ENZO FORCELLA E LA POLITICA VATICANA DURANTE IL FASCISMO 
di Roberto Pertici

Nei giorni in cui infuriava la polemica fra il Vaticano e lo Stato di Israele a proposito della presentazione della figura di Pio XII allo Yad Vashem, mi è capitato di leggere un vecchio libro, in cui si rifletteva su questioni analoghe: si tratta del volume postumo di Enzo Forcella, La Resistenza in convento, pubblicato dall’editore Einaudi nel 1999. L’autore è stato uno dei più noti giornalisti italiani del secondo Novecento, collaboratore del «Mondo» di Pannunzio, di «Tempo presente» di Chiaromonte e Silone, e – fin dalla fondazione – fra le firme di punta della «Repubblica» di Eugenio Scalfari. Non si tratta del suo primo libro: i miei coetanei ricordano ancora la sua Apologia della paura compresa in Plotone di esecuzione, da lui pubblicato con Alberto Monticone nel 1968 e dedicato ai processi della prima guerra mondiale. Un grande successo, allora, non eguagliato (mi sembra) dal successivo Celebrazione di un trentennio del 1974, riflessione tutt’altro che scontata sui primi trent’anni della repubblica. Ma decisamente assordante è stato il silenzio che ha circondato La Resistenza in convento: sarà perché è uscito postumo, o per le tesi non proprio ortodosse che Forcella vi esprimeva su alcune questioni controverse, come l’azione gappista di via Rasella (nel merito era intervenuto anche in un articolo sul «Corriere della sera» del 10 marzo 1998).

La sua tesi di fondo è che la Santa Sede, con una politica condotta spesso sul borderline della “dissimulazione onesta”, riuscì a proteggere e a salvare nei conventi, nei monasteri, nelle chiese di Roma e nella Città del Vaticano (con le sue appendici protette dalla extraterritorialità) praticamente tutta la classe dirigente politica e intellettuale italiana (dell’Italia passata e di quella futura), presente a Roma dopo la fuga del re e l’occupazione tedesca, eccezion fatta (ma non completamente) per la componente comunista, che preferì organizzare autonomamente la propria sicurezza. Si tratta di una questione che gli storici ecclesiastici hanno per decenni sottolineato, ma la novità è che in questo caso essa sia stata ribadita, sviluppata e magistralmente narrata da un giornalista “laico” e al di fuori di ogni intento apologetico.

Di questa lunga protezione i futuri leader della Repubblica avrebbero parlato poi parcamente e malvolentieri: il giornalista segnala come esemplare il caso di Pietro Nenni, il cui diario di quel periodo, nell’edizione fattane da Giuseppe Tamburrano, presenta un “buco nero” di oltre sei mesi (p. 114). E’ tuttavia indubbio che questa contiguità con gli ambienti ecclesiastici nei mesi più duri dell’occupazione tedesca avrebbe avuto effetti di lungo periodo sulla nuova classe dirigente. Anche per questo (ovviamente non solo) non si ebbe, al momento della liberazione, quella ventata di anticlericalismo che tutto il fuoriuscitismo antifascista aveva data per certa all’indomani della stipulazione dei Patti lateranensi: uno dei pochi senatori che nel 1929 avevano votato contro la loro ratifica, il liberale Alberto Bergamini, lo avrebbe scritto a chiare lettere in una lettera di ringraziamento rivolta alla segreteria di stato vaticana: «Quando potrò nuovamente scrivere dirò di questa carità: sono certo che per cento anni non vi potrà essere anticlericalismo in Italia; sarà impossibile dimenticare quello che ha fatto il Clero» (p. 124). Sarebbe stato coerente: nel 1947, smentendo in qualche modo il suo voto di diciotto anni prima, avrebbe votato a favore dell’art. 7 della nuova Costituzione.

Paradossalmente la Santa Sede poté mettere in atto questa rischiosa azione, basandosi su uno dei più discussi (allora e poi) articoli del Concordato del ‘29 (art. 1, comma 2), quello che stabiliva il «carattere sacro della Città Eterna, sede del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi», e rispolverando quel diritto d’asilo, che le leggi Siccardi avevano abolito nel Regno di Sardegna quasi un secolo prima. Al di là degli intenti umanitari, l’azione vaticana rispondeva anche a corposi interessi politici, non ultimo quello di impedire un’insurrezione a guida (presumibilmente) comunista al momento del passaggio dei poteri fra i tedeschi in fuga e l’arrivo degli alleati. Anche in ciò il Vaticano ebbe successo, nella quasi unanime soddisfazione della popolazione capitolina.

Forcella guarda con non dissimulata simpatia e (si direbbe) gratitudine a questa complicata politica, che presenta tratti di inevitabile ambiguità: descrive minutamente una situazione in cui due mondi (quello vaticano e quello di tedeschi e fascisti) furono «incommensurabilmente lontani e inconciliabili, ma al tempo stesso comunicanti attraverso una fitta rete di collegamenti più o meno segreti che i futuri storici sarebbero riusciti solo molto parzialmente a individuare e spiegare» (p. 61). Questa assenza di moralismo consente a lui che era nato a Roma da madre ebrea, di fare alcune analisi in controtendenza (almeno rispetto alla situazione degli anni ’90) anche sulla questione del rapporto fra la Santa Sede e gli ebrei romani. Ribadisce un dato quantitativo, che – già di per sé – non può che far riflettere: «dei 12.000 presuntivamente presenti a Roma durante l’occupazione, l’80 per cento riuscì a evitare la deportazione in gran parte proprio grazie all’ospitalità degli istituti religiosi» (p. 65): altre fonti presentano numeri diversi, ma la percentuale resta più o meno la stessa. Ripercorre tutta una serie di episodi, che la storiografia ha minutamente vagliato e discusso, soprattutto l’atteggiamento pontificio durante e dopo il 16 ottobre 1943, di fronte alla deportazione da parte tedesca degli ebrei romani. Rilegge con molto buon senso storico il famoso e più volte sviscerato colloquio fra il segretario di stato Maglione e l’ambasciatore tedesco Weizsäcker e ribadisce la manipolazione delle posizioni vaticane che quest’ultimo operò nei suoi dispacci ai superiori a Berlino, dispacci che sono stati alla base di molte delle accuse rivolte poi a Pio XII. Anche qui Forcella mette in atto il buon metodo storico, che non si fida delle relazioni degli ambasciatori, ma ne vaglia la veridicità sulla base delle intenzioni di chi li scrive (e una degli interessi fondamentali di un diplomatico è quello di dimostrare il successo della propria azione verso il governo presso cui è accreditato). Il giornalista romano dà quasi per certo (al contrario di altri storici) che i 252 non ebrei o (come allora si diceva) «mezzi ebrei» (ma in mezzo ad essi riuscirono a intrufolarsi anche alcuni ebrei) che furono lasciati liberi la mattina del 17 ottobre, dopo essere stati “rastrellati” il giorno precedente, dovettero la loro liberazione alle pressioni vaticane e proprio al comportamento «cauto» che la segreteria di stato aveva tenuto il giorno precedente. E non manca di polemizzare esplicitamente con Rosetta Loy, una delle più fortunate narratrici di quegli eventi (pp. 100, 103).

Ma è soprattutto un’altra osservazione di Forcella che mi sembra particolarmente acuta: quando nota che tutta questa vasta operazione di protezione e di salvataggio (di ebrei, antifascisti, renitenti alla leva, etc.) fu il frutto di direttive dall’alto, ma date informalmente: «Per tutta la durata dell’occupazione le autorità religiose si atterranno alla loro antica regola: è sempre meglio far capire che dire, se qualcosa deve essere detto è bene evitare di lasciarne traccia scritta e, in ogni caso, alle eventuali contestazioni bisognerà rispondere che si era trattato di iniziative personali dei singoli sacerdoti prese all’insaputa delle autorità superiori» (p. 61). E’ per questo che risulta storiograficamente ingenua la posizione di coloro che esigono la prova di un documento scritto, di una circolare esplicita che dimostri inconfutabilmente che il salvataggio degli ebrei (e degli altri perseguitati) sia stato il frutto di una direttiva di Pio XII, e non, invece, un’iniziativa “privata”, di cattolici, laici e religiosi. Ora – secondo quanto autorevolmente anticipato dal card. Bertone – è possibile che un documento di tale natura possa essere stato recentemente trovato: si tratterebbe di una circolare in data 25 ottobre 1943, con cui il Papa si diceva «d’accordo» nell’accogliere quanti più ebrei possibile negli istituti religiosi e nelle catacombe. E’ interessante notare la data: si tratta dello stesso giorno in cui il Vaticano faceva affiggere agli ingressi delle basiliche maggiori un cartello bilingue che, dopo aver ricordato la dipendenza di quegli edifici dalla Santa Sede, interdiceva «qualsiasi perquisizione e requisizione» e ne dava notizia ai superiori degli enti religiosi con una lettera in cui si raccomandava «quella discreta e prudente correttezza che è sempre, ma ora più che mai, necessaria» (p. 63). Parole che possono essere lette in vario modo, ma – come nota Forcella – alludevano certamente alle dimensioni che ormai il diritto d’asilo aveva assunto.

Gli studiosi avranno modo di constatare se il nuovo apporto documentario preannunziato dal card. Bertone contribuirà a chiarire anche la documentazione già nota e potrà costituire una svolta significativa nelle indagini su tutta questa vicenda. Ma, ragionando storicamente e facendo seriamente i conti con la situazione di minorità e di potenziale persecuzione in cui la Chiesa si trovava; con gli obiettivi concreti che si poneva e con i mezzi che la sua secolare tradizione le metteva a disposizione per raggiungerli, si può già avere un quadro, ricco quanto si vuole di ambiguità e contraddizioni, ma – come dimostra anche questo volume - dalle linee sufficientemente chiare.

L'Occidentale, 27 maggio 2007




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L'ANTIPOLITICA AL GOVERNO 
di Aurora Franceschelli

Appare evidente come, in questo preciso momento storico, la politica si sia svuotata di qualsiasi contenuto progettuale e si sia «arricchita», al contrario, la sua negazione, l'anti-politica che si nutre di privilegi; un'antipolitica che, ahinoi, si è fatta «tecnica» di governo e che sta scatenando un poderoso effetto moltiplicatore che, ora più che mai, ha come effetto la proliferazione delle «caste». Molti sondaggi lamentano un forte sentimento di disaffezione nei confronti della politica: la società civile non riesce ad accettare una classe politica, quella di sinistra, che avverte come arrogante e incoerente, chiusa nel suo Palazzo di potere e distante dalle esigenze reali e quotidiane del Paese. Un Paese che, metaforicamente, sembra sopraffatto dalla «sindrome della spazzatura» - che sta affogando Napoli - anche a livello nazionale, dove la spazzatura si identifica con l'accozzaglia di rifiuti, intesi come danni, che la classe di sinistra produce e scarica sulla società civile.

Ebbene, da quando il Governo Prodi è al potere il nostro Paese sta affogando nel mare delle tasse, delle incoerenze e delle sopraffazioni di una classe dirigente che impone dall'alto decisioni non condivise dalla cittadinanza. Sono svanite le promesse - elargite durante la campagnia elettorale - di redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei meno abbienti. A godere della politica di redistribuzione, in realtà, è ora quella classe dirigente di sinistra che, talmente variegata e radicata non solo a livello nazionale ma anche locale, si spartisce ogni giorno un innumerevole numero di incarichi politici, pubblici e parastatali. Un'involuzione, quella a cui è soggetta la politica attuale, che si riversa, ingiustamente, su una società civile che si sente ingannata e impotente di fronte all'imposizione di logiche di potere che soffocano quei principi fondamentali necessari a far progredire un Paese, come la tutela del merito, della concorrenza, della libertà individuale.

L'antipolitica, che si manifesta nella gestione esclusiva del potere che caratterizza il Governo Prodi, allenta pericolosamente il legame democratico tra il cittadino e le istituzioni, un cittadino che non si sente più rappresentato da istanze particolaristiche che si alimentano attraverso circoli viziosi chiusi, autoreferziali, giochi di potere volti a favorire determinate cordate piuttosto che altre, interessi finanziari piuttosto che altri, e, soprattutto, l'interesse pubblico piuttosto di quello privato. Dove, per interesse pubblico, ovviamente non si intende l'interesse di tutti i cittadini, ma piuttosto quello che gravita attorno ai circuiti e alle parti sociali che flirtano con le rappresentanze rosse che sono al potere.

Una «casta rossa» che rappresenta, ora, solo se stessa: per questo motivo l'indice di gradimento nei confronti della classe politica è ai minimi storici, perché è ai minimi storici anche il tasso di rappresentanza proprio di un regime democratico la cui maggioranza di governo non rappresenta la maggioranza del Paese. La cultura politica, con il Governo Prodi, si è svuotata di ogni significato e soprattutto di ogni ideale. E' significativo il fatto che a destare il maggiore interesse e impegno, entro l'Esecutivo di sinistra, sia l'operazione di spartizione del famoso «Tesoretto fiscale» ereditato dal Governo Berlusconi (che ha favorito un ingente aumento del gettito). La «redistribuzione del Tesoretto» ha un significato simbolico, fa capire a tutti i cittadini italiani fino a che punto arrivi la lungimiranza di questa classe dirigente, fa capire quale sia il vero principio ispiratore di una politica che acquisisce un preciso significato solo nel momento in cui si nega, vestendo così i panni dell'antipolitica. A sinistra non esistono, infatti, contenuti progettuali che abbiano orizzonti di lungo periodo: la classe dirigente rossa appare riluttante verso progetti che richiedano impegni economici per il futuro del nostro Paese; sembra che, a contare, siano esclusivamente i benefici e i privilegi di cui sia autoalimenta il loro potere.

L'Italia, in questo particolare momento politico, comincia ad avvertire la necessità di una politica forte, schierata non a favore di un circuito chiuso ed autoreferenziale, ma aperta alle esigenze di riforma che solo un centro decisionale non frantumato come quello della sinistra può garantire. Solo un leader forte, in qualsiasi Paese, può garantire stabilità e sicurezza. In Francia il popolo transalpino ha scelto un leader, Sarkozy, dalle idee chiare e dalla personalità forte, un leader che ha capito come la cultura della responsabilità (valore fondante anche per il precedente governo Berlusconi in Italia) e del senso civico siano indispensabili per far crescere un Paese.

In Italia, ora, si avverte la mancanza di un centro decisionale capace di dare ordine, di avviare riforme che guardino anche al futuro, di risolvere i problemi concreti proponendo soluzioni altrettanto concrete (come è accaduto durante i cinque anni di governo del centrodestra). L'immondizia di Napoli non dove allargarsi a tutta la Penisola. La microcriminalità deve essere combattuta. Le pensioni devono essere garantite anche per gli anni a venire. L'immigrazione deve essere filtrata, e così via... Questi sono problemi che vanno risolti dalla politica vera e che, con questo governo, rimangono sotterrati sotto l'immondizia dell'anti-politica.

Ragionpolitica, 27 maggio 2007

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ANCHE DOPO FIRENZE L'ARTE DI ARRANGIARSI? 
Specialità della famiglia italiana

Anche dopo Firenze l'arte di arrangiarsi?

di Francesco Riccardi

Lo diciamo a malincuore, ma è difficile non provare un certo disagio per come si stanno sviluppando i lavori della conferenza nazionale sulla famiglia. Dopo un'apertura all'insegna del dialogo e della valorizzazione della famiglia - sottolineata sia dalle misurate parole del presidente della Repubblica sia dall'interessante relazione del ministro Rosy Bindi - il primo giro di interventi di alcuni singoli ministri è stato fortemente deludente. Innanzitutto perché ha dimostrato - plasticamente diremmo - l'inesistenza di una "politica familiare" all'interno della compagine governativa. Nessun coordinamento, idee in ordine sparso, ognuno ripiegato sul proprio particolare. Lontani anni luce da quella visione della famiglia come soggetto unitario e non come sommatoria di singoli componenti che doveva essere la chiave di volta - meglio: la chiave di svolta - di questa conferenza nazionale.
Gli altolà del ministro Tommaso Padoa-Schioppa e del vice Vincenzo Visco hanno avuto poi l'effetto di un'inaspettata - e per noi ingiustificata - doccia gelata. Affermare, come ha fatto il ministro dell'Economia, che «la migliore politica per la famiglia è la riduzione del debito pubblico, perché se ne avessimo la metà potremmo destinare 35 miliardi per minori tasse, migliori infrastrutture, più ricerca, formazione e politiche di sostegno alla famiglia» è tanto vero quanto scontato. La preocupazione del ministro di «ristabilire equità nel rapporto fra generazioni», non appesantendo quelle più giovani e future di fardelli insopportabili è pienamente condivisibile. Ma rischia di suonare oggi, alle orecchie delle famiglie, in tutt'altro modo. E non cancella, anzi rafforza la sensazione di essere sempre all'ultimo posto nelle preoccupazioni di chi muove le leve dell'economia, del welfare e dei servizi. Molto al di sotto delle richieste delle imprese, dei sindacati, delle clientele politiche, del bisogno di infrastrutture, ricerca, eccetera eccetera.
Così, nell'attesa che si sblocchino le ipotetiche risorse oggi a servizio del debito - e ammesso che non finiscano in altri rivoli di una spesa pubblica sempre più inefficiente - la famiglia dovrebbe continuare ad arrangiarsi. Dobbiamo ricordarlo ancora una volta? L'Italia destina all'aiuto alle famiglie circa l'1% del Pil, la metà della media europea, un terzo di quanto fanno Francia e Germania, una quarto rispetto ai Paesi scandinavi. Cosicché i nuclei italiani si sono dovuti inventare - e pagare in proprio, facendo risparmiare lo Stato - un welfare che non c'è: dall'aiuto dei nonni alla baby-sitter, dalle badanti per gli anziani all'assistenza ai tanti disabili che restano in casa.
Troppo semplicistico dire, come ha fatto Vincenzo Visco, «con tutte queste richieste non ci stiamo dentro». La conferenza di Firenze doveva proprio essere l'occasione nella quale il governo assumeva un impegno chiaro: innanzitutto la famiglia come priorità di intervento. E poi quantomeno una prima declinazione di provvedimenti concreti, da attuare con la gradualità necessaria, così come aveva indicato anche il ministro Bindi, lasciata ora tristemente sola proprio dai colleghi di governo con responsabilità chiave.
Oggi la Conferenza nazionale si chiude con l'intervento del Presidente Romano Prodi, che alla famiglia aveva dedicato parte del dodecalogo e delle scelte per la distribuzione del "tesoretto". Ma qui non ci sono i partiti con cui discutere. Sono le famiglie italiane ad attendere una risposta chiara e definitiva. Ne hanno diritto. Altrimenti tutte le analisi e i confronti svolti in tre giorni scorreranno via insieme all'acqua dell'Arno.

Il Giornale, 27 maggio 2007



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"GLOBISH"? NO, MEGLIO IL LATINO 
ROMA
Un «Manifesto» rivolto alle autorità politiche europee rilancia le lingue classiche; non per nostalgia, ma per salvare la nostra identità culturale

«Globish»? No, meglio il latino

Uno strumento per non annegare, soprattutto nei momenti di crisi della civiltà. Esperienze per studiarlo con le nuove tecnologie

Da Roma Paola Springhetti

L'edizione latina di Wikipedia, la nota enciclopedia che si può consultare ma anche contribuire a scrivere e aggiornare in Internet, si chiama «Vicipaedia» e ha 13.075 pagine. Esistono fumetti in latino e ogni anno si svolgono i Certamina, sfide tra gli studenti sulla capacità di traduzione dei classici. Parole latine si trovano spesso in quel filone fantastico della letteratura per i ragazzi di cui fa parte tra gli altri la serie di Harry Potter, ma non è difficile incappare in esse anche leggendo Topolino. Dunque il latino è ancora parte - in modi seri e meno seri - nella nostra cultura? In realtà, se si vanno a vedere altri indicatori, la risposta resta negativa. È diventato ormai difficile trovare insegnanti di greco per i licei, e fra poco probabilmente lo sarà anche per gli insegnanti di latino. Nelle università i giovani che si avventurano nello studio approfondito delle lingue classiche sono sempre meno, e l'impressione è che le tracce della nostra lingua madre che restano visibili siano più di latinorum che di latino. Per questo oggi verrà presentato un manifesto, «Futuro Latino», rivolto «alle autorità educative e politiche europee» per «mettere in rilievo l'importanza dell'insegnamento e della diffusione delle lingue classiche in una misura e ad un livello tali da garantire la sopravvivenza della nostra identità culturale così come finora l'abbiamo concepita». La presentazione del manifesto avviene all'interno del convegno internazionale «Futuro Latino. La lingua latina per la costruzione e l'identità dell'Europa», che si chiude oggi a Roma con la partecipazione - tra gli altri - di Marcello Veneziani, Roberto de Mattei, Giuseppe Dalla Torre, e che è stato organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Come ha detto ieri monsignor Walter Brandmüller, presidente del suddetto Comitato, il problema è che, in epoca di globalizzazione e di globish, «la conservazione dell'immenso patrimonio culturale dell'Euro pa e la sua trasmissione è impensabile senza la lingua e la cultura latina e greca, che l'hanno creata». Perdere il latino non significa perdere un accessorio ornamentale della millenaria cultura europea, ma smarrire le basi della sua identità. Il latino è stata la lingua dei padri della nostra civiltà, dall'antica Roma fino al cristianesimo, e difenderlo - secondo don Enrico dal Covolo della Pontificia Università Salesiana, postulatore di Giovanni Paolo I - significa difendere noi stessi da quell'appiattimento che la «cultura» della globalizzazione porta con sé, insieme «a una dolorosa perdita dell'identità propria di ciascuno. L'itinerario storico, copiosamente illustrato dall'antica letteratura cristiana latina, continua a insegnare qualche cosa di decisivo sul mistero della persona umana e sui suoi irripetibili drammi esistenziali, sul rapporto "non globalizzabile" dell'uomo con Dio, con gli altri, con il mondo circostante, sui diversi cammini dei popoli alla ricerca della loro identità». Il latino, peraltro, non è solo parte del nostro passato, ma è ancora vivo nei linguaggi delle varie discipline del sapere, per esempio ha un ruolo centrale negli studi giuridici perché, come ha detto Sandro Schipani dell'Università di Roma Tor Vergata, «corrisponde alla dinamica interna del sistema giuridico che in esso, dopo la grande opera di Giustiniano e dei suoi giuristi, quasi ciclicamente torna alla riflessione sul suo principio. E questo ritorno a riflettere sul principio non può che passare attraverso il latino del diritto romano». Ma, nonostante questo, si ripropone continuamente la domanda, soprattutto per quanto riguarda il suo studio nelle scuole: a che serve il latino, non è meglio l'inglese? Durante il convegno - cui era presente con l'altro senatore Giuseppe Valditara - ha dato una risposta Gerardo Bianco, secondo il quale «bisogna uscire dalla logica utilitaristica, che riduce la paideia all'apprendimento di nozioni utili». Non è un caso che il latino venga r iscoperto nei momenti di crisi dell'educazione, come quello che sta attraversando l'Europa. E sono per fortuna lontani gli anni Settanta, quando attorno alla presenza del latino nei curricula scolastici si combatteva una battaglia ideologica, con molti intellettuali comunisti schierati nel condannarlo «perché lo definivano reazionario, borghese, perfino fascista». Oggi sono molti ad ammettere che esso «è il filo conduttore della nostra civiltà e che, anche se non può sostituire l'inglese, non va trascurato». Il vero problema è innovare la didattica, e in questo ci sono esperienze interessanti. La professoressa Licia Landi, per esempio, da 18 anni sperimenta a Verona l'insegnamento del latino attraverso le nuove tecnologie e ha messo a punto un metodo nel quale «le tecnologie non sono un'aggiunta, ma sono realmente strumento di ricerca, che permettono di individuare i testi e di interpretarli, seguendo itinerari tematici che coinvolgono i ragazzi e che ne seguono, in qualche modo, gli interessi». In Internet, infatti, si possono trovare praticamente tutti i testi dei classici latini, ma soprattutto strumenti per interpretarli.

Avvenire, 27 maggio 2007

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IN MEMORIA DI AUGUSTO DEL NOCE 4: IL RICORDO DI VITTORIO MESSORI 
Vittorio MESSORI
Augusto Del Noce: la "catastrofe" della modernità
tratto da Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 661-671.

Confidava agli intimi Napoleone, a Sant'Elena. «Ho sempre saputo impiegare ogni tipo di uomo, quali che fossero le sue capacità, il suo mestiere. Ma che farsene dei filosofi? Per quanto abbia cercato, non ho mai trovato qualcosa o qualcuno cui potessero servire».

Il pessimismo dell'ex-imperatore non era del tutto ingiustificato. Purché, naturalmente, a ogni generazione si ammetta qualche eccezione. Per i nostri tempi, e per quanto a noi sembra, tra quelle eccezioni andrebbe posto il nome di Augusto Del Noce, morto fra il Natale e il Capodanno del 1989, mentre l'ultima dittatura marxista d'Europa, quella del rumeno Nicolae Ceausescu, finiva nel terrore e nell'esultanza. Si avverava “Il suicidio della rivoluzione”, come profetizzava il titolo di uno dei suoi libri più importanti e vilipesi, scritto nel 1978, quando tutto faceva pensare il contrario.

E' "servito" il filosofo Del Noce (per usare l'espressione di Napoleone)? Stando all'esperienza nostra e di tanti altri, la risposta non può essere che decisa: sì, con il suo pensiero, questo vecchio studioso ha aiutato molti (e tanti altri, presumibilmente, aiuterà nel futuro con i suoi scritti) a vederci un po' più chiaro nel mondo, nella storia, nella vita. E nella fede. Del Noce, in effetti, non era un cristiano tanto per dire; e neppure un cattolico per semplice tradizione familiare e culturale: era un credente consapevole ed esplicito, a viso aperto. E della sua fede ha fatto il criterio decisivo per comprendere il senso della vicenda umana.

Anche per questo cattolicesimo non certo posticcio, casuale, ma essenziale per il suo pensiero come per la sua vita (di «limpida testimonianza», di «servizio costante» ha parlato Giovanni Paolo II nel suo messaggio di cordoglio), Del Noce ha pagato un tributo pesante in emarginazione, talvolta in derisioni e calunnie. Aveva provato sulla sua pelle che, oggi, la vera Inquisizione, e di un rigore inimmaginabile per quella antica, è di segno "laico", si presenta per giunta sotto le vesti della tolleranza, del pluralismo, del dialogo.

Ma questo era messo, da lui, nel conto; anzi qui trovava una conferma di una delle sue tesi principali, quella della "eterogenesi dei fini", il rovesciamento cioè delle intenzioni umane nel loro contrario. La cultura moderna, nata per realizzare il regno della libertà per tutti, ha in realtà creato quello che egli chiamava «il regime della massima oppressione», soprattutto nei confronti di coloro - ed egli era tra questi - che non vogliono sacrificare agli “idola fori”, ai miti e ai tabù su cui queste culture si reggono.

Di questa persecuzione di stampo laicista o ateista, dunque non si lagnava più di tanto. Ciò che invece lo amareggiava (e, sempre dolorosamente lo stupiva) era un'avversione forse ancor più acre che gli giungeva all'interno di quella Chiesa stessa che amava, che cercava di servire e nella quale vedeva la sola possibilità (e per tutti: credenti, ma anche non credenti di buona volontà) di ritrovare la strada per la dignità, la libertà, la giustizia vere tra gli uomini.

Pur avendolo frequentato, e con assiduità, sulle pagine dei suoi libri e dei suoi molti articoli, non lo avevo però mai incontrato di persona. L'occasione venne grazie ad un collega che progettava con lui un libro-intervista (che purtroppo non fu poi realizzato) e che, sorprendendomi un poco, mi recò un invito del professore a raggiungerlo nella casa dove passava le vacanze, desiderando conoscermi. Anch'egli, in effetti, seguiva quanto andavo scrivendo.

La casa era quella dell'antica famiglia dei Del Noce. Un angolo di vecchio Piemonte restato intatto, una villetta fascinosamente “rétro” - con tanto di gazebo, tavoli in pietra con la scacchiera per la dama, ortensie e magnolie - solitaria nella campagna di Savigliano, quasi a metà strada fra Torino e Cuneo. "16 settembre 1987", dice la data che segnai sulla copertina del taccuino che riempii di note: poco più di due anni prima della sua morte quasi improvvisa.

Se ripenso a quelle ore - di sole, di amicizia, di scambio fervido di idee, passeggiando nel giardino o pranzando in una saletta anch'essa gozziniana - il ricordo gradevole è offuscato a tratti dalle espressioni di amarezza di Augusto Del Noce. L'incomprensione, l'ostracismo, spesso il rifiuto anche solo di ascoltarlo o di ospitarlo in certi giornali, in certe Case editrici - e, questo, da parte "cattolica", clericale - tutto ciò, ben più che per sé, lo rattristava per la causa della fede, del messaggio evangelico, della credibilità della Chiesa. Avendoci riflettuto una vita intera, era convinto di intuire per quali vie il messaggio di Cristo potesse di nuovo incontrare l'uomo d'oggi; e vedeva invece molta teologia, molta prassi pastorale, molto clero e laicato, procedere per strade che a lui sembravano vicoli ciechi, trappole, scorciatoie verso l'insignificanza e lo scacco. E soffriva che non si volesse dar retta ai suoi segnali appassionati di cambiare percorso.

E' vero che i giovani dei nuovi movimenti, in quel vecchio cattolico avevano scoperto un maestro, una guida intellettuale. E Del Noce era loro grato. Ma, al contempo, rifiutava di essere in sintonia con una parte soltanto del cattolicesimo di oggi: era la Chiesa nella sua totalità che, per lui, aveva bisogno di una correzione di rotta, di adeguamento al nuovo indirizzo di quel papa polacco in cui vedeva un dono della Provvidenza.

I credenti, per lui, avevano bisogno di andare in profondo nel passato per poter vivere il presente e programmare il futuro.

Mi ripeteva, quel giorno: «La crisi del marxismo è irreversibile, il liberalismo che sembra trionfare prendendone il posto è anch'esso in decomposizione: e, alla pari del marxismo, lo è non perché sia fallito ma proprio perché si è realizzato, capovolgendosi. E' in crisi anche la Chiesa cattolica, ma non perché non sia più credibile o sia ormai impraticabile il suo messaggio, ma perché ci si è allontanati da esso. Basterebbe rifare chiarezza, rimettersi sui giusti binari per offrire a un mondo disperato la prospettiva di salvezza cui ha bisogno. Mio dovere è indurre i credenti alla riflessione, alla comprensione che la buona volontà non solo non basta, ma può essere dannosa se indirizzata verso percorsi sbagliati. Madre dell'eresia non è solo la superbia ma, secondo l'insegnamento dei padri, anche l'ignoranza: molti uomini di Chiesa ignorano letteralmente quale sia la prospettiva cattolica, assumendo schemi e punti di riferimento non cattolici, anzi talvolta non cristiani, senza neppure averne consapevolezza».

Per lui essere filosofo (e filosofo della politica, disciplina che aveva insegnato prima all'Università di Trieste, poi in quella di Roma) significava andare alle radici, non fermarsi alla superficie dei problemi quotidiani ma sondarne le cause profonde, individuare la deriva delle idee le quali, nella lunga durata, partendo da certi presupposti, portano inevitabilmente a certe conseguenze.

Proprio questo, secondo lui, mancava ai credenti d'oggi. Mi disse: «Sempre il pensiero cattolico ha elaborato una sua teologia della storia. Ma, forse, gli ultimi che vi di dedicarono furono i grandi pensatori controrivoluzionari dell'Ottocento, posti di fronte alla sfida della modernità. Oggi sono rarissimi i cattolici che si preoccupano di leggere davvero il proprio tempo partendo dalla fede e dalla Tradizione come da postulati essenziali. La crisi del mondo cattolico deriva dal distacco tra la prospettiva di fede (spesso ormai sconosciuta) e l'azione politica, sociale, culturale (che è necessariamente allo sbando). Messi davanti ai problemi della nostra epoca, i cattolici ne recepiscono i quadri interpretativi da altre culture, senza scendere ai fondamenti ultimi. La fede, così, diventa un'etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove. E' una sorta di inefficace e comunque falso ecclettismo (generalmente "progressista" o comunque dall'apparenza "illuminata") che contrassegna tante prese di posizione che si credono "cattoliche". Non stupisce di certo che nessuno, al di fuori della Chiesa, voglia prendere sul serio questi “pastiches”; né che, all'interno della Chiesa, nessuno si senta illuminato da simili “Weltanschauungen”, prodotti tanto devianti e insipidi quanto inevitabili della perdita delle radici e del senso di inferiorità davanti alla falsa sapienza del "mondo"».

Per Del Noce tutto cominciò nel Seicento europeo, con Cartesio e con i primi “libertins”, per proseguire poi con i “philosophes”, gli intellettuali illuministi del Settecento. E cominciò perché, diceva, «si diede valore assoluto alla ragione umana, a quella soltanto e, in base a quel razionalismo, si estromise tutta la dimensione trascendente, la metafisica: tutto ciò che, appunto, va "al di là della fisica, della natura", che supera ciò che si vede, si tocca, si può misurare e descrivere con la ragione. Si negò (e senza prove) non solo l'esistenza di Dio, ma anche la possibilità della sua esistenza».

In ogni caso, sui temi irresolvibili del razionalismo (Dio e, dunque, l'aldilà, la vita eterna, il mistero della morte, il peccato, il miracoloso) calò quello che amava chiamare «il divieto di fare domande». Un divieto che, a suo avviso (ma anche a sua esperienza: la sua emarginazione derivò proprio dal fatto che non volle rispettarlo), contrassegna l'epoca moderna e contemoporanea. E citava spesso, come esemplari, frasi di Marx per il quale non importava discutere se Dio sia o non sia: Dio non esiste perché non deve esistere, altrimenti l'uomo ne è dipendente, non può più creare il mondo a sua immagine e somiglianza.

Uomo di fede, proprio nell'oscuramento, programmatico, e se del caso violento, della prospettiva di fede, Del Noce vedeva la caratteristica della modernità. La quale è dunque l'era della crescente secolarizzazione, anzi della desacralizzazione, di una negazione di Dio che in un primo periodo si cerca di rimpiazzare con dei surrogati, con dei culti secolari, mettendo la politica al posto della religione. E' il periodo "sacrale" della secolarizzazione, quello delle ideologie che assumono i tratti della vecchia religione: il liberalismo ottocentesco, il positivismo scientista, il socialismo, il fascismo, il nazismo. Ma, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dal 1945, la secolarizzazione fa un ulteriore, inevitabile passo avanti ed entra nel periodo "profano". Non più la ricerca di un surrogato della religione, ma la liberazione dalla religione, con al centro il culto di un edonismo, di una ricerca del piacere che per la prima volta nella storia non si nasconde, che anzi si gloria di se stessa.

Un termine era caro fra tutti a Del Noce: quello di catastrofe. Ma nel preciso senso etimologico: di "voltare in giù", dunque di "rovesciare". Per lui, la modernità, prima agnostica e poi atea, era "l'era della catastrofe", nel senso che tutte le ideologie elaborate dall'uomo che voleva farsi Dio (ideologie alle quali, peraltro, riconosceva spesso tanta buona volontà e generosi propositi) si erano rovesciate nel loro contrario stesso. Anzi: tanto più e tanto meglio si erano realizzate, maggiore era stato il loro risultato catastrofico.

Esempio massimo, quel marxismo dal quale egli stesso, nella Torino degli anni trenta, era stato tentato e del quale era divenuto poi il critico più lucido e temuto e, dunque, più odiato.

Contro le illusioni dei catto-comunisti (a partire da quel Franco Rodano che fu l'eminenza grigia dei capi del Pci, di Enrico Berlinguer in particolare, che fu l'inventore e il fautore del "compromesso storico" e al quale aveva dedicato un libro voluminoso e implacabile), contro quelle illusioni, dunque, Del Noce più e più volte aveva cercato di dimostrare che aveva ragione Pio XI nella “Divini Redemptoris” del 1937: il comunismo come "intrisecamente perverso". Spiegava: «Il comunismo - che da più di un secolo si identifica con il marxismo, essendosi presentato sotto quella veste - ha l'ateismo come sua essenza, non può farne a meno senza negarsi, non gli è possibile pensare a valori religiosi se non nella forma ateistica. La quale, dunque, non è per esso (e per usare il suo linguaggio) una sovrastruttura, ma la struttura stessa».

La sua attenzione privilegiata al comunismo veniva dal fatto che, se tutta l'era moderna era quella della secolarizzazione, il marxismo rappresentava non solo il termine pieno e compiuto della negazione di Dio, ma anche una filosofia che voleva farsi politica e che era riuscita a realizzare il progetto di incarnarsi davvero nella storia, di trasformare idee in strutture concrete. Ebbene, la prova della storia aveva mostrato in concreto quella "catastrofe" marxista che già da un mezzo secolo Del Noce prevedeva e le cui convulsioni finali fece in tempo a vedere negli ultimi tempi della sua vita.

"Catastrofe" del marxismo nel senso innanzitutto di rovesciamento totale delle previsioni: la giustizia, la libertà, il benessere universali promessi e che, nel socialismo detto, per esorcismo, "reale" (ma che, per lui, coincideva esattamente con quello "ideale"), si trasformavano invece nella massima ingiustizia, nella massima illiberalità, nella massima miseria.

Così, mentre il popolo - umiliato, offeso, affamato - si rivolgeva contro i regimi "popolari" e li travolge, il marxismo occidentale, quello che (anche per fortuna sua) non vinse, a partire da quello italiano, conosce anch'esso la sua "catastrofe", si rovescia anch'esso nel suo contrario. Incredibile, davvero, la lucidità con cui nel 1978 - quando il marxismo da noi sembrava la cultura egemone, pareva in ottima salute e magari destinato alla vittoria - Del Noce scriveva testualmente sin dalla copertina del suo “Il suicidio della rivoluzione”: «L'esito dell'eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata».

In effetti, dieci anni dopo, proprio questo è avvenuto: il Partito comunista intende cambiare nome e intanto ha già assunto l'ideologia più borghese di tutte, quella del "liberalismo di sinistra", che poi è il radicalismo alla Marco Pannella, avviandosi a diventare un partito radicale di massa (se le masse riuscirà a conservare). E, intanto, trova i suoi più potenti fautori in quella borghesia della grande finanza internazionale, della quale da noi un Carlo De Benedetti è il prototipo esemplare. «Era prevedibilissimo», rispondeva Del Noce a chi gli chiedeva conto di queste sue virtù "profetiche". «Non occorreva davvero essere indovini: persa per strada l'utopia rivoluzionaria, l'essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell'illuminismo scientista, del razionalismo che esclude Dio per una scelta previa e obbligata. Anche il comunismo "all'europea", dunque, si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali. Anzi, si pone ora come obiettivo storico l'imborghesire nel modo peggiore quelle masse che voleva liberare dalla cultura e dall'oppressione borghesi. Non dice nulla che, in Italia, non solo finanzieri alla De Benedetti, ma anche giornalisti corifei del più brutale “esprit bourgeois” siano gli ispiratori della dirigenza del nuovo Pci?».

Esito finale, comunque, di tutte le ideologie moderne, comuniste o liberali, era per lui (ed è difficile dargli torto, guardandosi oggettivamente attorno) il nichilismo, la caduta di tutti gli ideali e di tutti i valori. Un nichilismo cui si cerca di dare un volto accettabile, magari nobile, chiamandolo "pensiero debole".

Forma volgare del nichilismo, vera e finale ideologia per il popolo: il consumismo. E cioè, spiegava, «l'alienazione massima, la trasformazione di tutto in merce con un prezzo, e il raggiungimento della massima illibertà, crocifiggendo l'uomo indifeso al desiderio, all'invidia, all'affanno di procurarsi sempre più beni».

E i cristiani, i cattolici? E' qui che Del Noce scuoteva il capo avvilito: dopo essersi tanto opposti alla modernità, in modo magari eccessivo e ossessivo, dopo averla addirittura demonizzata, molti uomini di Chiesa avevano finito per accettarla in modo acritico, entusiastico e, soprattutto, anacronistico. L'avevano "sposata", cioè, negli Anni Sessanta del ventesimo secolo, quando chi voleva vedere (in effetti, “Il problema dell'ateismo” di Del Noce è del 1964) si accorgeva che quella modernità era in decomposizione: e proprio perché si era realizzata, giungendo quindi agli esiti catastrofici consueti. Legandosi a quella "catastrofe", anche il presente e la prassi dei cattolici ne avrebbero seguito inevitabilmente il destino.

Per Del Noce, il pensiero cattolico dell'Ottocento (che egli invitava a riscoprire come "profetico", come quello che meglio aveva visto nel suo futuro, che poi è il nostro oggi) aveva sempre ben chiaro che ogni rifiuto di Dio si trasforma prima o poi in un disastro per l'uomo. Quei cattolici del secolo scorso si erano dunque opposti alle ideologie moderne per amore dell'umanità, prevedendo che proprio quella essenza atea o agnostica delle nuove ideologie le rendeva pericolose. Partendo dalla fede, nelle loro analisi si fidavano ancora della Scrittura: “Nisi Dominus aedificaverit domum, invanum laborant qui aedificant eam. Vanum est vobis surgere ante lucem, sedere in multam noctem”.

Per quei pensatori cattolici ottocenteschi, lo schema interpretativo della storia era, come sempre sino ad allora, quello fede-miscredenza, religione-irreligione, devozione-empietà, sacro-profano. Coll'accettazione della modernità, si accettò anche il suo schema interpretativo, che è: progressista-conservatore, destra-sinistra, reazione-rivoluzione. Così, a una interpretazione religiosa della storia, se ne è sostituita una politica. E alle categorie tradizionali di vero-falso, di male-bene, si sono sostituite quelle di progressivo-reazionario. Proprio per questo molti cattolici hanno finito per aderire - seppure con ridicolo ritardo e zelo - a un marxismo ormai realizzato e dunque decomposto (ma per loro, convertiti recenti, rappresentava il futuro, la novità…). E, dunque, anche per loro il "santo" è divenuto il "progressista"; il "peccatore" è il "reazionario".

Anche chi non ha fatto la "scelta socialista" ha però finito col recepire, senza neppure accorgersene, quelle categorie del "moderno", che pur nulla più hanno di religioso. In questo modo, diceva Del Noce, il pensiero cattolico è diventato insignificante, ripetitore ingenuo e talora patetico, perché a rimorchio di categorie non sue e che tra l'altro hanno mostrato da tempo la loro miseria, la loro incapacità di dare conto dell'uomo e della storia. Proprio qui, a suo avviso, stava la radice della contestazione intraecclesiale. «Poiché», mi diceva, «si pensa che un certo concetto moderno di "democrazia" sia di sinistra, progressista, la riforma della Chiesa deve passare attraverso la sua democratizzazione radicale. Non avendo più una prospettiva religiosa ma, spesso inconsciamente, soltanto politica, a certi clericali sembra intollerabile l'aspetto gerarchico, monarchico della Chiesa cattolica: un aspetto "reazionario" contro il quale bisogna dunque combattere».

Nella nuova tavola di valori del "cattolico medio", il vero avversario da battere, così, non è più l'irreligioso, il blasfemo, il senza-Dio. Anzi, presentandosi spesso tutto questo come "di sinistra", è visto come un cristianesimo anonimo, delle cui accuse fare tesoro. Avversario, in questa prospettiva neocattolica («che nulla però», diceva Del Noce, «ha più a che fare con il cattolicesimo sinora conosciuto»), avversario vero è "l'integrista", cioè colui che vuole servirsi della sua fede fino in fondo, trasformandola da vago sentimento in guida e prospettiva per la sua concreta attività. E per questo, ripeteva, c'è «tanto odio per i nuovi movimenti, visto come integristi e dunque dannosi, nemici per eccellenza del neocristianesimo».

Tragedia poi di tanti credenti sarebbe stata - sempre stando alla sua analisi - l'accettazione di un altro dei postulati fondamentali delle ideologie moderne: la necessità di eliminare il «barbaro, oscuro tabù cristiano del peccato, a cominciare da quello originale». In effetti, se c'è un peccato, una colpa, una caduta all'inizio della storia, questa ha bisogno di una salvezza, di una redenzione: di un Salvatore, di un Redentore. Ma poiché si crede che l'uomo possa salvarsi da solo, grazie alla sua ragione, e possa realizzare con le sue forze il paradiso in terra, ecco che tra i primi passi da compiere è relegare nel mito l'idea del peccato. Da qui, diceva, «il fatto indubitabile che ogni modernismo teologico ha alla sua base l'eterna eresia pelagiana: l'attenuazione, la negazione più o meno dissimulata, se non l'esplicito rifiuto, della caduta di Adamo. Senza il quale, però, anche il Cristo diventa incomprensibile, superfluo. E allora si cerca di salvarlo trasformandolo in un proto-sindacalista, in un profeta della liberazione socio-economica».

Da un lato, Del Noce si opponeva a quello che per lui era un inganno che discendeva dallo schema fondante della modernità, "progresso-reazione": credere, cioè, che il fascismo, in quanto visto come il massimo della "reazione", fosse anche il massimo del negativo, il Satana, il "Male radicale". Denunciava che questa demonizzazione era stata voluta dai comunisti (e accettata acriticamente dai cattolici, con quel loro "arco costituzionale", dove c'erano dentro tutti, tranne i missini) per far dimenticare i tanti Stalin e Pol Pot, dicendo che i soli "cattivi" della storia erano Hitler, Mussolini e i generali sudamericani.

Ma, dall'altro lato Del Noce avvertiva i cattolici che per caso ne fossero ancora tentati (così come tanti di loro avevano effettivamente fatto durante il Ventennio), di non cadere nell'illusione di pensare al fascismo come a un difensore della tradizione, dei valori perenni, dunque a un potenziale alleato dell'uomo religioso: «Checché ne dicano marxisti e “liberals” di ogni risma che non vogliono riconoscere i loro parenti imbarazzanti», non si stancava di ripetere, «fascismo e nazismo (pur assai diversi tra loro e non assimilabili tout court) non sono negazioni della modernità: ne sono figli legittimi. Si situano anch'essi tra le ideologie che hanno decretato l'inesistenza o almeno l'irrilevanza di Dio, sono un momento come gli altri della secolarizzazione. Non sono, come hanno cercato di farci credere i "progressisti", degli errori contro la cultura moderna, sono degli errori dentro quella stessa cultura».

Questo, dunque, l'appello che Del Noce voleva lanciare ai fratelli nella fede, sorretto da uno spirito di apostolato ormai rarissimo nei cosiddetti intellettuali, spesso anche in quelli "tonsurati". Ammoniva di diffidare di «ogni presunta avanguardia cattolica che, in realtà, è sempre la retroguardia del progressismo di ogni maniera». Diceva, con Urs von Balthasar, che «la religione è finita se dell'uomo medio di oggi si fa la misura assoluta e unica di ciò che la Parola di Dio deve dire e non dire». Si difendeva dall'accusa di respingere il neomodernismo teologico per paura del nuovo: «No, lo avverso come un pericolo gravissimo per la fede: non perché nuovo, ma perché falso».

Ripeteva, soprattutto (e qui scatenava la reazione spesso inconsulta e violenta di molti clericali) le parole con cui, nel 1971, aveva chiuso il suo intervento in “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?”: «La prima condizione perché l'eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la Chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo».

Contestato a sua volta per queste affermazioni, ci tornava sopra, ostinato: «Il Cristo non ci ha detto di sposare il mondo, bensì di battezzarlo. La Chiesa ha il dovere di rispondere ai bisogni dell'uomo moderno ma senza diventare modernista, senza accettarne gli schemi interpretativi». Ripeteva: «Il neo illuminismo borghese – del quale anche gli ex comunisti sono una parte – ragiona in termini di "modernizzazione" e di "arretratezza". Per esso, ciò che più è "arretrato" è la morale cattolica tradizionale, le sue prospettive sulla vita, la sessualità, la famiglia. Il permissivismo, la rivoluzione sessuale, la tolleranza per la pornografia sono momenti essenziali per liberarsi della Chiesa e, dunque, per "modernizzare" la società. Ed è drammatico che anche tanti cattolici giudichino "arretratezza" la disperata difesa papale dei fondamenti etici del cristianesimo».

La fede crede che egli, ora, sia in quella Luce che vaglia infallibilmente gli uomini, i loro pensieri, i loro progetti, le loro verità e i loro errori. Egli, dunque, adesso ci "vede", vede se e in che misura fosse egli stesso o fossero altri credenti (per quanto ne sappiamo, in buona fede quanto lui) ad avere ragione.

Noi, ancora pellegrini, abbiamo solo il dovere, per dirla con san Paolo, «di esaminare tutto e tenere ciò che è buono». Con coraggio e coerenza, come la coscienza vorrà mostrarci. E come (che si concordi o no con lui) ha dato indubbia testimonianza il cristiano, il cattolico Augusto Del Noce.

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DITO NELL'OCCHIO 
NOTA di King Richard

Su Il Giornale di stamattina, Rosanna Brichetti, moglie di Vittorio Messori, conclude così la sua lunga intervista con Stefano Lorenzetto: "Vittorio sostiene che molti teologi sarebbero lieti se in Israele venissero scoperte le ossa di Gesù Cristo" - "E perché mai?" - "Perché così avrebbero la conferma che non è risorto, come vanno insegnando da tempo. Ma almeno si convincerebbero che è realmente esistito"


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LA CRISI E' DI PRODI, NON DELLA POLITICA 
di Renzo Foa

Al contrario di quel che si dice ai vertici dell'Unione, il voto di oggi e di domani ha un significato politico generale. Perché è chiamato alle urne un quarto del corpo elettorale, cioè buone fette della società, sparse un po' ovunque sul territorio nazionale. Un campione importante. Poi perché siamo nel pieno della discussione sulla «crisi della politica» e ci si aspetta quanto meno un segnale capace di far capire quale è realmente il grado di disaffezione nei confronti di quella che è stata definita «la casta». Infine, perché il giudizio che sarà dato peserà eccome sul governo: se sarà effettivamente negativo, come indicano i sondaggi, non riuscirà a far finta di niente una maggioranza che è al potere per una manciata di voti, che considera il Parlamento un fastidioso intralcio, che spesso al Senato si regge non sulla rappresentanza elettiva, ma sui senatori a vita. In altri termini che è minoranza.
Il significato politico generale del test non riguarda solo i suoi possibili effetti sui «palazzi». Ci si può aspettare molto di più. In primo luogo capire - penso soprattutto al Nord - quanto pesa ancora la frattura fra l'Unione e l'Italia che produce ricchezza, provocata dalle scelte della Finanziaria e dall'aumento della pressione fiscale. Poi, per stare ad un argomento di stretta attualità, sarà utile cercare di leggere anche la possibile traduzione elettorale della recente mobilitazione del mondo cattolico in difesa della famiglia e contro i Dico. Per non parlare poi della questione della sicurezza, una delle più sentite dai cittadini e delle più legate al potere locale, questione che a sinistra è stata riscoperta solo grazie alla vittoria di Sarkozy. I grandi argomenti che si contrappongono nel conflitto bipolare sono tutti presenti nella cabina elettorale.
Si arriva al voto dopo una campagna più intensa di quanto in genere avvenga per le amministrative. È stato soprattutto Silvio Berlusconi ad impegnarvisi direttamente, contribuendo ad alzare il livello del duello, a rafforzarne il significato politico e evocarne le conseguenze. Ha scommesso direttamente sulla crisi di fiducia che ha investito non genericamente «la politica», ma più direttamente l'Unione e il governo. Ha lavorato per ridare visibilità al «blocco sociale» del centrodestra e per rendere più vicina la possibile alternanza.
Nella campagna non si sono visti quei segni di disaffezione e di distacco che dovrebbero plasticamente raffigurare la «crisi della politica», di cui tanto si è parlato e che Cordero di Montezemolo ha, da ultimo, cavalcato prospettando il possibile superamento del bipolarismo attuale. Forse ne troveremo qualcuno domani sera, se non altro nell'affluenza. Ma il segnale vero riguarderà direttamente Prodi, la sua coalizione, gli equilibri fra partiti, gruppi, aggregazioni vecchie e nuove. Si guarda a Genova, a Verona, a Piacenza. Ma al di là delle città-simbolo, sarà il risultato complessivo a dire quanto è profonda la crisi di fiducia in cui è immersa l'Unione.

Il Giornale, 27 maggio 2007

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DA PANEBIANCO A PANSA, LEGGETE PURE NELL'ARCHIVIO DI POLIS: AVEVAMO CAPITO TUTTO IN LARGO ANTICIPO 
di DAVIDE D'ALESSANDRO

Non ho purtroppo a disposizione il Corriere della sera, ma l'archivio fedelissimo di POLIS dimostra che persino da un piccolo lembo di terra periferico si possono anticipare i pensieri, le idee, le analisi di chi ha, per merito, palestre ben più ampie per esercitarsi.
Pansa è nel giusto quando coglie la morte della parola sinistra. Io ci metterei anche la parola socialismo. Però, la sua speranza in Montezemolo somiglia alla speranza di chi, perso nell'Oceano, vede passare una barchetta con un bambino tutto solo e gli chiede di riportarlo a riva.
L'articolo di Panebianco non fa una grinza. Un leader è necessario. L'ho scritto negli ultimi mesi più volte. Dimentica di precisare che al momento, piaccia o non piaccia, l'unico leader in circolazione in grado di esprimere un progetto e una direzione da seguire è ancora Berlusconi.
E' vero che fin qui ha sprecato ma non ci saranno più, dopo il crollo che sta per abbattersi sul Paese, le condizioni per continuare a sprecare. L'unico avversario irriducibile che incontrerà sulla sua strada sarà la salute.
Se resisterà, nessuno si azzardi a parlare di uomo solo al comando. Gli uomini soli al comando sono sempre stati preparati da una classe politica mediocre e magnacciona.
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L'EREDITA' di ENRICO CUCCIA: 150 MILA EURO ! 
di Stefano Agnoli

MILANO — Il «banchiere dei banchieri», «il silenzioso burattinaio del capitalismo italiano», «lo spietato sacerdote del grande capitale». Quando Enrico Cuccia morì, poco meno di sette anni fa, furono solo alcuni dei titoli riservati dai quotidiani al fondatore di Mediobanca, protagonista di mezzo secolo di economia e finanza italiana. Un uomo minuto, magro e incurvato, che si poteva incontrare la mattina, in centro a Milano, intento ad attraversare a piedi Piazza della Scala nel tragitto verso via Filodrammatici. Ma se la riservatezza, l'enorme potere, e lo stile di vita quasi monacale sono attributi che fanno ormai parte integrante del ritratto un po' stereotipato di Cuccia, non è meno sorprendente scoprire come alla sua morte, il 23 giugno 2000, i beni personali del banchiere novantaduenne — del “signore della finanza” — si esaurissero in un conto corrente bancario. Quello aperto proprio alla sede centrale dell'allora Comit, la Banca Commerciale Italiana del suo vecchio maestro Raffaele Mattioli e dei primi passi della sua lunga carriera.
IL CONTO IN PIAZZA SCALA - Un conto corrente con un deposito di poco più di 150 mila euro. Anzi, per la precisione, con denaro liquido pari a 303 milioni e 305 mila vecchie lire. Nient'altro, secondo il documento rintracciato dal «Corriere» all'Agenzia delle entrate, lo stesso consegnato dagli eredi qualche settimana dopo all'Ufficio registro successioni di via Ugo Bassi a Milano, corredato di imposta di bollo per trentamila lire. «Il miglior banchiere d'Europa» – come disse Andrè Meyer, suo amico e patron della Lazard, a Cesare Merzagora - non ha lasciato neanche un testamento. Non ce ne sarebbe stato bisogno, visto che ufficialmente, al di là del conto corrente alla Comit, non esisteva un'eredità da dividere, composta magari di immobili, azioni, titoli e beni vari. I dettagli della situazione patrimoniale di Cuccia, per la verità, non sono del tutto accessibili e come si evince dai documenti all'Agenzia delle entrate risultano gelosamente custoditi nello studio dei commercialisti di fiducia della famiglia, quello milanese dei Dattilo. Creato da Giuseppe, siciliano di Siracusa, e gestito dal figlio Maurizio, lo studio è uno storico consulente fiscale di Mediobanca. E di recente ha avuto un ruolo anche nella vicenda che ha portato alla costituzione della Telco, la nuova holding di Telecom Italia. Ma al di là del muro che ha sempre circondato le vicende dei creatori e degli epigoni della banca milanese, a parlare sono le carte disponibili. Per il 1999, l'anno prima della morte, Cuccia dichiarava al fisco di percepire circa 350 milioni netti di vecchie lire. Entrate derivanti per più della metà soprattutto dal fondo di previdenza privato, e per il resto dalla pensione Inps e da quanto riconosciuto da Mediobanca in virtù della carica di presidente onorario: ovvero 163 milioni di lire, al lordo delle ritenute. A proposito di questa compenso, i funzionari della Mediobanca di allora ricordano che l'anziano banchiere non volle mai incassarlo. Tanto che dalla sua segreteria, non potendo disporre diversamente, un bel giorno si decise, con qualche imbarazzo, di accreditarglielo automaticamente, quasi di nascosto.
LA VILLA SUL LAGO - L'ennesimo aneddoto destinato ad alimentare la panegiristica sull'indiscutibile rigore di un banchiere unico e irripetibile? E tuttavia, malgrado fosse un navigato conoscitore degli strumenti della finanza italiana e internazionale, Enrico Cuccia non ha lasciato ai suoi eredi nulla che vada al di là delle possibilità di una agiata famiglia borghese. Dalle stesse carte risulta che anche la famosa villa «da venti stanze e cinquemila metri di giardino» di Meina, sul lago Maggiore, la località dove il banchiere è sepolto (e dove la salma fu trafugata nel 2001 per poi esservi di nuovo sepolta) non rientrava nella sua disponibilità. L'abitazione è proprietà dei tre figli da più di dieci anni, per un terzo ciascuno, ed è in realtà l'eredità lasciata dalla moglie, la signora Idea Nuova Socialista, una delle figlie del fondatore dell'Iri Alberto Beneduce (le altre due si chiamavano Vittoria Proletaria e Italia Libera). Scomparsa nell'ottobre del 1996, anche lei riservatissima, per un puro caso fu ritratta poco tempo prima della morte in un servizio fotografico a passeggio per Roma e in compagnia del marito. I tre figli di Enrico Cuccia - Aurea (la più anziana), Silvia e Pietro Beniamino (il più giovane) – viaggiano inoltre sopra la sessantina e vivono tutti e tre a Milano, dove risultano proprietari di appartamenti in zone residenziali, nei pressi della Fiera e di Brera. La figlia Silvia ha lavorato come professoressa di matematica, mentre Beniamino da gennaio dello scorso anno ha fatto il suo ingresso nel consiglio di amministrazione di una piccola società farmaceutica in provincia di Como. Insomma, come ha scritto nel 2003 Antonio Maccanico (al vertice di Mediobanca al momento della privatizzazione dell'87-88 e nipote di un altro presidente, come Adolfo Tino) è forse proprio vero che «il danaro per Cuccia era solo un mezzo», e che «la società dello scandalo Enron non lo avrebbe capito, lo avrebbe forse emarginato». Non solo la società dello scandalo Enron, ma forse anche quella delle laute stock-option, dei superbonus e delle buonuscite plurimilionarie.

Corriere della sera 27 maggio 2007


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MONTEZEMOLO E IL SOGNO DELLA NUOVA BORGHESIA 
di EUGENIO SCALFARI

NELLA vignetta di Altan pubblicata ieri dal nostro giornale uno dei due consueti protagonisti dice fissando l'altro: "Confindustria all'attacco" e l'altro con la mano in tasca e il basco di traverso risponde: "Speriamo in una forte risposta della Conferenza episcopale".
Ha ricordato Ezio Mauro nel suo editoriale dell'altro giorno che molti anni fa, in analoghe circostanze, l'avvocato Agnelli di fronte alle pressioni di chi auspicava una sua "scesa in campo" nell'agone politico, commentò: "Ipotesi ad alto rischio. Se fallisce non resta che ricorrere a un generale o a un cardinale".
I nostri generali sono leali alla Repubblica; i cardinali sono extraterritoriali, la loro verità viene da un altrove. A quindici anni di distanza uno dall'altro, Agnelli e Altan hanno colto perfettamente la fragilità della democrazia italiana quando la politica si infiacchisce e la società ripiega sui suoi "spiriti animali".

* * *
Televisioni e giornali da qualche settimana sono pieni di dibattiti e inchieste sul costo della politica. Il libro dei bravissimi Stella e Rizzo ha dato la stura ad un Niagara di dati, testimonianze, invettive, denunce, che documentano sprechi, arricchimenti illeciti, ruberie, rendite di posizione, privilegi, tutti sulla pelle e con i soldi dei cittadini, vittime designate, agnelli sacrificali di tanto malaffare.
Tra i molti pezzi di bravura nel proporre e in un certo senso imporre questa agenda all'opinione pubblica si è distinto martedì scorso Enrico Mentana in due ore e mezzo di dibattito nella sua trasmissione "Matrix". Merita di essere segnalato perché il montaggio televisivo era di rara efficacia.
Partiva documentando che il costo complessivo dell'attività politica vera e propria - stipendi dei ministri, dei parlamentari, degli eletti nelle Regioni e negli enti locali, dei loro portaborse, del finanziamento dei partiti e dei giornali di partito - ammonta a 4 e più miliardi (la stessa cifra è stata ripresa da Montezemolo nella sua allocuzione all'assemblea della Confindustria).
Ma questo è solo l'inizio, l'antipasto, incalzava Mentana dal video di Canale 5. E via una serie serrata di quadri, brevi inchieste, tabelle sinottiche da lasciarti senza fiato, nelle quali si avvicendavano le cifre del debito pubblico, gli stipendi pagati ai dipendenti dello Stato e del parastato, il costo delle Ferrovie, il peso delle imposte e infine l'intero ammontare della spesa pubblica, cioè la metà di tutto il prodotto italiano, imputato in blocco al costo della politica. In studio due o tre personaggi con volti gravi e occhi spiritati annuivano e rilanciavano.
Quando ho spento il televisore (era quasi l'una dopo mezzanotte) ero francamente spaventato. A tal punto che lo stesso dibattito mi è ricomparso in sogno con le sembianze dell'incubo e la sensazione di essere fisicamente stritolato da una morsa che si stringeva su di me togliendomi l'aria e il respiro.
Enrico Mentana, quando ci si mette, è bravo, non c'è che dire.

* * *
Il 27 dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fondò il settimanale "L'Uomo qualunque", che ebbe come insegna un omino inerme schiacciato da un torchio. Il primo numero tirò 25 mila copie ma appena cinque mesi dopo, nel maggio del '45, era già arrivato a 850 mila.
Lo scopo del settimanale era di dar voce all'uomo della strada contro i partiti di qualunque colore, contro lo Stato, contro il centralismo, ovviamente contro il comunismo e contro "gli antifascisti di professione".
Il 21 giugno di quello stesso anno nasce il governo presieduto da Ferruccio Parri che per Giannini diventò il bersaglio numero uno. Lo scontro aumentò il successo del settimanale. Sotto la spinta d'un vento così favorevole Giannini fondò il partito dell'Uomo qualunque; si aprirono sedi in tutta Italia, il giornale superò il milione di copie, fu tenuto a Roma il congresso di fondazione.
Il programma approvato all'unanimità "concepisce lo Stato come semplice ente amministrativo e non politico. Lo Stato deve essere presente il meno possibile nella società. L'economia deve essere lasciata totalmente ai privati in un sistema totalmente liberista". I punti cardine del partito enumerati nel programma erano: Lotta al comunismo. Lotta al capitalismo della grande industria. Propugnazione del liberismo economico individuale. Limitazione del prelievo fiscale. Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del Paese.
Il 2 giugno del '46 "L'Uomo qualunque" si presentò alle elezioni per l'Assemblea Costituente, ottenendo 1.211.956 voti, pari al 5,3 per cento, diventando il quinto partito italiano dopo la Dc, i socialisti, il Pci e l'Unione Democratica Nazionale di Croce, Orlando, Nitti. Ebbe 30 deputati. Nel '47, quando De Gasperi ruppe con le sinistre, l'Uomo qualunque appoggiò il governo centrista, ma questo fu l'inizio della sua fine. I qualunquisti finirono per confluire nel Partito monarchico e nel neonato Movimento sociale.
Fino al 1947 il giornale e il partito ricevettero sostegno finanziario dalle associazioni agrarie meridionali e dalla Confindustria.

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Qualunquismo, antipolitica, populismo, demagogia: sono quattro parole che configurano modalità ed esprimono modi di sentire abbastanza simili, pur non essendo termini sinonimi. Nella vita pubblica italiana queste modalità e questi sentimenti rappresentano una costante da molti anni, dalla fondazione dello Stato unitario ma anche prima, soprattutto nelle province del Mezzogiorno.
Una costante, ma per fortuna non una dominante se non a tratti e per brevi periodi. Per diventare dominante ci vogliono condizioni che esaltino quella costante e la propaghino nella psicologia di massa.
Una condizione è la debolezza dell'autorità politica. Un'altra è la debolezza delle organizzazioni dei lavoratori. Un'altra ancora è l'assenza d'una borghesia forte e responsabile. E il proliferare delle corporazioni e dei sindacati corporativi. L'ultima condizione infine è la presenza di demagoghi e populisti capaci di cavalcare il qualunquismo e trasformarlo in una forza d'urto che pervada le istituzioni e le offra al potere dei demagoghi di turno.

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Ho letto con molta attenzione l'omelia, o se volete la "lectio magistralis" di Luca Cordero di Montezemolo e ne ho sottolineato i passi salienti, i punti di consenso e quelli - dal mio punto di vista - di dissenso. Poiché molti amici e lettori mi hanno chiesto di esprimere un'opinione in proposito, dirò che i punti di consenso sono nettamente superiori a quelli di dissenso, sicché - sia pure con alcune note a margine - potrei concludere con un'approvazione finale.
Le note a margine riguardano: 1. Il mancato riconoscimento del risanamento finanziario come premessa indispensabile della ripresa economica. 2. Il merito della ripresa attribuito soltanto agli imprenditori e al mercato. 3. Il silenzio sulle responsabilità di molti imprenditori in operazioni truffaldine che hanno pesantemente colpito il risparmio e la fiducia. 4. Le leggi e le politiche dissennate del quinquennio berlusconiano, per terminare con una legge elettorale votata da tutto il centrodestra a cominciare dall'Udc di Casini, che ha reso ingovernabile il Parlamento e il Paese.
Non sono note a margine trascurabili, ma le tralascio: sono state già segnalate e approfondite nei giorni scorsi, sicché le do per note, lo stesso Montezemolo del resto mi pare che le abbia riconosciute come valide e ne abbia fatto ammenda.
Confermo che, nonostante tali rilievi, la "lectio" confindustriale mi pare meritevole di consenso. Però...

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Il punto in questione riguarda la nascita d'una nuova borghesia. Montezemolo ha più volte insistito su questo aspetto e c'è ritornato nelle dichiarazioni del giorno dopo: è nata una nuova borghesia che sta facendo la sua parte. Lavora come e più di tutti. Effettua investimenti. Innova i prodotti e i processi di produzione. Accorcia lo svantaggio competitivo. Ha ridato slancio alle esportazioni.
In forza di questi meriti la nuova borghesia chiede, anzi pretende: meno tasse sulle imprese, piena mobilità del lavoro, ammortizzatori sociali adeguati, liberalizzazioni in tutti i settori, riforma delle pensioni in armonia con gli andamenti demografici, riconoscimento del merito in tutti i settori e a tutti i livelli.
La nuova borghesia ha già fatto ciò che il Paese si attendeva e continuerà a farlo, ma non può esser lasciata sola. Il governo finora è stato inadeguato e indeciso. Partiti e Parlamento altrettanto o peggio. Opposizione forse pure. Si mettano dunque al passo.
Gran parte di queste richieste sono condivisibili, anzi sacrosante. Per quanto ci riguarda le sosteniamo da mesi, anzi da anni. Ma l'osservazione che qui solleviamo riguarda la nuova borghesia, innovatrice, liberista e liberale, corretta con le regole del mercato. E dunque meritevole. Con quel che segue.
È già nata questa nuova borghesia, amico Montezemolo? E quando? Lei stesso fa datare il risveglio, la ripresa, l'innovazione a due-tre anni fa. Più o meno dall'inizio della sua presidenza in Confindustria. Prima di allora, è verissimo, l'innovazione era ridotta ai minimi termini, gli investimenti languivano, il Pil aveva addirittura cessato di crescere. Crescita zero.
Non voglio discutere le sue capacità salvifiche ma chiedo: in tre anni, in un paese dal quale la borghesia è scomparsa da almeno vent'anni, ce la troviamo rinata all'improvviso come Minerva che uscì armata di tutto punto dalla testa di Zeus? Non è credibile.
Le esportazioni sono aumentate. Verso quali aree del mondo e in quali settori della produzione? Lei lo sa benissimo. Perché non lo ha detto?
Gli investimenti. Quelli privati la soddisfano perché sono aumentati di ben il 2,3 per cento. Ma più oltre lei lamenta che quelli pubblici sono aumentati "soltanto" del 4 per cento. Quattro non è forse il doppio di due?
C'è un punto della sua relazione in cui lei, giustamente, lamenta l'evasione fiscale enorme e il sommerso altrettanto enorme. Ha ragione. Ma chi evade? E chi si sommerge? Che mestieri fanno i sommersi e gli evasori? Fanno molti e vari mestieri, ma concederà che quelli che pagano con il sostituto d'imposta evadono infinitamente meno di tutti gli altri. Ne dobbiamo dedurre che gli evasori sono tutti e soltanto i liberi professionisti?
Lei non ha parlato delle violazioni delle regole di mercato. Uno dei suoi vicepresidenti seduto accanto a lei ne rappresenta un luminoso modello: quello di aver controllato fino a ieri la più grande società per azioni italiana rischiando in proprio l'1 per cento del capitale. Sono questi i meriti da imitare e riconoscere?

* * *
Gentile presidente di Confindustria, di Fiat, di Ferrari e di parecchie altre iniziative certamente meritevoli, noi abbiamo la sensazione che la nuova borghesia non sia ancora nata e - purtroppo - sia ancora sulle ginocchia di Giove. Lei fa benissimo ad auspicarla. Fa benissimo a dedicare i tre quarti del suo discorso ad una politica insufficiente e indecisa. Fa benissimo a parlare più da cittadino che da capo della sua associazione. Ci ruba un po' il mestiere, ma ben venga.
Per fortuna per farci conoscere qualche cosa di più approfondito sui problemi dell'industria italiana c'è stato, dopo il suo, l'intervento del ministro Bersani. Se la platea dell'Auditorium fosse stata popolata dalla nuova borghesia, Bersani avrebbe avuto applausi appena appena inferiori a quelli avuti da lei. Non la pensa anche lei così? Non l'ha un po' colpita constatare che l'ovazione più lunga al suo discorso è venuta quando lei ha scandito che gli industriali non pagheranno un solo euro di più di tasse? Dichiarazione ineccepibile. Da sottoscrivere. L'aveva già detto Mario Monti. Non parliamo di Giavazzi. Vedrà che il 31 maggio lo ripeterà Draghi e sarà più d'una triade, sarà un quadrumvirato. Ci vogliamo aggiungere anche Pezzotta e i cardinali?
Per finanziare tutte le richieste che vengono i soldi ci sono: basta cancellare il debito con un colpo di bacchetta, abolire la spesa pubblica seguendo le indicazioni di Matrix, e oplà, non è poi così difficile. I soldi si trovano sempre. Basta decidere da quali tasche prenderli.
Lei mi risponderà: dal sommerso e dall'evasione. Perfetto, è il programma del governo Prodi. Visco ci sta provando e qualche risultato è già arrivato. Forse è per questo che stanno facendo il tiro a bersaglio su di lui.
Le do una cifra, amico Montezemolo: la vecchia borghesia - la sola che l'Italia abbia avuto in 150 anni di storia unitaria, la cosiddetta destra storica - pagò attraverso l'imposta fondiaria il 52 per cento di tutte le entrate tributarie dello Stato nel periodo in cui governò, tra il 1861 e il 1876. Il 52 per cento. Era una borghesia composta interamente da proprietari fondiari.
Le entrate extra tributarie vennero dalla vendita dei beni ecclesiastici, avocati allo Stato e venduti da Marco Minghetti.
Purtroppo tarderà a nascere, se nasce, una borghesia di quel conio, che nazionalizzò le ferrovie e le assicurazioni sulla vita.

Repubblica (27 maggio 2007)
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IL DISCREDITO DELLA POLITICA 
di ANGELO PANEBIANCO

Ciò che più impressiona delle reazioni negative di tanti uomini politici alla spietata e documentata analisi-denuncia del presidente di Confindustria è che nessuno, dico nessuno, di quei critici è stato capace di contestare nel merito anche una singola virgola di quanto Montezemolo ha sostenuto. Nessuno, fra i professionisti della politica, è in grado di negare che la politica, e il sistema pubblico che da essa dipende, siano ormai un motore ingrippato, e la principale causa dei mali italiani.

In quella che alcuni chiamano «crisi della politica» va distinto l'aspetto congiunturale da quello strutturale. C'è una crisi specifica, contingente, legata alla natura della coalizione oggi al governo. Una parte della paralisi decisionale che ci attanaglia dipende dalla debolezza della maggioranza e, in particolare, dal suo vero fallimento: l'incapacità di «costituzionalizzare le estreme». Nessuna democrazia bipolare può funzionare se le estreme non vengono addomesticate e controllate, se hanno un ruolo rilevante nelle politiche di governo. È dalla nascita del governo Prodi che le estreme, non addomesticate, hanno quel ruolo. Con effetti devastanti per i consensi all'esecutivo. La mancata costituzionalizzazione delle estreme ha ricadute su tutti gli aspetti delle politiche pubbliche, si tratti del blocco di infrastrutture vitali, di tasse e spesa pubblica, della sicurezza, o della politica internazionale del Paese. Si pensi a ciò che accadrà fra pochi giorni: l'estrema sinistra riceverà, come componente del governo, il presidente degli Stati Uniti, partecipando contemporaneamente a una manifestazione contro di lui.

L'aspetto congiunturale della crisi si incontra con l'aspetto strutturale, perché una politica paralizzata dalla mancata costituzionalizzazione delle estreme infligge un colpo mortale alla democrazia bipolare, porta acqua alle tesi di coloro che (a loro volta sbagliando, a causa di una memoria troppo corta) pensano che un sistema «bloccato al centro», un sistema con un nuovo centro eternamente governante sia la soluzione per i mali italiani.

Aspetti congiunturali a parte, c'è dunque una crisi di sistema: dipende dal fatto che la Seconda Repubblica non è mai nata, è stata solo una promessa o un miraggio che ci ha accompagnato dai primi anni Novanta, e adesso che la promessa è svanita ci ritroviamo ancora a vagare fra le macerie della Prima Repubblica, senza che siano in vista soluzioni. Gran parte dei mali attuali della politica sono segni di una crisi di sistema a cui nemmeno un nuovo ricambio di governo, checché ne dicano le opposizioni, potrà porre veri rimedi.

Sappiamo qualcosa su come e quando cambiano le democrazie. Sappiamo che esse non cambiano solo perché sono in crisi: possono restare in quella condizione per decenni, immobili, mentre trascinano lentamente alla rovina il Paese. Le democrazie cambiano solo quando (di solito, a seguito di una crisi repentina e drammatica) si apre, per un breve momento, una «finestra di opportunità», e appaiono leader capaci di imporre una radicale ristrutturazione delle regole del gioco. La fine del «primo sistema politico» della Repubblica avvenne per il combinato disposto di un mutamento geo-politico (la fine della guerra fredda), una crisi finanziaria, e l'intervento della magistratura. Avemmo una mezza Algeria ma senza un de Gaulle, senza incontrare un leader davvero all'altezza della situazione.
Si aprì comunque una finestra di opportunità che consentì alcune limitate innovazioni, come la legge maggioritaria del 1993, le leggi sull'elezione diretta di sindaci e presidenti regionali e l'alternanza al governo. Quella finestra di opportunità si è chiusa da un pezzo. Non ne sortì quella riforma complessiva delle istituzioni che avrebbe dovuto fare dell'Italia un'efficiente democrazia bipolare. E quando i partiti ebbero modo di riorganizzarsi tornammo addirittura indietro (con la riforma elettorale voluta dal governo Berlusconi).

Berlusconi, appunto. Di lui si deve parlare, essendo stato il vero dominus, nel bene e nel male, della politica italiana dal '94 ad oggi e, ci dicono i sondaggi, lo sarà ancora a lungo.

Berlusconi non è l'uomo nero che molti si ostinano a dipingere e ha fatto, insieme a cose sbagliate, e anche sbagliatissime, anche diverse cose buone. Il suo vero grande limite è che fece al Paese la promessa di una rivoluzione liberale e non l'ha mantenuta. Credo che stia proprio in quel fallimento la causa della crisi di sistema. Berlusconi ha avuto, per un momento, l'occasione di dare uno sbocco positivo alla crisi della Prima Repubblica ma l'ha in grande misura sprecata. Non è stato né de Gaulle (il costruttore di nuove istituzioni) né Thatcher (l'artefice di una rivoluzione neo-liberale). Per questo ora ci ritroviamo, dopo un lungo giro, di nuovo al punto di partenza, alla crisi di sistema così come l'abbiamo conosciuta alla fine degli anni Ottanta. Né sembra che Berlusconi ne abbia tratto insegnamento. È vero che è il «popolo», e non la Confindustria o i tecnici, che deve scegliere i governi, ma sono le élite che devono trovare le soluzioni politiche tecnicamente valide per dare soddisfazione alle aspirazioni del popolo. Uno dei problemi del governo Berlusconi fu che mancarono soluzioni tecnicamente adeguate per realizzare, su diversi fronti, la promessa rivoluzione liberale.

Non ci sono buone notizie in vista (a parte il referendum, ma non basta). Non si vedono all'orizzonte nuove «finestre di opportunità». Anche per questo il tanto parlare che ancora si fa di riforme costituzionali sa di imbroglio. Un Paese che discute da più di vent'anni di tali riforme e non le fa è un Paese malato. E la sua è una malattia morale.
Nella classe politica, a sinistra e a destra, ci sono diverse personalità di prim'ordine. Esse ingiustamente patiscono del discredito in cui è caduta la politica. Nessuna di loro, singolarmente, può fare nulla per risolvere la crisi. Ma è forse tempo che i migliori delle due parti si siedano intorno a un tavolo per tentare di capire che cosa è umanamente possibile fare al fine di bloccare il degrado della democrazia italiana.

Corriere della sera 27 maggio 2007



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LO STRAPPO DI GIAMPAOLO PANSA :"NON SONO PIU' DI SINISTRA". 
di Aldo Cazzullo

ROMA — Sinistra, addio. «In Italia la sinistra non c'è più. È finita. Non lo dico io, lo dicono loro. Ci sono dieci sinistre, come riconosce lo stesso Fassino. Sta franando il Palazzo: viene giù tutto quanto, e li seppellirà. La Seconda Repubblica è morta. Comincia la Terza». Giampaolo Pansa non ha mai risparmiato critiche a quella che considerava la sua metà del campo. Ma lo faceva, appunto, da uomo di sinistra. «Ora non ci credo più. Non parlo più di sinistra e di destra perché sono categorie superate. Capisco i giovani, che non si riconoscono in un linguaggio antico. Se dovessi misurarli con le vecchie regole, allora direi che è di sinistra Montezemolo ed è di destra Bertinotti. Destra estrema, destra conservatrice». «In passato ho creduto in Prodi. Ora ho perso anche l'ultima illusione, e non per colpa sua. Prodi guida una coalizione spappolata. La sua presunta alleanza è un baraccone. Conosco le fatiche del Professore per arrivare in fondo a ogni giornata fatta di liti, ribellioni, piccoli ricatti: una lotta che piegherebbe dieci Maciste. Prodi oggi è prigioniero di una banda di folli. Un Gulliver legato da migliaia di lillipuziani. Non scommetterei uno stipendio sul fatto che arrivi al 2011».
IL CUOCO E IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA - Non è delle vicende personali che parla Pansa, gli attacchi e le solidarietà negate dopo essere stato costretto a interrompere le presentazioni dell'ultimo libro, La grande bugia. Di questo scriverà nel prossimo saggio, atteso per l'autunno. È l'attualità politica a indurre Pansa a questo passo. «Ho molta stima del direttore di Repubblica, ma non sono d'accordo con il suo ultimo editoriale. Ezio Mauro pensa che la politica e la sinistra possano ancora autoriformarsi. Io no. Né mi pare che il Partito democratico potrà indurmi a cambiare idea. Vedo che il mio Piemonte, la patria della sinistra italiana, la terra dove sono nati o si sono formati Gobetti, Gramsci, Togliatti, Terracini, Bobbio, è ora rappresentato da Carlin Petrini. Non da Chiamparino, uno dei rari politici seri, forse l'unico che possa presentarsi ai cancelli di Mirafiori senza essere subissato di fischi. Al suo posto ecco Carlin, che già il cuoco rivale Vissani indica come ministro dell'Agricoltura. Mi diranno che sono qualunquista. Mi viene da rispondere: evviva il qualunquismo. Evviva l'antipolitica. La politica italiana si è coperta di discredito con le sue stesse mani. Ha fabbricato la propria rovina».
ENTRAMBI I BLOCCHI SONO ALLO SFACELO - Pansa non crede che la via d'uscita possa essere il ritorno di Berlusconi. «Entrambi i blocchi sono in sfacelo. Il centrodestra non è messo meglio, e i risultati delle amministrative di oggi non cambieranno nulla. Quando sento Berlusconi indicare come capo del centrodestra italiano una ragazza come la Brambilla, l'istinto è di chiamare gli infermieri, che lo portino via. No, la destra no». Ad Antonello Piroso di La7 Pansa aveva detto di non voler più votare. «Ma mi riconoscerei in un governo di centro democratico — aggiunge ora —. Un sistema in cui, se suonano al campanello alle 4 di mattina, penso sia il lattaio molto in anticipo e non la polizia che mi viene a cercare». Allude a Visco? «Ma no. Non ho alcun timore: le tasse le pago tutte. Però ha ragione Cesare Salvi, quando dice al Corriere che il caso Visco è grave. O ha mentito il comandante della guardia di finanza, e allora dev'essere radiato dalle forze armate; o ha mentito Visco. E allora deve dimettersi»

MI ISCRIVEREI AL PARTITO DI MONTEZEMOLO - Sul Bestiario, uscito venerdì scorso sull'Espresso, Pansa ha avuto parole di speranza su Luca di Montezemolo. «Non sono tipo da folgorazioni. Ogni volta che lo vedo mi viene in mente la vecchia battuta di Fortebraccio: "Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore". Però il suo discorso all'assemblea di Confindustria l'ho seguito per intero e mi è piaciuto. Il Bestiario l'avevo scritto prima; sono stato contento di aver trovato conferme. La crisi del sistema, il costo impazzito della politica, i mille impedimenti burocratici che avviluppano la vita dei cittadini: condivido. E non mi è dispiaciuto neppure il titolo che Sansonetti ha fatto su Liberazione: "Montez", come un conquistador. Magari! Se Montezemolo fondasse un suo partito, mi iscriverei subito. Sarebbe la prima tessera che prendo in vita mia. E penso proprio che "Montez" voglia scendere in politica, anche lui giura il contrario. Ma i vecchi partiti lo ammazzeranno. Tireranno fuori di tutto per usarlo contro di lui. Gli metteranno non i bastoni, ma le spade tra le ruote. Non lo lasceranno campare, né a destra né a sinistra». «Certo, l'ideale sarebbe che uno dei due blocchi, più facilmente il centrodestra, riconoscesse in Montezemolo il leader. E che Berlusconi si facesse da parte, o Prodi cercasse un'alleanza al centro. Ma le prime reazioni non lasciano presagire nulla di buono. Prodi ha commesso un errore clamoroso. Avrebbe dovuto fare propria la critica alla politica e ai suoi costi. Invece se n'è uscito con un sussiegoso "si commenta da solo". Ma come si fa! Da juventino, mi sono chiesto per tutta la stagione perché Deschamps non facesse giocare Bojinov, un fuoriclasse. Allo stesso modo mi chiedo: perché Mario Monti deve occuparsi solo dei convegni alla Bocconi? Non sarebbe un ottimo ministro dell'Economia? E Mario Draghi, deve fare tutta la vita il governatore della Banca d'Italia, o non potrebbe spendersi come premier di un governo? Purtroppo la vecchia politica, e anche le tante vecchie sinistre, sono pronte a tutto, pur di difendere il proprio potere residuo. Per proteggere la loro stessa agonia».
UN ADDIO ALLA SINISTRA NON DOLOROSO - È un addio, quello di Pansa alla sinistra, che si immagina doloroso, sofferto. «Invece sono tranquillissimo. Questi sono gli scabri pensieri di un signore che a ottobre compirà settantadue anni. Faccio il giornalista da quasi mezzo secolo, dall'età di ventun anni sono sempre andato a votare, e ho sempre votato o a sinistra o per il centrosinistra. A volte penso che sono troppo anziano e capita anche a me di cominciare ad avere idee che non condivido. Però, se devo fidarmi delle reazioni di cui mi accorgo quando dico le mie cosacce, siamo davvero in tanti, e anche molto più giovani di me, a pensarla nello stesso modo».


Corriere della sera
27 maggio 2007



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