermare. “Quant’era bella la mia Onna” scrive Giustino Parisse, il giornalista abruzzese che nel terremoto aquilano dell’aprile scorso ha perso due figli e il padre ma, di più, ha perso la terra, le radici, il paese.
E un paese ci vuole, ripete Pavese. Perché siamo invasi dal futuro e ansimanti di futuro, ma abbiamo il bisogno, ogni tanto, di volgere lo sguardo indietro e, soprattutto, di ritrovare sotto i piedi la terra, quella che ci ha visti nascere, muovere i primi passi, nutrirci, vivere.
Haiti è qui, dentro le nostre case di cartone, davanti ai nostri occhi stropicciati e stanchi, a dirci che vita e morte sono inseparabili. La morte non è l’opposto della vita ma il suo risvolto, la sua piega dolorosa.
La morte, scrive Simmel nel suo “Rembrandt”, «sin dall’inizio è dentro la vita», è character indelebilis della vita. Lo stesso Heidegger, in una nota di “Essere e tempo”, riconosce a Simmel e a Dilthey di aver intuito l’inestricabile connessione tra vita e morte.
Jankélévitch in un libro favoloso, incredibilmente “vitale”, restituisce con straordinario vigore il binomio inscindibile “vita e morte” o, meglio, “vitamorte”, che in tanti si sono affannati a separare o, peggio, a scacciare.
Osserva il filosofo Esposito: “La morte è quell' Inevitabile, Intrattabile, Irriducibile che dobbiamo, eppure non possiamo, pensare. Che ci sfida e ossessiona con la sua incombenza costante, ma che si ritrae nel momento stesso in cui cerchiamo di afferrarlo come "un astro che non si riesce più a vedere quando lo si fissa direttamente". Nonostante i molteplici tentativi di addomesticarne la potenza distruttiva, o dichiarandola naturale o situandola fuori dal nostro campo di interesse, la morte è lì, davanti a noi, dentro di noi, come un cancro silenzioso che ci rode, fino a risucchiarci nel suo abisso senza fondo”.
Come il terremoto. Come la paura del terremoto.
Pavese avverte che “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, nel senso che se li prenderà, che li possiederà. Ma la morte non verrà, semplicemente perché non se n’è mai andata. È qui, accanto a me e a te, dentro di me e dentro di te.
Solo conoscendo la morte, rispettandola e pensandola, conosciamo la vita. Amiamo la vita. E corriamo ad Haiti a soccorrere chi resta, a lenire le ferite di chi resta. Perché la vita è la vita. Nonostante.
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di MARIO MIGUEL MORETTA
olio su legno 40x50 -1996-

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tratto da vastoweb.com

Giuseppe Tagliente, Antonio Prospero e Nicola Del Prete. Li metterà intorno a un tavolo Polis, il laboratorio politico-culturale di cui è direttore il giornalista Davide D'Alessandro. E' fissato per le 16.30 di sabato 6 febbraio, nell'auditorium dell'Agenzia per la promozione culturale di via Michetti, il dibattito sul tema: A un anno dal voto: Vasto, quale futuro? Allo stesso D'Alessandro, autore insieme a Del Prete del libro Amministrazione Lapenna e Partito democratico. Storia di due storie mai nate, saranno affidati l'intervento di apertura e le conclusioni. Modererà l'incontro pubblico Anna Paola Sabatini, ex membro dell'assemblea nazionale del Pd, partito che ha deciso di abbandonare dopo il congresso cittadino. Stessa decisione presa da Del Prete, ex vice sindaco dell'amministrazione di centrosinistra. Il fronte anti-Lapenna sembra, dunque, serrare le file e cominciare a lavorare in vista delle elezioni comunali del 2011. Intanto, D'Alessandro annuncia che Polis tornerà a distribuire gratuitamente nelle edicole di Vasto l'omonimo foglio settimanale.
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Ho spostato un granello di sabbia.
E ho modificato il Sahara.
(J.L.Borges)
L'immagine di un deserto mutante, fatto di tanti minuscoli granelli di sabbia, ha la stessa sostanza del sogno: un disegno che cambia, un disegno fatto di enigmi, di tracce svelate e poi ricoperte, di orme smarrite e oasi ritrovate, di tempeste e silenzi, di notti abbaglianti in cui le stelle giacciono insieme alla luna fino al mattino e poi, come in una fugace danza onirica, svaniscono lasciando uno scintillio misterioso, una traccia diafana eppure persistente.
Sono un po' come i sogni, i deserti.
Conosci forse il punto in cui parti ma non sai dove arrivi, né dove sosti.
Incontri arsure e piccoli capolavori di vita, come certe piantine.
Non l'ho mai attraversato, un deserto. Non ancora.
Ma lo penso così, apparentemente disordinato ma in realtà tessuto da trame precise, mutevole e denso di significati arcani, di guazzabugli e rivelazioni. Come un sogno.
In fondo anche di notte, in mezzo al vuoto della ragione, il mondo si popola di tanti granelli di sabbia che compongono le montagne che attraversiamo: fragili, mutevoli, destinate a cambiare forma al primo soffio di vento, o al primo risveglio.
E ogni risveglio è il ritorno da un viaggio.
( M.d.A.)
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di GIADA AGIZZA

Una copertina emblematica quella dell’ultima gemma letteraria di Umberto Eco “Vertigine della lista” (Bompiani 2009) che, da subito, suggerisce una riflessione attenta, ma allo stesso tempo affascinante, sulla capacità dell’arte, sia essa figurativa o letteraria, di suscitare un senso di perenne tensione verso l’infinito attraverso l’espediente della lista. Nel quadro rappresentato, “La scala d’oro” di Sir Edward Coley Burne-Jones, nonostante presenti una forma chiusa, nel senso che è delimitata, si coglie il senso dell’andare oltre la cornice che racchiude l’opera, spingendo l’immaginazione verso un caotico vortice che gira a suon di immagini provocando la vertigine dell’incompiuto. Alla fine del libro Eco propone la lettura della preghiera dell’Apollinaire di “La Jolie Russe” che termina dicendo: “Tante cose ci sono che non oso dirvi, tante cose che non mi lascereste dire, abbiate pietà di me”. È straordinario come questa frase, posta al termine del testo, comprenda il significato profondo di tutto il ragionamento. La mia riflessione trae ispirazione paradossalmente dall’epilogo, tanto significativo se si è compreso ciò che Eco intende per “lista” e per farlo basti pensare all’immagine che evoca, suggerendo una serie di quadri antichi e moderni che si incontrano sfogliando le pagine. Come dice l’autore nella prefazione: questo stesso libro non può concludersi con un eccetera. Ripercorrendo tutta la letteratura da Omero ai nostri giorni, soffermandosi sull’Iliade, Eco propone la lettura di vari passi tratti da autori antichi e moderni, che sviluppano la ‘tecnica’ della lista per esprimere l’indicibile, ciò che non si può dire perché non lo si conosce. Dunque, la lista si propone come esempio, uno spiraglio che si intravede da una porta semichiusa che il lettore deve aprire con la mente ed immaginare tutto ciò che sta oltre la porta. Liste di ogni genere, cose, luoghi, profumi, angeli del paradiso e potrei andare avanti all’infinito, ognuna con una precisa funzione, sia essa pratica o poetica, cioè per diletto del suono ritmico dei nomi in successione. Un libro pieno di infinite porte socchiuse, che non aspettano altro di essere aperte.
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di DAVIDE D'ALESSANDRO

Furono più gli amori avuti che i libri scritti, quelli di Sibilla Aleramo, all’anagrafe Rina Faccio. A cinquant’anni dalla morte, l’incipit non suoni irriverente. Poiché la scrittrice d’amore visse, d’amore patì, d’amore scrisse. E di donne, di emancipazione, di libertà ma, di più, di una donna. Di se stessa che, a quindici anni, subì la violenza carnale: l'indicibile.
Ma trovò le parole per dirlo, cercando di sradicarsi di dosso lo sguardo malefico di chi ne abusò, il dolore, la compulsione, la morte. E negli amori (da Cena a Cardarelli, da Papini a Gerace, da Boccioni a Boine, da Franchi a Rebora, da Campana a Quasimodo a Evola, da Emanuelli a Mattacotta, senza trascurare la passione per la Duse), si immerse, sprofondò, a caccia di ciò che le era stata negata: la vita.
Costretta al matrimonio riparatore, a 26 anni trovò la forza di “strappare”, di abbandonare la famiglia e di approdare a Roma dove, grazie a Cena, il suo lavoro letterario prese corpo. “Una donna” fu un successo strepitoso, internazionale, tradotto negli Stati Uniti e in tutta Europa. Ma il successo non azzerò l’inquietudine, anzi continuamente la rinnovò.
Tra l’impegno politico, l’attività nel movimento femminista, la prosa e le poesie, furono le tormentate storie d’amore a tenerla sulla corda della vita, a farle vibrare e bruciare il cerino della vita. Una su tutte la lacerò: quella con Dino Campana. Chi ha letto “Un viaggio chiamato amore”, il carteggio tra la scrittrice e il poeta di Marradi, sa che desiderio, possesso, gelosia, disperazione e follia sono ingredienti del pasto di cui, chi ama, quotidianamente e incessantemente si nutre. Un amore impossibile eppure possibile, per due anni intensamente, straordinariamente possibile. Se il poeta passò dal carcere al manicomio, dall’amore alla morte (e non certo per lei o non solo per lei), Sibilla rimase in piedi. Devastata, ma in piedi. Perché aveva conosciuto da ragazza la ferita. Aveva imparato a tenerla con sé. Era parte di sé. E negli uomini, in tutti gli altri uomini, e nei libri, in tutti gli altri libri, continuò a cercare ciò che le era stata negata: la vita.
Ma non ne trovò che brandelli.
Brandelli di vita.
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