TUTTO IL PESO SULLE SPALLE DI NOI MAMME 
di CATERINA SOFFICI

Ieri non sono andata a piazza San Giovanni, ma al mare. Con la mia famiglia e i miei figli. Ho seguito l’invito balneare fatto dalla signora Natalia Aspesi su Repubblica, ma non perché sia d’accordo con le sue obiezioni al Family day. Ho fatto le buche sulla spiaggia e mangiato il gelato invece di sventolare i palloncini, ma non sono un prodotto del disimpegno degli anni Ottanta, e neanche del qualunquismo e del riflusso di queste nuove generazioni individualiste ed edoniste, eccetera, eccetera...

Semplicemente credo sia inutile scendere in piazza una tantum per affermare un valore che invece necessita di difesa quotidiana. Come non credo che i Dico siano una minaccia, ma solo l’ultima frontiera di una battaglia persa da almeno trent’anni. E, se posso dirla francamente, mi dà abbastanza fastidio che adesso tutte le forze politiche, da destra e da sinistra, si mobilitino in difesa della famiglia, le stesse forze politiche che non hanno fatto assolutamente niente per difenderla finora.

Adesso tutti si sono accorti che un Paese senza famiglie è un Paese che rischia grosso. In termini etici e sociali. E si fanno grandi discorsi, volando molto alto, parlando di principi, di Valori Assoluti e di tante belle cose. Giustissimo, ma la famiglia è una cosa molto terrena e si difende sul terreno domestico. Adesso tutti piangono sul latte versato, ma troppi hanno dimenticato che per capire cosa è successo alla famiglia italiana bisogna fare un passo indietro fino agli Anni Settanta, quando una generazione di donne demonizzava la famiglia come istituzione, e viveva il matrimonio e i figli come il maggiore ostacolo alla propria emancipazione e libertà.

La famiglia non ha bisogno di difese di parte o di partito, ma di interventi a difesa delle donne, soprattutto quelle che lavorano. Perché, giratela come vi pare e non si arrabbino troppo gli uomini, da sempre, ma oggi più che mai, sono le donne a tenere insieme la famiglia italiana, che non sarà più sacra o patriarcale, che ha cambiato i suoi punti di riferimento, ma non ha cambiato il suo fulcro. Adesso tutti parlano di sgravi fiscali, di sostegno ai nuclei numerosi, di incentivi, di asili nido. Pochi però parlano di politiche a favore delle donne lavoratrici, di part-time, di flessibilità sul lavoro, di organizzazioni più umane, di maggiore tempo libero per chi si deve occupare dei bambini o degli anziani. La donna che procrea, quando lavora, lo fa a suo rischio e pericolo. Sa che dopo sarà tutto più complicato e che non potrà contare su nessuno. Che le famiglie di origine spesso vivono in altre città, che il marito non cambierà il suo stile di vita e i suoi orari, che sul lavoro sarà considerata un problema e non un’opportunità e che la famiglia sarà sempre e comunque sulle sue spalle. Nonostante questo le donne giovani, quelle qualunquiste post Anni Settanta, i figli sono tornate a farli. Ne fanno pochi e spesso male, rincorrendo l’orologio biologico con le provette e affidando poi la prole a tate superefficienti e superpagate perché è bello avere un figlio, ma un po’ meno non dormire di notte.


E qui veniamo all’altro aspetto della questione: le famiglie sono minacciate, prima che da tanti altri fattori esterni, da un modello di vita e di donna che non è più quello della «mamma». E senza la mamma, la famiglia non esiste. In televisione si vedono solo donne rifatte, madri dalla pancia piattissima. Le donne di successo hanno dovuto adeguarsi ai modelli maschili e hanno perso la propria identità. Le altre, senza accorgersene, hanno seguito la stessa strada. Nei sogni della donna emancipata c’è il personal trainer, il Suv, l’estetista e il vestito firmato, ma di fronte alla preparazione di un piatto di carbonara le sue certezze vacillano. Se manca la donna-mamma è inutile parlare di famiglia. Alcune se ne sono accorte, ma ancora troppo poche.

Per non parlare poi dei trentenni di oggi, bambocci irresponsabili, che rifuggono dalle responsabilità e svicolano di fronte all’idea di fare famiglie nascondendosi dietro parole come precarietà, instabilità, incertezza del futuro. Non c’è bisogno di scomodare studi sociologici o esperti, basta leggere la posta del cuore dei settimanali femminili per capire con che tipo di fidanzati le ragazze si devono confrontare. Se il futuro per i giovani non è più quello di una volta, la colpa è anche loro.

E chi pensa che un Dico o un gay siano la causa di questa débâcle, credo davvero che abbia sbagliato bersaglio.

Il Giornale 13 mag 2007
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IL FESTIVAL DEI CATTIVI MAESTRI 
di Maria Giovanna Maglie

Con lo stile casual-chic che gli è abituale, il sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha fatto sapere che i grandi nomi invitati al Festival della Filosofia, dei veri Maestri da mostrare e far ascoltare ai giovani, li hanno scelti i due organizzatori; poiché uno dei due si chiama Paolo Flores D’Arcais, non c’è da stupirsi che l’ospite d’onore di Confini, oggi all’Auditorium, sia l’intellettuale militante islamico più infido e ipocrita che l’Europa sia riuscita a far crescere come vipera nel proprio seno troppo accogliente, ovvero Tariq Ramadan. Il nipote di Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, il figlio di Said, che fondò negli anni Sessanta la cellula europea, è un professore molto alla moda tra i radical chic, si presenta o si prova a presentare come un moderato. Per credergli bisogna essere in malafede, oppure disperati, com’era Tony Blair all’indomani delle bombe a Londra. Infatti, Ramadan nel suo tronfio curriculum ricorda subito di essere stato consigliere del premier inglese, e questo fa il paio con la presenza di componenti dell’Ucoii, i referenti italiani dei Fratelli Musulmani, nella consulta del nostro ministro dell’Interno. Credono che mettersi in casa il pericolo serva a esorcizzarlo, ci faranno fare la fine dell’antica Troia.

Ramadan omette però di ricordare che da qualche anno non gli è concesso il visto di ingresso negli Stati Uniti, che solo un mese fa l’Università libera di Bruxelles lo ha definito persona non grata. In Francia, dove era amatissimo, gli ex amici della gauche non si fidano più di lui, una di loro, la giornalista Caroline Fourest, ha scritto un saggio, Frère Tariq, nel quale cataloga, descrive e comprova tutti gli imbrogli e le bugie del professore. Nella prima pagina del libro c’è scritto: «A tutti coloro che, come me, hanno un tempo sperato che Tariq Ramadan potesse essere uno degli ambasciatori della battaglia contro le discriminazioni, un alleato nella lotta contro la globalizzazione, che uccide la diversità ed è portatrice di dominazione, e che si sono accorti invece che militava soprattutto per porre questa rivolta al servizio di un Islam politico arrogante, dominante e manicheo».


Il professore, tanto atteso a Roma, è un maestro di dissimulazione, la taqiyya, che è fondamento del metodo dei Fratelli Musulmani. Non è necessario dire la verità agli infedeli, bisogna infinocchiarli. I Fratelli non sono come i seguaci del jihad, anzi ufficialmente litigano, ma è solo la scelta tattica di uno stile presentabile, il fine è lo stesso. Non imbroglia proprio tutti, qualche tempo fa andò a intervistare Ramadan una giornalista italiana, Silvia Grilli, e riuscì a cavargli queste due dichiarazioni, che il professore tentò poi inutilmente di smentire, erano state registrate. «Gli attentati suicidi in Israele sono in sé condannabili, cioè bisogna condannarli in sé. Ma quello che dico alla comunità internazionale è che sono contestualmente spiegabili e non giustificabili. Che cosa significa? Vuol dire che la comunità internazionale ha messo oggi i palestinesi in una tale situazione, dove li sta consegnando a una politica oppressiva, ciò che spiega, ma senza giustificare, che a un certo punto la gente dica: non abbiamo armi, non abbiamo niente e dunque non si può fare che questo. È contestualmente spiegabile, ma moralmente è condannabile». «È importante per il musulmano agire come un cittadino in modo da influenzare il proprio contesto sociale, anche se non deve a sua volta essere influenzato dall’ambiente». È musulmano in Europa come i Fratelli Musulmani sono stati sempre, spianando la strada al terrorismo in Egitto negli anni ’70, in Iran e Libano negli anni ’80, in Algeria e nei territori palestinesi negli anni ’90. La sezione palestinese è meglio nota come Hamas. I petroldollari sauditi gli hanno purtroppo aperto l’ingresso perfino negli Stati Uniti, dove sono rappresentati dal Council on American Islamic relations. Chiamano l’Europa «dar shaada», terra di missione. Yusuf al Qaradawi, predicatore della Tv Al Jazeera e guru della Fratellanza, dichiara: «L’Islam tornerà in Europa, la conquista non sarà con la spada, ma con il proselitismo». Ramadan non direbbe mai a una musulmana che deve portare il velo, ma che una buona musulmana è pudica, che Maometto, del quale è appassionato biografo, richiede «una femminilità non imprigionata nello specchio dello sguardo maschile o alienata in corrotti rapporti di potere e di seduzione».


I cervelli del sindaco Veltroni potrebbero obiettare che i musulmani devono pur essere ascoltati. Pronti: Mona Abousenna, Saad Eddine Ibrahim, Sayyid al-Qimni, Adel Guindy, Abdelnour Bidar, Elham Manea, Raja Benslama, Lafif Lakhdar, Shaker Al-Nabulsi, Irshad Manji, Monjiya Saouihi, Omran Salman, Mohamed Charfi, Abou Khawla, Mohammad Said Eshmawi, Iqbal al-Gharbi, Mona el Tahawy, Ayaan Hirsi Ali, Chahla Chafiq, Mehdi Mozaffari, Maryam Namazie, Taslima Nasreen, Ibn Warraq.

Sono intellettuali musulmani liberali e democratici, per questo anche perseguitati. Rispettano il diritto dell’Occidente e quello di Israele, condannano senza distinguo infami il terrorismo. Per il prossimo Festival, uno senza cattivi maestri.

Il Giornale 13 mag 2007
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LA RISPOSTA PIU' SEMPLICE 
di STEFANO ZECCHI

Forse è l’ultimo assalto di quella cultura della demonizzazione che la sinistra ha usato con pervicace godimento. In questo senso, non si sottovaluti l’aspetto - mi si consenta di dire - filosofico del Family day. Ma andiamo con ordine. In Francia è fallita l’operazione di demonizzazione di Sarkozy da parte delle sinistre, che con la loro propaganda hanno avuto la sfacciataggine di presentare il futuro presidente di Francia come un fascista reazionario. Operazione disastrosa che, oltre ad incassare una sonora sconfitta elettorale, ha mostrato la pochezza dei propri militanti, soltanto capaci di reagire all’insuccesso aggredendo le forze dell’ordine nelle loro incendiarie dimostrazioni di piazza.

In Italia, la demonizzazione della sinistra (che, tanto per ricordarcelo, si esprime con l’interdizione e la derisione di chi non si allinea alle sue posizioni) dà per fortuna segni di cedimento, si scolla, impazzisce come la maionese. Ne sono testimonianza le critiche farsesche in cui sta esercitandosi contro se stessa: Chiamparino e Veltroni sono accusati dal quotidiano di Rifondazione comunista di essere in sintonia con tendenze fasciste per le loro opinioni sulla droga e l’immigrazione; Repubblica, con durezza e senza mezzi termini, considera squadristi i giovani comunisti che sfasciano i banchetti e aggrediscono le persone che raccolgono le firme per il referendum sulla legge elettorale.

Mi risparmio di ricordare altri episodi, mentre è decisiva quest’ultima occasione di demonizzazione del Family day. La sinistra ha cercato in tutti i modi di attaccare il mondo cattolico e una buona parte non trascurabile di quello laico soltanto perché hanno inteso ragionare sull’idea di famiglia naturale.

Ieri, nel Family day, si è manifestato innanzitutto per un diritto che la sinistra al governo del Paese ha voluto prima negare, poi ridicolizzare, cioè quello di riflettere sul significato della famiglia, senza sfuggire al quesito posto dal Vaticano. Per un uomo di fede, come per un laico che cerca di non farsi imbrigliare in una ottusa visione laicista dell’esistenza, il problema rimane sempre quello di come vivere la relazione tra la morale naturale, che cresce e si sviluppa storicamente, e le istituzioni che non devono né chiudersi in un credo religioso, né astrarsi fantasiosamente dalla realtà che si è formata storicamente nel corso del tempo. Proprio per questo, la gente che manifesta oggi per il Family day si sente in diritto di porsi una semplice domanda: cos’è la famiglia? Semplice, perché la domanda è fondamentale; semplice perché la risposta si forma osservando ciò che sono il mondo e la vita naturale, e non elucubrando utopistiche ideologie su ciò che si vorrebbe fosse la famiglia e invece non è.


La sinistra nella sua miopia (oltre che arroganza) ha tentato di demonizzare quella domanda fondamentale, perché sapeva che la risposta è semplice, storicamente e naturalmente ineccepibile: la famiglia si costruisce per mettere al mondo dei figli, per educarli a crescere secondo i propri valori, per aiutarli ad inserirsi con libertà e senso critico nella società. Tutto il resto arriva dopo, è secondario, non è fondamentale.

Per negare questo, è stata tentata una demonizzazione miope (e arrogante): ma la sinistra ha finito per sbattere il muso contro la realtà (e contro migliaia e migliaia di persone) esattamente come poco tempo fa le era accaduto con il referendum sulla fecondazione artificiale. Si ricorderà qual era il quesito semplice e fondamentale? Dire se un embrione è vita o no. E la gente ha risposto in coro: sì, perché è sufficientemente accorta, perché vive nella realtà, perché non si è preoccupata di seguire le fantasie sull’embrione di qualche filosofo frustrato o di qualche editorialista che vorrebbe fare il filosofo.

La sinistra che demonizza il Family day va adesso incontro stupidamente a un’altra sconfitta, proprio perché ha paura delle domande semplici e fondamentali che stanno a cuore alla gente, perché teme di doversi confrontare con le risposte semplici e fondamentali che la gente sa darsi.

Il Giornale 13 mag 2007
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GLI IDEOLOGI E IL PAESE REALE 
di MICHELE BRAMBILLA

Lungi da noi il voler strumentalizzare una manifestazione che non voleva essere contro ma per qualcosa. Non vi è dubbio che chi è andato a Roma intendeva innanzitutto difendere la famiglia, attaccata non solo dalla politica, ma da tutto un clima culturale ben più vasto e ben più insidioso.

Tuttavia, sarebbe bizzarro negare che un milione di persone in piazza è anche un segnale forte e chiaro al governo. Sulle politiche per la famiglia il popolo di piazza San Giovanni ha sicuramente idee differenti da quelle della maggioranza che regge l’esecutivo. Sarebbe suicida, per Prodi e i suoi alleati, non tenerne conto. Tanto più che c’è un precedente molto vicino nel tempo: due anni fa, al referendum sulla procreazione assistita, gli italiani dimostrarono di pensarla ben diversamente da come la pensano i partiti di sinistra e la stragrande maggioranza dei cosiddetti opinion-maker che la fanno da padroni sui nostri media.

E poi. Per quanto ci si possa sforzare di non politicizzare la manifestazione di ieri, non vediamo come sarebbe possibile ignorare un altro - fortissimo - segnale politico: la crepa che si è aperta all’interno della stessa coalizione del centrosinistra. Anzi: all’interno della stessa sinistra.

La frattura, infatti, non è solo tra i cosiddetti teo-dem e la sinistra radicale; tra i ministri (come Mastella e Fioroni) che erano in piazza San Giovanni e quelli che, viceversa, erano in piazza Navona. La frattura è anche, ripetiamo, all’interno della stessa sinistra. Dalla manifestazione per il «coraggio laico», più che attacchi alla Chiesa, sono arrivati attacchi ai Ds, pilatescamente assenti a entrambe le manifestazioni. In effetti l’atteggiamento del partito di Fassino è curioso. In un giorno in cui in due piazze si manifestava su tematiche non proprio irrilevanti per la vita di tutti gli italiani, i Ds hanno scelto la diserzione. Né di qua, né di là. Evidentemente su questi temi non hanno nulla da dire.

È una scelta che ha ovviamente scontentato tutti. Ha scontentato la sinistra, che si interroga su come possano coesistere gli ex democristiani e gli ex comunisti nel futuro Partito democratico, che nasce già spaccato su questioni centrali. E naturalmente ha scontentato anche i cattolici, che in verità sull’appoggio dei Ds non si facevano alcuna illusione.

I cattolici, infatti, sanno bene che su certi temi sono più tutelati dal centrodestra. Ieri Berlusconi si è chiesto come possa, un cattolico praticante, votare per la sinistra. Come da copione, è stato subissato di critiche quando non di insulti. Ma quel che ha detto è di una verità tanto evidente da risultare perfino banale: è fuori discussione che su famiglia, aborto, fecondazione assistita, eutanasia, scuola privata e un’infinità di altre questioni i cattolici siano più in sintonia con i governi di centrodestra. Ironizzare - come fanno da sinistra - sulle situazioni personali di molti esponenti del centrodestra può essere efficace da un punto di vista propagandistico, ma non cambia la realtà delle cose. E la realtà è che la stragrande maggioranza dei cattolici preferisce votare per il centrodestra perché quando si entra in un’urna elettorale non si valuta la santità personale dei candidati, ma ciò che questi candidati, a livello legislativo, faranno. Senza contare che chi contesta ai leader del centrodestra un’incoerenza tra i valori dichiarati e (ad esempio) la propria situazione matrimoniale, dimostra di non conoscere un principio elementare della dottrina cattolica. Secondo la quale il «peccato imperdonabile» (parole di Gesù nel Vangelo) non è sbagliare, ma sostenere che l’errore è verità, e che la verità è l’errore. Ma qui ci fermiamo perché sarebbe un discorso troppo lungo. Basti, a riprova di che cosa pensi veramente l’elettorato cattolico, un fatto oggettivo: con la Cdl al governo una simile manifestazione di cattolici non la si era mai vista.

Ieri Prodi - un altro che in un giorno del genere ha pensato bene di fuggire, trovandosi un fondamentale impegno a Stoccarda - ha cercato di dare a Berlusconi una lezione su che cosa significhi esattamente «essere cattolici». Ma cosa intenda lui per essere al contempo un cattolico e un politico, lo ha ben chiarito quando ha detto di vivere la propria fede «in modo strettamente riservato». Prodi può dire ciò che vuole, può anche andare a chiedere - come ha fatto - i voti ai parroci prima delle elezioni. Ma il cattolico crede che la fede non sia affatto una questione «riservata», ma qualcosa che va «gridata dai tetti».

Prodi sarà senz’altro, nella vita privata, un buon cattolico. Come lui, tanti altri che stanno nella sua maggioranza. Ma agli elettori della vita privata interessa fino a un certo punto. Interessa invece sapere quanto e cosa un politico cattolico riesca a ottenere, stando in un governo con la sinistra, su questioni che il Papa ha definito «non negoziabili». La risposta è scontata: niente.

Il Giornale 13 mag 2007
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Le due Rome, la famiglia e gli interrogativi per la politica  
di Stefano Folli

Solo stasera potremo trarre un bilancio di questo 12 maggio diviso tra la piazza cattolica e la piazza laica. Stasera capiremo se è stato compiuto un passo avanti o un passo indietro sulla via del dialogo e della tolleranza reciproca. Certo, bisogna convenire con Giuliano Amato: non sentiamo il bisogno di dividerci in Guelfi e Ghibellini. Ma tant'è.Scrive Claudia Mancina sul«Riformista »: «Simbolicamente sembra quasi che si separino due mondi: da una parte la famiglia, dall'altra i diritti delle persone. Da una parte la libertà della Chiesa di sostenere la sua visione etica, dall'altra la laicità.Ma questi due mondi possono davvero separarsi?». Qui è la domanda chiave. Può separarsi il mondo che difende la famiglia dalla società che difende i diritti di tutti? La laicità, ovvero l'autonomia della politica, è la garanzia che i due livelli non si separino, fusi entrambi in una cornice di garanzie generali. Dovrebbe essere sempre così, eppure il rischio di una frattura fra laici e cattolici esiste. Per evitarlo occorre molto buon senso. Gli organizzatori di Piazza San Giovanni parlano di un «clima gioioso». Di una «festa » di popolo.
Hanno ragione:è l'unico modo per dare alla giornata della famiglia il suo significato più naturale e meno politicamente scabroso. Non un raduno contro gli omosessuali e i loro diritti e in un certo senso nemmeno contro il governo Prodi. Non una rivincita della Chiesa contro la società secolarizzata. Certo, come ha detto il portavoce Pezzotta, la manifestazione è contro i cosiddetti Dico, contro gli pseudomatrimoni. E questo è il punto politico che apre un conflitto insanabile nel centrosinistra e in particolare in quello che sarà il Partito Democratico.
Allo stesso modo, Piazza Navona deve essere soprattutto un modo per ricordare il 12 maggio del '74, la grande vittoria nel referendum sul divorzio.Marco Pannella protagonista allora e oggi ancora sul palco. I valori dell'«orgoglio laico». Ma senza dubbio non può essere,e non sarà,un tentativo di chiudere la bocca alla Chiesa, di impedirle di esercitare i suoi diritti.
Si diceva dei nodi politici. Essi investono la natura del Partito Democratico. Dove è evidente che non esiste ancora una sintesi fra le posizioni laiche e quelle cattoliche. E se questa condizione si può accettare all'interno della coalizione (ad esempio la Bonino a Piazza Navona e Mastella a Piazza San Giovanni), essa diventa parecchio singolare quando si manifesta nello stesso partito (vedi la polemica fra Rutelli e D'Alema). Prova ne sia che per tamponare i danni i Ds hanno scelto il basso profilo e di fatto il silenzio. Il che può essere una scelta obbligata, ma non è mai una scelta felice.
In ogni caso, è possibile che stasera il bilancio sia positivo. Che abbia prevalso il carattere festoso delle due manifestazioni. Che i politici abbiano rinunciato a strumentalizzare Piazza San Giovanni (e questo è più difficile). Che l'Italia non si sia divisa in Guelfi e Ghibellini.
Comunque vada il governo avrà il dovere di ascoltare la voce della gente in piazza; anzi, nelle due piazze. Per un paio di buone ragioni. La prima è, appunto, che il mondo della famiglia non può separarsi dal mondo dei diritti:e spetta allapolitica evitarlo.La seconda è che le famiglie hanno bisogno di sostegno e di attenzione. Ma è una necessità che non nasce oggi. Sono anni che i governi, di qualsiasi colore, sono distratti al riguardo. Forse è giunto il momento di speculare meno e agire di più.

Il Sole 24 ore 12 mag 2007
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A TUTTE LE MAMME / UN MONDO DI AUGURI 


Oggi è la festa di tutte le mamme del mondo. Un ...mondo di auguri a chi sa dare ciò che noi padri non potremo mai dare: la vita.
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UN OTTO PER MILLE ALLE MADRI 
di ANTONIO SCURATI

Il deserto cresce attorno a noi. Non sono necessari dati statistici per certificarlo, lo si osserva a occhio nudo. Io mi guardo attorno e vedo che la maggior parte dei miei amici non ha figli, e non ne avrà.

Appartengo a una generazione drammaticamente infeconda. Forse la prima generazione nella storia umana per la quale la riproduzione è divenuta un’ipotesi incerta. Ieri centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in difesa della famiglia ma la loro rischia di essere una battaglia di retroguardia. L’autentica questione sociale del nostro tempo non è la crisi della famiglia ma la crisi della natalità. Questo è il tratto antropologico fondamentale che la nostra società rischia di cancellare: la natalità come specifica capacità dell’essere umano di portare nel mondo una novità radicale, oltre ogni dato naturale, di cui la facoltà di generare un individuo umano, sempre unico e irripetibile, è l’espressione somma. Una generazione di uomini e di donne che smetta di fare figli, negandosi alla natalità, smarrisce una caratteristica propria della natura umana prima che una particolare cultura storica. Da questo punto di vista, la famiglia è un fenomeno di superficie, storicamente mutevole, che cambia forma di epoca in epoca, il fatto fondamentale è la natalità.

Una «generazione precaria», senza tutele
La minaccia radicale che la nostra società porta alla natalità non discende dalla dissoluzione della famiglia tradizionale ma, al contrario, proprio dalle condizioni che ostacolano la generazione di figli al di fuori dei confini, oggi storicamente superati, della struttura famigliare tradizionale. Se oggi le mie amiche trentenni, pur desiderandolo, non hanno figli, è principalmente perché le condizioni lavorative della «generazione precaria» non lo consentono. È la progressiva scomparsa delle tutele legislative per le lavoratrici cosiddette «atipiche», non l’eclissi di un sentimento religioso del mondo o di supposti valori tradizionali, a scoraggiarci tutti, uomini e donne, rispetto al gesto sovrano della procreazione: le lavoratrici a termine, a progetto, in nero etc. sono sempre più spesso poste dinanzi alla drammatica scelta tra i figli o il lavoro, e questo accade proprio da quando sono venute meno da un lato le garanzie statali sui diritti dei lavoratori e dall’altro le reti di solidarietà sociale fornite un tempo dalla famiglia allargata.

Perché le donne siano libere di avere bambini
Ma, proprio per questo, una società laica e progressista che voglia tutelarsi propiziando la natalità, lo deve fare sostenendo la maternità attraverso politiche serie che ripristino o allarghino le garanzie, i diritti e i servizi per le donne lavoratrici con uno spettro di aiuti che va dalla reintegrazione certa nel posto di lavoro per le «atipiche», agli asili gratuiti, ai fasciatoi sui treni a lunga percorrenza. Questo non per lasciare le donne sole con i loro bambini ma per renderle nuovamente libere di averne. Se negli Anni Settanta una politica sociale progressista passava attraverso la battaglia affinché le donne fossero libere di interrompere la gravidanza, oggi passa attraverso una che consenta loro di proseguirla.

Tutto ciò ovviamente ha dei costi. L’unica domanda onesta è se siamo disposti a pagarli. Credo che, come me, ci sarebbero moltissime persone felici di tassarsi per finanziare politiche sociali di sostegno alla maternità delle lavoratrici non garantite. Perché, per esempio, non consentire ai contribuenti di poter destinare al sostegno della maternità il loro otto per mille (oltre che alle chiese di ogni religione e confessione)? Detto con il linguaggio della magnifica iconografia cristiana, ciò significherebbe rimettere al centro della società l’immagine della madonna con bambino, sostituendola a quella della sacra famiglia. Se poi, accanto a sé, quella donna vorrà San Giuseppe, il bue, l'asinello, oppure un presepe diverso, a lei deciderlo.


La Stampa 13 mag 2007
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È possibile un sistema economico che consideri la famiglia il suo motore propulsivo?  
di VINCENZO BASSI

Per affrontare un tema così importante occorre fare una premessa.
Secondo la cultura liberista, le merci (beni o servizi) sono al centro dell’interesse degli uomini e quindi le regole economiche non possono che essere regole relative alla produzione ed al consumo delle merci. Gli stessi liberisti ci hanno poi insegnato che queste regole sono immutabili ed indipendenti dalla persona umana (la c.d. teoria della mano invisibile).
Tuttavia proprio l’esperienza umanista italiana ci dimostra che un sistema economico è efficiente anche se è costruito attorno alla persona ed alla sua capacità relazionale.
A questo punto cosa si può fare?
Innanzitutto bisogna cominciare ponendo al centro delle politiche economiche e sociali la persona umana e quindi la famiglia come società naturalmente predisposta al sevizio della persona umana.
Ne consegue che la famiglia deve essere considerata un soggetto non solo sociale ma pure economico avendo caratteristiche simili a qualsiasi impresa (in particolare alle imprese civili, secondo l’accezione dei Professori Zamagni e Bruni). Ciò in quanto la famiglia non solo consuma ma soprattutto investe naturalmente in beni relazionali, ovvero in rapporti che abituano le persone ad entrare in contatto con altri, in un atteggiamento non di conflitto ma di servizio (fraterno). Tanto migliori (e più fraterni) sono i rapporti generati nella famiglia, quanto migliori sono gli effetti benefici sulla società civile. Infatti la buona riuscita degli investimenti familiari in termini di migliore educazione, istruzione, formazione, assistenza genera nei confronti dei soggetti direttamente beneficiari, ottimismo e fiducia che, a loro volta, liberano risorse positive a vantaggio di tutta la società civile. In altre parole, le relazioni che nascono nella famiglia, confluiscono nella società civile contribuendo alla sua crescita anche economica. Infatti se è vero che solo sostenendo le famiglie non si crea sviluppo economico, è anche vero che non vi può essere sviluppo economico senza assegnare alla famiglia un ruolo centrale.
È per questo che i prestiti alle famiglie non devono essere intesi come prestiti al consumo ma come microcredito concesso a favore delle imprese sociali o alle microimprese. Inoltre sarebbe opportuno strutturare il sistema economico secondo una logica di sussidiarietà, incrementando i servizi a supporto delle famiglie (p.es. , assistenza familiare a favore di malati, anziani e bambini etc)
Quale funzioni hanno la società civile e le Istituzioni in questo contesto?
La società civile deve svolgere una importante funzione di sostegno fraterno e di garanzia delle famiglie stesse in tutti quei momenti straordinari in cui la famiglia da sola non riesce a trovare le risorse per affrontare esigenze contingenti (si pensi p.es. alle associazioni familiari che prestano garanzie agli istituti di credito a favore delle famiglie, oppure organizzano borse di studio).
Le Istituzioni, dal canto loro, devono contribuire a creare questa nuova cultura della famiglia cominciando con attività legislative e amministrative che agevolino l’assunzione di responsabilità di tutti i soggetti della società civile comprese le famiglie. Occorre quindi attuare concretamente politiche a favore della sussidiarietà, abbandonando forme di assistenzialismo incapaci di guardare ai bisogni reali delle famiglie.
Tuttavia per partire con un programma che responsabilizza (economicamente e socialmente) le Istituzioni, la società civile e ciascuna singola famiglia (ivi inclusi i suoi membri), occorre prima di tutto precisare che la famiglia ha non solo il diritto ma anche il dovere di svolgere un ruolo sociale ed economico rilevante per il bene comune della società civile.
Per questo, e cioè perché accanto ai diritti vengano posti esplicitamente i doveri della famiglia, è necessario definire chiaramente la famiglia stessa, senza equivoci. In altre parole la famiglia non può essere tale solo perché si richiama a legami affettivi, ma perché i suoi componenti si prendono pubblicamente un impegno ufficiale nei confronti della società civile, un impegno da cui scaturiscono diritti e doveri.
Sulla base proprio di queste considerazioni, il legislatore deve limitarsi e far applicare la definizione oggettiva di famiglia fornita dalla costituzione che considera la famiglia solo quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna (società naturale). Tutto il resto (il riferimento è alle coppie di fatto) non è famiglia e quindi non può godere della stessa loro disciplina.

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NICOLANGELO COME CARONTE ? 
Abbiamo appreso questa mattina sui giornali, ma la notizia circolava da tempo, che Nicolangelo D'Adamo potrebbe essere il traghettatore dei Ds verso il Partito Democratico. Scriviamo "potrebbe" perchè non vorremmo che la notizia di questa mattina fosse stata confezionata ad hoc per bruciarlo.
La minoranza sinistrorsa è già in subbuglio, anche se la maggioranza, che si definisce riformista (di cosa?), ha già ingoiato molti rospi.
Lapenna gradirebbe Marisa Ulisse.
Togliere anche quest'ultima soddisfazione a Nicolangelo D'Adamo sarebbe davvero cinico. Ha l'età per non disturbare il manovratore e l'esperienza per il ruolo di Caronte. Del resto non fu proprio Lapenna, quando D'Adamo divenne fondatore di Polis, a dichiarare:"Non capisco che cosa possa dare Polis a Nicolangelo che non possa dargli io"?
Be', la risposta era ed è la seguente: la libertà! La libertà dal conosciuto, direbbe il saggio Krishnamurti, dal già noto, dal già visto.
Lui può dargli alcuni mesi per guidare un partito sciolto alla fusione fredda con la Margherita che già reclama, del nuovo (si fa per dire) soggetto politico, la presidenza vastese.
Auguri a tutti. A Nicolangelo più di tutti. Tifiamo comunque per lui, anche se lui non tifa più per noi.



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NIENTE ASSESSORATO ALLO SDI 


Ormai non si trova più un politico disposto a puntare dieci centesimi sull'assessorato allo Sdi. Ha suscitato molto scalpore, negli ambienti politici regionali, la notizia che Vasto, 38mila abitanti, possa ritrovarsi con nove assessori.
L'argomento è opinabile, ma nel momento in cui il feeling tra l'Amministrazione comunale e i cittadini vastesi è al minimo storico, complice anche una ritrovata vivacità di An (che ha raccolto tante firme contrarie all'operazione), pare che Lapenna abbia confidato ai collaboratori più stretti di aver rimesso la pratica nel cassetto.
Del resto, la visione di Del Turco è chiara: approderà, con tutti i suoi sodali, nel Partito Democratico. Se ad ottobre c'è il tanto sospirato parto, si chiedono in molti, che bisogno c'è di tenere ancora in considerazione lo Sdi?
Il povero Cerulli è ancora all'oscuro. Nell'ultimo anno gli sono state promesse tante cose a più riprese. Adesso i giochi sembrano fatti. Per gli altri...
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ERA STATA PRESENTATA LA SFIDUCIA A PEPPINO FORTE 
NOTA

Secondo indiscrezioni, la mozione di sfiducia nei confronti di Peppino Forte, presidente del consiglio comunale, era stata presentata dalla Margherita di Vasto nelle mani del Sindaco Luciano Lapenna, il quale ha prontamente minacciato il ritorno alle urne.
Ovviamente, una pistoletta scarica, ma sufficiente per far desistere la Margherita, almeno per il momento.
L'esponente vastese del partito guidato da Giuseppe D'Aurizio, a microfono spento (come diciamo in gergo), ci ha fatto capire che sono troppo importanti i legami di alcuni esponenti di rilievo con San Salvo. Legami che hanno sconsigliato di tirare troppo la corda.
Non c'è solo la politica, purtroppo.
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PIU' FAMIGLIA, CIOE' PIU' LIBERTA' 
di GIANTEO BORDERO

In famiglia si nasce, in famiglia si ritorna e si vive, in famiglia si genera. La famiglia è il luogo della memoria e delle radici, di una storia che ci ha preceduto e che ci raggiunge, storia di legami, di fatiche, di valori e tradizioni. La famiglia è il luogo della maturità post-adolescenza, lo spazio dell'essere uomini a tutto tondo, uomini che nel qui ed ora accettano la responsabilità a cui tutte le cose grandi, come il matrimonio, rimandano. La famiglia è il luogo della generazione, il tempo in cui l'amore fruttifica e si dilata nel volto del figlio. La famiglia è, dunque, il punto in cui s'incontrano passato, presente e futuro, in cui passato, presente e futuro si connettono l'uno agli altri. Un punto che ingrandisce e diventa cerchio, diventa trama di rapporti e di legami, diventa comunità, società, civiltà.

«Non è bene che l'uomo sia solo», afferma la Bibbia. E con questo è già detto tutto: il significato della famiglia e, per scendere alle cose d'attualità, del Family Day di piazza San Giovanni a Roma. «Non è bene che l'uomo sia solo»: la solitudine non costruisce nulla. Solo la relazione, solo l'apertura al «tu», solo l'amore genera, in tutti i sensi. «Non è bene che l'uomo sia solo», eppure tutto oggi porterebbe a dire che soli si è più liberi, che senza obblighi definitivi e cogenti si vive meglio, si è più se stessi. Invece è vero soltanto che soli si è più «autonomi». Perché la libertà autentica, nel paradosso della natura umana, sta un passo oltre: sta nell'accettare qualcosa di più grande di noi... E come diventa reale, tutto questo, quando si fa esperienza dell'amore, quando lo spazio dell'«io» misteriosamente si dilata e diventa accogliente, diviene casa e custodia di una cosa più grande. La famiglia è proprio questa casa dell'«io» e del «tu» che diventano, a un tempo, una cosa sola e qualcosa di più grande, perché, come diceva Chesterton, «uno più uno non fa due, ma duemila volte uno».

«Non ridicolizzate il matrimonio», ha detto ieri il Papa Benedetto XVI dal Brasile. Perché ridicolizzare il matrimonio e la famiglia è come ridicolizzare l'uomo, la grandezza per cui è fatto, il suo desiderio di pienezza, di bontà, di amore. Perché è nel matrimonio e nella famiglia che il singolo inizia, in qualche modo, ad andare oltre sé, a vincere, ricevendo qualcosa che viene prima di lui e generando qualcuno che è proiettato nel domani, quella sfida con il tempo che sembrerebbe invece condannarlo alla sconfitta. Così diviene vera l'affermazione per cui «l'amore vince il tempo», perché è proprio dal matrimonio e dalla famiglia che prende forma una società, una storia, una civiltà.

Ed arriviamo così a comprendere le ragioni del Family Day. Ragioni laiche in cui tutti possono riconoscersi, perché non si tratta in primo luogo di difendere assunti di fede, ma di rendere chiaro come, tolta la famiglia, svanisca ogni legame saldo e fondativo tra il singolo e il corpo sociale. E' la famiglia, infatti, il «corpo intermedio» per eccellenza, il ponte tra l'io e la società. Abbattuto questo ponte, l'«io» è lasciato a se stesso e la società si trasforma in una massa informe, senza volto e senza storia, senza passato e senza futuro. Solitudine e massificazione: cancellata o resa insignificante la famiglia, i due estremi si toccano. E la libertà (di educare, di costruire e di desiderare) diviene soltanto un flatus vocis, un'apparenza senza contenuto, un circolo vizioso in cui l'«io», lasciato a se stesso e massificato, è facile preda del pensiero dominante, di chi detiene il potere culturale, mediatico, politico. Per questo dire «più famiglia» significa dire «più persona», «più civiltà», «più libertà».

Ragionpolitica 12 mag 2007
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