DiCo : MONS. BETORI, SI TENTA DI SCARDINARE LA FAMIGLIA 


Il ddl sui Dico, le proposte per la legalizzazione dell'eutanasia e le aggressioni e minacce alla Chiesa sono i ''nuovi nemici'' che ''tentano di espugnare le nostre citta', di sovvertire il loro sereno ordinamento, di creare turbamento alla loro vita''. A denunciarlo e' il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, che ha tenuto l'omelia del pontificale celebrato questa mattina nella Cattedrale di Gubbio per la festa di Sant'Ubaldo, vescovo che ''fu premuroso di impedire la caduta del suo popolo e fortifico' la citta' contro un assedio''. ''Questi nuovi nemici - ha detto Betori - si chiamano il nichlismo e il realativismo, che in modo piu' o meno esplicuito nutrono le tendenze egemoni della nostra cultura: fanno dell'embrione, l'essere umano piu' indifeso, un materiale disponibile per le sperimentazioni mediche; danno copertura legale al crimine dell'aborto, e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralita' dell'inizio e della fine della vita umana''. E ancora: ''introducono il concetto apparentemente innocuo di qualita' della vita che innesca l'emarginazione e la condanna dei piu' deboli e svantaggiati, coltivano sentimenti di arroganza di violenza, che fomentano le guerre e il terrorismo, delimitano gli spazi del riconoscimento dell'altro chiudendo all'accoglienza di chi e' diverso per etnia, cultura e religione; negano la possibilita' di crescita per tutti mantenedo situazioni e strutture di ingiustizia sociale; oscurano la verita' della dualita' sessuale in nome di una improponibile liberta' di autodetrminazione di se'; scardinano la natura stessa della famiglia fondata su matrimonio di un uomo e di una donna''.


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LA LIBERTA' E' PIU' IMPORTANTE DELL'UGUAGLIANZA 
di KARL POPPER

Sono rimasto socialista ancora per molti anni, anche dopo il rifiuto del marxismo. Se la congiunzione del socialismo e della libertà individuale fosse realizzabile, io sarei socialista ancora oggi. Perché non c'è niente di meglio che vivere una vita modesta, semplice e libera in una società egualitaria. Mi occorse del tempo prima di rendermi conto che questo non era che un bel sogno: che la libertà è più importante dell'uguaglianza; che il tentativo di instaurare l'eguaglianza mette la libertà in pericolo; e che, sacrificando la libertà, non si riesce neppure a fare regnare l'eguaglianza tra coloro che sono stati asserviti.
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A ROMA 15 MILA PENSIONATI :" NON CE LA FACCIAMO PIU' " 


Il segretario generale della Uil, Luigi AngelettiSono oltre 15mila i pensionati di Cgil, Cisl e Uil che si sono raccolti a Roma per una manifestazione al Palalottomatica a sostegno di una politica economica orientata agli anziani. I pensionati - sottolineano Cgil, Cisl e Uil - chiedono in particolare il recupero del potere d'acquisto delle pensioni perso negli ultimi anni e meccanismi strutturali in grado di difendere il loro valore nel tempo. Ma non solo. I pensionati chiedono anche una legge sulla "non autosufficienza" e servizi e sostegni adeguati a favore delle persone che non sono autosufficienti e delle loro famiglie.
Il tutto dovrà partire - ovviamente - dalla rivalutazione delle pensioni minime, spiegano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti: «I redditi dei pensionati italiani sono diminuiti notevolmente negli ultimi anni - affermano - e il governo dovrebbe rispettare quanto promesso su questo fronte».

Ma non è ancora abbastanza. Come osserva Antonio Uda, segretario generale della FNP Cisl, «oggi è il giorno del dies irae: dietro le nostre facce di ex lavoratori e lavoratrici, ci sono 17 milioni di persone, ci sono 6 milioni di soci iscritti alle tre grandi confederazioni Cgil, Cisl e Uil: questa è una giornata di mobilitazione e di rabbia». Che ci sia voglia di piazza - e la tentazione di uno sciopero generale - lo spiega Luigi Angeletti (Uil): «La pazienza è finita, non ne possiamo più e se il governo non ci ascolta ci faremo ascoltare con uno sciopero generale». Ma non è tutto. Mentre il ministro Paolo Ferrero chiede che «il governo ascolti pensionati e anziani», il responsabile al Lavoro Cesare Damiano promette: «Le priorità del governo in tema di pensioni sono due, una di queste è la rivalutazione delle pensioni in essere, partendo da quelle più basse. Auspico che il confronto con i sindacati possa concludersi positivamente».

Unità 15 mag 2007
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IL DAY AFTER SICILIANO E' GIA' NAZIONALE 
di Claudia Passa

E adesso salvate il soldato Leoluca da se stesso. Qualcuno gli spieghi che non ha perso le elezioni per ventiquattromila voti su sessanta milioni di abitanti, ma ha caracollato sotto il peso di trentamila consensi di distacco in una città che di elettori ne conta meno di seicentomila. Qualche anima pia gli ricordi che il teorema del sospetto come anticamera della verità ha fatto una brutta fine, e che a furia di spargere veleni su presunti brogli e campagne intimidatorie in stile Spectre finirà soltanto col rendere ridicola e un po’ patetica una sconfitta netta e inequivocabile, ma che paragonata al 23% ottenuto cinque anni fa a Palermo dal candidato del centrosinistra gli avrebbe comunque assicurato l’onore delle armi.

Voleva attendere i risultati definitivi, Leoluca Orlando Cascio. Ma non ce l’ha fatta, e in pieno scrutinio ha convocato telecamere e taccuini per denunciare “fatti di enorme gravità”, con tanto di telefonata al ministro Amato e richiesta di annullamento del voto. Nella sua coalizione non ha trovato sponda, il centrodestra festante l’ha seppellito con una risata. Su tutti Gianfranco Miccichè: “Se Orlando vuole rivotare, rivotiamo. Ma la prossima volta che dice?”. Niente da fare. L’ex sindaco insiste, Massimo D’Alema lo gela sibilando: “Non so che fine faranno alcune sue osservazioni su come si sono svolte le elezioni…”. La questione appare definitivamente chiusa quando il Tg1, fedele interprete dell’ortodossia ulivista, nell’edizione di mezza sera, e nonostante l’annuncio del conduttore, in ben due servizi sulle amministrative siciliane non dedica neanche una parola all’accorata denuncia dell’ex condottiero della primavera di Palermo.

Il boccone per l’Unione è amaro: oltre otto punti di distacco a Palermo, più di quaranta a Trapani, una maggioranza schiacciante in provincia di Ragusa, un ballottaggio da super-favoriti anche ad Agrigento. Romano Prodi prova a liquidare la debacle come l’esito di un “test locale”, in linea con la strategia della sinistra che nelle scorse settimane, fiutando il pericolo, aveva provato a disinnescare la bomba svuotando di significati questa tornata amministrativa, di pari passo con la crescente politicizzazione che Silvio Berlusconi è andato imprimendo alla campagna elettorale. Una strategia vincente, che dopo le prime proiezioni ha consentito al leader di Forza Italia, cui il sindaco Diego Cammarata ha voluto dedicare la vittoria, di lanciare l’affondo leggendo il voto siciliano come “un messaggio di intimazione per la fine del governo Prodi”.

A gongolare, però, non è soltanto il centrodestra, che ora spera in un “contagio” nel resto d’Italia dove alle urne si andrà il 27 e il 28 maggio. Il capitombolo elettorale ha fornito ai partiti della sinistra radicale un assist nel duro braccio di ferro sulle pensioni. Ecco dunque che lungi dal ridimensionare la portata del voto, il capogruppo rifondatore a Montecitorio, Gennaro Migliore, ha puntato dritto al bersaglio: “E’ Padoa-Schioppa il problema, lui non rappresenta il governo quando dice certe cose. Le sue parole hanno pesato sulla sconfitta del centrosinistra”. Stessi toni da Manuela Palermi, presidente dei senatori Pdci: “Sono fuori dalla grazia di Dio le esternazioni di Padoa-Schioppa sulle pensioni a pochi giorni dal voto in Sicilia. Non le avrei condivise neanche dopo il voto, però…”.

Il day after del tornado siciliano si giocherà ora su due diversi tavoli. Uno esterno, come carta da spendere per il centrodestra nelle consultazioni che fra due settimane porteranno alle urne altri dieci milioni di elettori. E uno interno alle rispettive coalizioni. L’Unione dovrà fare i conti con le sue crescenti difficoltà, e con un’ala radicale che sembra avere tutta l’intenzione di sfruttare a suo favore la disfatta. La Cdl, invece, dovrà imparare la lezione di un territorio in cui la squadra è particolarmente unita, e prepararsi agli scatti d’orgoglio dell’Udc, che potrebbe cercare di leggere la sua affermazione in Sicilia come l’effetto della sua strategia (nazionale, non siciliana) di “differenziazione”, invece di interpretarla per quel che è: effetto Totò Cuffaro. Ma questa è un’altra storia.

L'occidentale 15 mag 2007
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ELEZIONI A CASALBORDINO / IL GRANDE CENTRO DI TRAVAGLINI RINUNCERA' ALLE INDENNITA' 
RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO COMUNICATO

Gentile elettrice, Gentile elettore


La frase con cui abbiamo voluto caratterizzare la nostra campagna elettorale è: Il Coraggio di Cambiare, un coraggio che noi tutti abbiamo certamente avuto nel proporci come liberi e semplici cittadini che senza avere appoggi politici si sono buttati in questo complicato mondo delle elezioni, e lo abbiamo fatto con le uniche armi che abbiamo a disposizione: passione, creatività, onestà, voglia di fare, ma soprattutto voglia di cambiare.

E’ lo stesso coraggio che chiediamo a voi: credere in questo nostro progetto per darci la possibilità di realizzare concretamente i nostri obiettivi, primo tra tutti quello di riportare Casalbordino ad essere un “Grande Paese”.

In quest’ottica, la scelta di rinunciare allo stipendio, da parte degli assessori, si inquadra come una coraggiosa assunzione di responsabilità nei confronti di un paese per troppo tempo sfruttato ed in cui la carica politica è stata considerata una sicura e comoda fonte di guadagno.

Sappiamo che qualcuno ha accettato di buon grado questo nostro pensiero, così come sappiamo che qualcun altro crede che sia più una trovata pubblicitaria che non una reale e seria proposta.

Per noi tutti, invece, vuol essere un segno concreto, una testimonianza del fatto che non abbiamo ridotto il nostro progetto ad una questione puramente economica, ma che ciò che ci interessa davvero è far uscire Casalbordino dall’ombra e riportarla a riconquistare il posto che merita nel comprensorio provinciale.

Da troppo tempo abbiamo dimenticato che le bellezze paesaggistiche e le risorse umane ed intellettuali di cui disponiamo sono veramente tante ed uniche da proporsi come base solida per costruire un futuro di sviluppo economico e sociale.


Cordiali Saluti
Lista Grande Centro
Emilio Travaglini candidato a sindaco di Casalbordino

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VANGELO E MERCATO 
di ANGELO TOSATO

Vangelo e mercato

Il tema della lezione è molto vasto: esso implica problemi la cui soluzione ha bisogno di analisi di natura filologica, letteraria e storica. Dovendo concentrare tutto in una sola lezione, mi limiterò a esporre quello che mi pare essenziale in tre punti: 1) il tema e la sua importanza; 2) come nasce il problema; 3) come si può risolvere il problema.

Il tema e la sua importanza

Cominciamo con il chiarire i termini. Parlo di “vangelo” e di “mercato” a modo di abbreviazione e di evocazione. Vangelo sta qui per sacre scritture dei cristiani, per insegnamento autentico, canonico, per i cristiani. Mercato sta qui per libero esercizio dell’attività economica.
Veniamo al tema. E’ questo: conoscere come il Vangelo si ponga nei confronti del mercato. Esistono nel Vangelo insegnamenti, e se sì quali, in rapporto al mercato? Ovviamente, non ci si chiede se il Vangelo contenga insegnamenti economici circa il mercato, ma se contenga insegnamenti etici, religiosi, circa il mercato. Ma ha una qualche importanza occuparci di questo tema ? Si potrebbe obiettare: ma un simile tema può avere rilevanza per i cristiani, e per i cristiani osservanti; non anche per gli altri. L’obiezione è giusta in astratto, non in concreto.
L’attività economica si esercita in una società, e questa società tende, sì, a essere il mondo intero, e un mondo secolarizzato (emancipato da ogni remora di tipo religioso o ideologico). Ma questa società resta ancora, qui da noi, ma anche nell’Europa di Maastrich, una società fortemente radicata in una cultura cristiana e in una cultura socialcomunista, tra loro affini in materia economica, tanto che le due vengono spesso confuse, identificate. (Si parla, non a torto, di cultura cattocomunista; ex presidenti delle ACLI trovano collocazione adeguata nel direttivo di formazioni partitiche di tradizione comunista; neo segretari del partito neocomunista si recano in devoto omaggio alla tomba di Dossetti). E l’egemonia culturale si concretizza in egemonia politica, e questa in dirigismo economico che tende a spegnere le libertà economiche.
Ora, in materia economica, la cultura socialcomunista è stata dai fatti pienamente screditata; si regge sul credito che le viene dal proporsi come portatrice della cultura cristiana, dall’ammantarsi di valori cristiani, evangelici (l’amore del prossimo; la scelta preferenziale per i poveri). E’ corretta questa appropriazione ? E’ vero che il buon cristiano, obbediente al Vangelo, è un socialista, è contro il libero mercato ? La questione non è una questione privata dei singoli cristiani, è una questione che coinvolge, piaccia o non piaccia, l’intera collettività.

Come nasce il problema

Il problema nasce dal fatto che, secondo l’opinione comune, il Vangelo è contro il mercato. Il socialismo, l’anti-liberalismo, dei cristiani è giusto e santo: scaturisce dal Vangelo, è un dovere per i buoni cristiani. E in effetti, la lettura ingenua dei testi evangelici porta le persone dall’animo candido a questi convincimenti.
Quali testi ? A prima superficiale vista, tutti: l’insieme dei quattro Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento. Fermiamoci su alcuni punti, che suppongo a tutti ben noti.

a) Il messaggio evangelico. La buona novella di Gesù, e poi della Chiesa, riguarda il Regno di Dio; che è il Regno dei Cieli, l’aldilà beato promesso a quanti seguono gli insegnamenti di Gesù. Non questo mondo, ma l’altro mondo è importante. Guadagnarsi il Paradiso. Questo il “tesoro”, questa la “perla di grande valore” (Matteo 13, 44. 45-46).

b) La fallacia dell’attaccamento ai beni terreni. I beni terreni non meritano di essere apprezzati e cercati. Sono caduchi: tignola e ruggine li consumano, ladri li sottraggono (Matteo 6,19-20). E’ da stolti accumularli (il ricco stolto: Luca 12, 16-21); rovinoso goderne (il ricco epulone: Luca: 16, 19-31; guai ai ricchi: Luca 6, 20; il cammello non passa attraverso la cruna di un ago: Matteo 19, 23-26).

c) Giova disfarsi dei propri beni terreni. I beni terreni servono per acquisire i beni celesti. Come? Vendendo e dando in elemosina (Luca 12,33). Così chiede Gesù al giovane ricco (Matteo 19, 21 “Va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”). Ma allora di che si vive ? Come si provvede a cibo e vestito ? Gesù risponde: non bisogna darsi pensiero di questo; di questo si preoccupano i pagani (Matteo 6,25-34).

d) La via da seguire. E’ quella di Gesù e della chiesa di Gerusalemme. Gesù si è fatto povero (Matteo 8,19-20: non ha dove posare il capo); dichiara beati i poveri (Luca 6,20; cf. Matteo 11, 4-6: il vangelo viene annunciato ai poveri). E nella chiesa di Gerusalemme si mette tutto in comune (Atti 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16), e in tal modo non ci sono più i bisognosi. Non soltanto si provvede ad assicurarsi il tesoro nei cieli, ma si provvede anche a risolvere il problema economico qui in terra.

Come si può risolvere il problema

Il problema dunque nasce e sussiste dal modo di intendere il Vangelo. Può essere risolto soltanto con lo studio del Vangelo; e mostrando, in base allo studio, che l’interpretazione comune è un’interpretazione sbagliata; mostrando che il Vangelo va inteso in modo diverso. Torniamo ai punti sopra.

a) Il messaggio evangelico. Il Vangelo riguarda, sì, il Regno di Dio (meglio: l’avvento imminente del Regno di Dio, Marco 1, 15); ma il Regno di Dio in terra (Matteo 11, 2-6; Luca 4, 16-21). Gesù si è proposto e viene riconosciuto dai suoi discepoli come il Messia promesso da Dio tramite i profeti e atteso da Israele; il suo Vangelo come il messaggio messianico. Il Regno “dei Cieli” non è il Regno “nei Cieli”, è solo un modo per dire Regno “di Dio”. Il “tesoro”, la “perla di grande valore” sono metafore che vanno riferite al regno messianico, che Gesù viene a portare e che inaugura con la sua stessa presenza. Ma se così, allora egli era colui che avrebbe instaurato il regno di Dio in terra, colui che avrebbe fatto trionfare giustizia e prosperità in terra. Ma allora perché chiede di farsi poveri, come al giovane ricco ?

b) La fallacia dell’attaccamento ai beni terreni. Ma perché allora scredita i beni terreni, sottolineando la loro caducità ? Non perché li disprezzi in sé, ma perché li considera alla luce degli sconvolgimenti imminenti, che accompagneranno la fase critica di transizione dell’assetto attuale del mondo (che è al momento regno di uomini sudditi di Satana) al nuovo assetto del mondo (che sarà appunto il regno di Dio e dei suoi fedeli), Luca 17, 26-30; 1 Cor 7, 29-32. Chi si attacca, nel momento presente, ai suoi beni (accumulati in un regime di iniquità, di sospetta provenienza), rischia di andare in rovina con essi (mammona iniquitatis, Matteo 6, 24).

c) Giova disfarsi dei propri beni terreni. Ma perché giungere a imporre di disfarsi interamente dei propri beni, come Gesù fa col giovane ricco ? E’ proprio sicuro che Gesù l’abbia imposto ? Non lo ha fatto con i suoi più stretti collaboratori, ai quali chiede solo di “seguirlo”, e per seguirlo costoro “lasciano” (non “vendono” ), Marco 1, 16-20. Neppure l’ha fatto col giovane ricco. Dal frammento di un Vangelo apocrifo 8il Vangelo dei Nazarei) veniamo a conoscenza delle circostanze, degli antefatti, del vero carattere di questo ricco. Si ritiene giusto, e nulla dà in elemosina dei suoi abbondantissimi beni. Gesù gli lancia, vanamente, una provocazione, tesa al suo ravvedimento in materia di amore del prossimo. Sono i ricchi simili a costui che vengono paragonati al cammello che pretende di passare per la cruna di un ago. E l’esortazione a non darsi pensiero di lavorare per cibo e vestito ? Essa valeva per i suoi pochi collaboratori nell’opera di evangelizzazione peregrinante, un’esigenza prevista provvisoria. Essi sederanno presto su dodici troni, a governare le dodici tribù di Israele nel nuovo regno (Matteo 19, 28).

d) La via da seguire. Gesù accetta per sé e per i suoi collaboratori la povertà, non perché consideri la povertà un bene, un ideale di vita, un fine, ma una necessità transitoria per svolgere il suo compito, che tende al superamento della povertà una volta instaurato il regno divino in terra. Egli dichiara beati i “poveri” (in realtà si tratta degli ‘anawim, gli “umili”: i fedeli, che pur di restare obbedienti alla legge di Dio, affrontano come conseguenza la povertà), ma non perché poveri, bensì perché goderanno presto della meritata ricchezza (Matteo 5,3; Luca 6,20). Quanto alla Chiesa di Gerusalemme, infine, Luca presenta un quadro ideologico (ricalcato sugli schemi ellenistici di società ideale), non storico. I dati smentiscono sia una generale messa in comune dei beni, sia l’assenza dei poveri (Atti 4, 36-37; 5, 1-11; 6,1). E a spegnere gli entusiasmi, generosi ma improvvidi, dei primi tempi, si verificò presto, proprio per la Chiesa di Gerusalemme, uno stato di indigenza, tale da rendere necessario il soccorso di altre Chiese (Galati 2,10; cf. Romani 15, 25-27; 1Corinzi 16, 1-4; 2 Corinzi 9), e un forte richiamo rivolto a tutti i cristiani: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”. (2Tessalonicesi 3, 10).

Lo studio delle fonti canoniche cristiane, dunque, manifesta l’infondatezza della interpretazione comune del Vangelo, quella che sta alla base del disprezzo per l’economia, e in specie per la libertà economica, per il mercato. E’ soltanto frutto di ignoranza, ed espressione di fondamentalismo, un fondamentalismo cristiano, rovinoso per l’umanità e controproducente per la Chiesa stessa.

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UN MOSTRO CHE NON MUORE 
di Giancarlo Loquenzi

Il sondaggio della Anti- Defamation League sulla percezione dei cittadini europei verso Israele rivela molti nuovi elementi di interesse di comparazione, ma al fondo ci dice una cosa che già sappiamo: l’antisemitismo è duro a morire. Il modo cambia a ritmi vertiginosi, nuovi attori si affacciano sulla scena internazionale, vecchie potenze decadono e altre si affermano, i mercati si sono aperti quasi ovunque e gigantesche transazioni viaggiano alla velocità della rete, ma quando si parla degli ebrei di Israele i tempi sembrano rimasti immobili.

Gli ebrei hanno troppo potere nell’economia e nei media, non sono leali ai paesi di cui sono cittadini, portano il peso del caos medio-orientale, hanno ucciso Gesù. Pregiudizio, superstizione, ignoranza e razzismo si uniscono come sempre in quella particolare miscela che chiamiamo antisemitismo.

E’ di solo quattro anni fa il sondaggio- scandalo promosso dall’Unione Europea in cui si scopriva che per la maggioranza dei cittadini del vecchio continente il maggior pericolo per la pace nel mondo proveniva da Israele. Il sondaggio venne rapidamente nascosto e mise in imbarazzo l’allora presidente della Commissione, Romano Prodi. Le cose non sono poi così cambiate.

Oggi è sempre più facile tributare un omaggio di circostanza agli ebrei morti, alle vittime dell’olocausto, ma quando si tratta di difendere e sostenere gli ebrei vivi e in particolare i cittadini di Israele le cose cambiano drasticamente. Cominciano i distinguo, le prese di distanze e arrivano le accuse più infamanti, come quella, ricorrente, che addita gli israeliani come in nuovi nazisti del Medio Oriente e trasforma la barriera di protezione contro il terrorismo nella recinzione di Auschwitz.

L’antisemitismo di questo nuovo secolo ha preso le sembianze nette e spavalde dell’antisionismo e di questo si alimenta . Se il primo sembrava destinato a deperire, il secondo ha dato nuova energia e più libera cittadinanza all’ostilità e all’odio verso gli ebrei.

Nel mondo questo fenomeno è in crescita perché sostenuto addirittura da politiche statali come quella dell’Iran che finanzia convegni per negare l’Olocausto e vorrebbe cancellare Israele dalle carte geografiche.

In Italia l’alimento antisionista per il razzismo anti-ebraico è da anni una specialità della sinistra e non solo di quella estrema. Vale quindi la pena di spendere una parola di apprezzamento per il recente viaggio di Bertinotti in Israele e per le novità che esso ha contenuto, a cominciare dalle posizioni sul “muro”, che secondo Bertinotti potrà essere abbattuto solo col compimento del processo di pace, e per le parole nette a favore di Israele pronunciate davanti al parlamento Palestinese a Gaza.

Se il partito di Bertinotti e quelli limitrofi trarranno le conseguenze della svolta del loro leader è pensabile che futuri sondaggi, almeno in Italia, ci portino finalmente qualche sorpresa.

L'occidentale 15 mag 2007
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CORAGGIO LAICO? 
di Daniele Martino

La manifestazione tenutasi sabato a Piazza Navona rappresenta probabilmente il punto più basso che la politica italiana abbia mai raggiunto. Mentre a Piazza San Giovanni si assisteva ad una festa di popolo, di amore e di libertà, a poca distanza si è assistito ad uno spettacolo indecente e vergognoso per tutto il Paese.

Il Governo Prodi si dimostra ancóra una volta inadatto e inetto a governare l'Italia; è spaccato in due, con all'interno una contraddizione irresolubile che si è palesata nella presenza di suoi esponenti in entrambe le piazze. A San Giovanni erano presenti, più che altro per visibilità personale (leggi Clemente Mastella), i cosiddetti «cattolici della sinistra», i quali hanno una bella faccia tosta a conciliare due antitetiche e contrastanti visioni della politica, della società e della vita, con una, il comunismo, che perseguitò e ridusse al silenzio ma mai sconfisse l'altra; in loro stessi portano una contraddizione in termini che Silvio Berlusconi ha giustamente ricordato affermando che «i veri cattolici non possono votare a sinistra». Questa dichiarazione è giusta ed intellettualmente onesta, in quanto mostra a tutti quanto grandi siano l'opportunismo ed il cinismo di chi si definisce, senza un minimo di pudore, un cattolico di sinistra, magari dopo essere passato per i Radicali e i Verdi, come elasticamente ha fatto Francesco Rutelli. A dimostrazione di ciò va sicuramente la differente accoglienza che la piazza, una piazza di famiglie che rappresenta l'Italia profonda, la maggioranza silenziosa e operosa del Paese, ha riservato ai politici dell'Unione e a quelli della Casa delle Libertà; distaccata e fredda per i primi, calorosa ed amichevole per i secondi, in particolare per il Cavaliere.

A Piazza Navona, in una manifestazione numericamente infinitesimale (10 mila contro 1 milione) si sono prodotti ed espressi solo odio, pregiudizio e discriminazione, accusando la Chiesa Cattolica di oscurantismo e persecuzioni, senz'alcun ritegno per la realtà dei fatti e rispetto personale di chi tutti i giorni, nelle parrocchie e per le strade, trasmette e dona pace e amore. Come esempio di tutto ciò possono bastare cartelli che recitavano «Benedetto come Bruno», con un triste ed ignobile accostamento tra il Santo Padre ed un orsetto ucciso qualche mese fa in Baviera. Ma il punto massimo, l'apice di vergogna e mancanza di rispetto è stato opera del vignettista Vauro, che ha tacciato i preti di pedofilia trincerandosi dietro il diritto di satira.

La politica, questa politica laicista, di fronti a tali esecrabili insulti non ha reagito né preso le distanze; dal palco non è giunta neppure mezza parola di condanna degli striscioni della piazza o delle vignette dell'amico di Diliberto. Si tratta di un silenzio assordante, segno che quanto espresso in vignette e cartelli è condiviso da chi era sul palco e parlava di coraggio laico, quando invece non aveva neanche il coraggio di scusarsi per aver offeso e insultato, mancando di rispetto a decine di milioni di credenti, alla maggioranza del popolo italiano.

Queste due manifestazioni certificano quindi la crisi di un Governo Prodi oramai allo sbando, che è un danno per l'Italia ed è affetto dalla sindrome dell'ubiquità e del cerchiobottismo; è pro dico e contro i dico, è per le droghe leggere ma contro le droghe leggere, è per la sicurezza ma fa entrare i clandestini, costituendo così un paradigma d'incoerenza politica. Difatti mentre Margherita e Udeur erano a San Giovanni, Radicali, Socialisti, Verdi e Comunisti erano a Piazza Navona. Una domanda sorge perciò spontanea: ma il fulcro della coalizione, i Ds, dov'erano? Il partito dell'equivicino D'Alema e dell'amico degli ultimi Veltroni, quale posizione assumeva? La risposta è semplice: nessuna posizione, nessuna dichiarazione tranne Piero Fassino che ha espresso «solidarietà, comprensione e vicinanza» a tutti, accomunando Sandro Bondi a Paolo Cento e le famiglie con bambini a chi urlava «Ma quale famiglia! Vogliamo i soldi di Berlusconi», in uno squallido esempio di equilibrismo politico tipico di questa sinistra.

E che cosa dire di Romano Prodi? Qual era la posizione del Capo del Governo? Incredibilmente e comicamente nessuna; ha augurato solo un «buona manifestazione a tutti», lavandosene le mani e non assumendosi le responsabilità di quanto commette chi gli siede accanto in Consiglio dei Ministri. Veramente un bell'inizio per il Partito Democratico ed il suo padre spirituale; speriamo l'inizio della fine.

Ragionpolitica 15 mag 2007
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BERLUSCONI COLPISCE AL CUORE IL DOSSETTISMO DI PRODI 
di Vincenzo Merlo

«Sono qui perché dobbiamo reagire: c'è un movimento contro la Chiesa, a cui si vuole impedire di esprimere le sue opinioni. Mi viene in mente quello che ci fu nei Paesi comunisti, con la Chiesa del silenzio. L'Italia soffre di un rigurgito di quel laicismo derivato dal fatto che la Repubblica si è costituita contro il potere temporale dei Pontefici... I cattolici che stanno nella maggioranza sono in contraddizione con se stessi perché alleati con l'estrema sinistra. Che c'entrano falce e martello con la dottrina sociale della Chiesa?». Queste frasi di Silvio Berlusconi al Family Day hanno scatenato la piccata reazione di alcuni esponenti dell'Unione, a partire dal presidente del Consiglio, Prodi, secondo cui quelli del leader della Casa delle Libertà sono «discorsi totalmente estranei allo spirito cattolico, perché essere o no cattolici è una scelta seria».

Ora, a parte l'evidente risibilità dell'auto-rappresentazione di Prodi come depositario dello «spirito cattolico», il punto vero è che il «cattolico adulto» reagisce stizzito alle affermazioni di Berlusconi proprio perché queste, nella loro semplicità e verità («Che c'entrano falce e martello con la dottrina sociale della Chiesa?»), colpiscono il cuore della politica prodiana. Come ognun sa, e come più volte rimarcato in queste pagine, la politica di Romano Prodi è l'espressione compiuta del progetto dossettiano, tanto minoritario quanto fuorviante nella storia politica dei cattolici, progetto che proprio dell'ineluttabilità dell'incontro tra cattolici e comunisti ha fatto la sua principale ragion d'essere. E questo a dispetto non solo di tutta la dottrina sociale della Chiesa (a partire dalla Rerum Novarum e dalla Divini Redemptoris), ma anche della storia della stragrande maggioranza delle forze politiche di ispirazione cristiana, che nella loro pressoché totalità sono sempre state alternative alla sinistra di impronta marxista, nelle sue varie declinazioni.

Don Camillo e Peppone sono sempre stati in lotta, e non solo nella realtà italiana (dove peraltro è ancora massiccia la presenza dell'estrema sinistra di matrice comunista). Nel Parlamento Europeo, dopo il repentino ridimensionamento dei partiti comunisti, le due famiglie politiche alternative tra di loro sono costituite dal Partito Socialista, da un lato, e dal Partito Popolare (di ispirazione cristiana), dall'altro. Ma anche nel resto del mondo, laddove esistono partiti che fanno riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, la situazione è grosso modo la stessa. E come potrebbe essere diversamente, vista l'aperta contrapposizione tra visioni del mondo tra loro inconciliabili? Per stare all'attualità, come non rilevare differenze profonde su temi dirimenti quali la famiglia, l'aborto, la fecondazione assistita, l'eutanasia, la libertà di educazione? Per non parlare, poi, della infinita storia di crimini, terrore e persecuzioni, in particolare proprio contro i cristiani, che i regimi contrassegnati dalla falce e il martello hanno provocato e provocano tuttora in ogni parte del mondo dove giungono al potere. Dei quarantacinque milioni di martiri cristiani del ventesimo secolo (cifra approssimata per difetto), una parte rilevante è stata causata proprio dalle aberrazioni del comunismo, che anche quando si trasforma (come in Cina o nel Sud-est asiatico), conserva intatta la sua pregiudiziale atea e materialista.

L'antinomia sinistra-cristianesimo, del resto, è nella storia; essa è addirittura all'origine della moderna contrapposizione sinistra-destra. Tutto ebbe inizio dalla diversa collocazione dei gruppi politici nell'Assemblea della rivoluzione francese, laddove i rivoluzionari più accesi presero posto nei banchi di sinistra proprio per rimarcare la loro avversione al cristianesimo, ed in particolare alla Chiesa cattolica, nel cui Credo si professa che «Cristo siede alla destra del Padre» (anche nella tradizione vetero-testamentaria, peraltro, è sempre «la destra di Jahvè» che soccorre il suo popolo). I deputati che non condivisero la caratterizzazione antireligiosa della sinistra giacobina (vero leit-motiv della Rivoluzione francese) occuparono al contrario i banchi del centro e della destra. Il fondamento della contrapposizione sinistra-destra corre dunque lungo i binari della avversione o meno al cristianesimo, ai suoi valori, alle sue tradizioni. Da allora, oltre due secoli di storia hanno confermato quella dicotomia.

Alla luce di quanto detto, possiamo ritenere davvero così azzardate le affermazioni di Berlusconi sulla incompatibilità tra estrema sinistra e dottrina della Chiesa? Così estranee allo spirito cattolico? Nel marzo del 1937, nell'enciclica Divini Redemptoris, Pio XI arriverà (profeticamente) a scrivere: «Il comunismo nel principio si mostrò quale era in tutta la sua perversità, ma ben presto si accorse che in tal modo allontanava da sé i popoli, e perciò ha cambiato tattica e procura di attirare le folle con vari inganni nascondendo i propri disegni dietro idee che in sé sono buone e attraenti... Senza punto recedere dai loro perversi principi, invitano i cattolici a collaborare seco sul campo così detto umanitario e caritativo, proponendo talvolta anche cose del tutto conformi allo spirito cristiano e alla dottrina della Chiesa... Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con lui da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana».

Chissà se il «cattolico adulto» Romano Prodi, unico e intemerato custode dello spirito cattolico, ha mai letto queste frasi... Del resto, uno come lui è sempre impegnato a portare la «serietà» al governo. E soprattutto la modestia.

Ragionpolitica 15 mag 2007
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IL RADICALISMO CHIC SCONFITTO DALLE VECCHIE NONNE 
di Gianteo Bordero

Quando ero bambino, alla Messa della domenica mi accompagnava mio padre. Dopo la benedizione, lui si fermava all'uscita della chiesa a vendere il quotidiano cattolico, l'Avvenire. Ed io, nella mia beata ingenuità, ignaro del fatto che la mia fosse una parrocchia di provata fede progressista, mi chiedevo come mai la maggior parte dei presenti snobbasse il banchetto a cui sedeva il mio papà e si dirigesse invece all'edicola di fronte per comprare La Repubblica. L'ho capito crescendo, dopo la terza media, quando agli incontri di catechesi che per un po' di anni ho continuato a frequentare i responsabili della parrocchia propinavano a me e agli altri ragazzi, il cui numero si assottigliava mese dopo mese, un'idea di cristianesimo che strideva con quella imparata in famiglia, il cristianesimo semplice di mia nonna morta serenamente a novant'anni pregando e invocando l'aiuto dei santi.

A quella semplicità fondata sulla «santa familiarità della parola fattasi carne», per dirla con Chesterton, i notabili parrocchiali opponevano tutta una serie di complicati discorsi che solo in un secondo tempo ho scoperto essere mutuati dai libri del profeta dei progressisti, il cardinal Martini, e del gruppo di intellettuali riunitisi attorno a Giuseppe Dossetti. Che, guarda caso, in quegli anni pontificavano e spadroneggiavano proprio sul giornale fondato da Eugenio Scalfari. Allora mi fu chiaro che comprare La Repubblica era, per un cattolico, una sorta di marchio d'identità moderna, aperta e progressista, un modo per essere in, mentre leggere l'Avvenire significava essere rimasti indietro, essere cattolici un po' retro, irrimediabilmente out. Così voleva la moda del momento.

Queste cose mi tornano alla mente oggi, dopo il Family Day di sabato in piazza San Giovanni a Roma e dopo aver letto domenica su La Repubblica l'editoriale di Scalfari che se la prende con la Chiesa, il Papa e i vescovi perché starebbero «assordando da anni gli italiani con lo sventolio dei loro interessi e dei valori usati per ricoprirli» e lascia intendere che coloro che hanno manifestato a favore della famiglia sono dei bigotti che si lasciano plagiare dalle gerarchie vaticane. Tutto questo, Scalfari lo dice addirittura nel nome di Gesù di Nazareth, che, secondo il fondatore del quotidiano radical-chic, ora anche teologo, «vede i legami familiari e l'egoismo di gruppo che li può intridere come una barriera da abbattere se il cristiano vuole aprirsi all'amore del prossimo». Sulla scia di queste parole di Scalfari mi viene ancora in mente che molti responsabili della mia parrocchia, che se la tiravano da intellettuali sfoggiando orgogliosi La Repubblica sul sagrato della chiesa, volevano convincerci del fatto che per essere buoni cristiani bisognava separare il grano dell'annuncio evangelico dal loglio della storia della Chiesa, soprattutto quella pre-conciliare, vista come la summa di tutti i mali e di tutti gli errori possibili. Così saremmo diventati, per usare un'espressione coniata anni dopo da Prodi, «cattolici adulti», «seri»; ci saremmo liberati dal fardello di una visione ormai superata e resa inservibile dal connubio tra progressismo politico e progressismo ecclesiale.

La storia, però, è andata in un altro modo. Il Family Day sta lì a dimostrare che i vari Scalfari, Alberigo, Scoppola sono stati sconfitti da una specie di «società del silenzio» che negli anni del «repubblichismo» rampante non ha ceduto alle sirene del modernismo ideologico né sul piano della visione sociale né su quello della concezione ecclesiale. Una «società del silenzio» che è rimasta fedele ai «valori cristiani» non come bandiera astratta, ma come carne, come storia e come tradizione che costruisce la sana e pacifica convivenza tra gli uomini. Per questo - e ritorno ancora una volta alla mia vicenda personale - il Family Day di sabato scorso rappresenta per me una sorta di rivincita. Non solo mia, ma anche di mia nonna, che mi ha insegnato, con la forza del suo cristianesimo semplice («rozzo» agli occhi degli intellettuali progressisti della parrocchia), ad amare la famiglia come luogo di crescita e di umanizzazione; che mi ha fatto capire che quello che la tradizione cristiana ci ha trasmesso è, anche dal punto di vista sociale, un bene non barattabile con le mode del momento; che mi ha testimoniato, mentre tutt'attorno spiravano forte i venti del «nuovismo» culturale ed ecclesiale, che la bellezza e la gioia antiche dell'essere famiglia valgono più di tutte le false promesse di felicità con cui i profeti del progresso hanno tentato di sostituire i «vecchi» valori e princìpi cristiani. Non tutto quello che luccica è oro.

Ragionpolitica 15 mag 2007
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LA VERITA' DELLA FAMIGLIA 
di Gianni Baget Bozzo

Silvio Berlusconi è andato in piazza San Giovanni per il Family Day. C'erano motivi per non andarci: Forza Italia è un partito laico ed ha componenti culturalmente laiciste nel suo seno; vi erano il rischio di critica alla vita familiare di Berlusconi e il rischio del prorompere di un moralismo anti-berlusconiano, fondato sul fatto che la televisione commerciale, di cui egli è stato il creatore, ha contribuito a diffondere in Italia quel modello estetico e frammentario che i vescovi chiamano «consumismo», ponendolo in alternativa speculare al termine «comunismo». Infine Berlusconi non ha fatto appello ai cattolici se non nell'ultimo giorno della campagna elettorale; e anche lì in forma indiretta. Ora invece è sceso in campo ed ha annesso politicamente la piazza dicendo che i cattolici non possono stare a sinistra.

Dove era la sinistra nel giorno di San Giovanni? Era a piazza Navona a manifestare per l'anniversario della vittoria del divorzio. E il divorzio non è una esperienza piacevole, non è una festa. E lo si vive oggi ancora più come un fallimento che come un successo della libertà. E', come l'aborto, la causa della disgregazione della famiglia italiana, del calo demografico, per cui diviene minacciosa la sfida dell'immigrazione, che porta nel Paese costumi diversi, anche profondamente, come quelli musulmani. Nel sentimento comune vi è come il senso che la crisi della famiglia e di regole del sesso accettate abbia creato un caos di sentimenti che rende incerta la stabilità della vita sociale. Questo la Chiesa lo ha compreso a livello mondiale.

Dopo aver chiesto la libertà della scelta, ora, dinanzi alle pulsioni caotiche che dalla deregolamentazione del sesso hanno avuto origine, l'Occidente sente bisogno di quella sicurezza che Montesquieu identificava con la libertà. Si possono leggere la vittoria di Sarkozy in Francia, la discesa in campo della Chiesa cattolica in Italia per la famiglia, l'intervento di Berlusconi che definisce la sinistra come alternativa ai cattolici, e infine il ritorno di Fini dai suoi trasporti laicisti alle antiche simpatie cattoliche, come il medesimo evento. Il tema fondamentale del nostro tempo è quello della sicurezza. E a piazza Navona c'era la sinistra dell'insicurezza, la sinistra del divorzio e dell'aborto, la sinistra più libertina che liberale, la sinistra radicale insomma, a cui aderivano ora anche i socialisti di Boselli e i neosocialisti di Fabio Mussi. Ma anche Rifondazione con Ferrero. La sinistra che ha promosso l'indulto vuole fare del cosmopolitismo la giustificazione del libero accesso degli immigrati al territorio italiano come un loro diritto. La sinistra della protesta, che impedisce le opere pubbliche, le discariche e gli inceneritori, è la stessa sinistra che blocca i trasporti. Una sinistra i cui uomini come Sergio Cofferati, sindaco di quella Bologna in cui il comunismo si è istituzionalizzato nella grande rete delle cooperative rosse, capiscono che oggi la domanda di sicurezza e di legalità è la domanda del popolo comune. Perché la crisi dell'ordine pubblico colpisce non i più ricchi, ma i più poveri; la legalità garantisce il minimo di libertà e di proprietà che ad ogni cittadino è concesso.

Berlusconi ha volutamente contrapposto il popolo di piazza San Giovanni a quello di piazza Navona e ha fatto capire che l'assemblea di piazza San Giovanni era un fatto politico che chiedeva la sicurezza della famiglia e della vita come basi dell'identità. Non è un caso che i partiti del centrodestra siano tornati Casa delle Libertà, cioè politicamente uniti di fronte alla manifestazione promossa dalla CEI ma gestita dal popolo cattolico. Si tratta di comprendere che il popolo di piazza San Giovanni è il popolo del centrodestra, è il popolo che vuole la sicurezza e la libertà e non la protesta come segno della libertà. La contrapposizione delle due piazze non indica le differenze religiose, indica le differenze politiche e sociali. Per questo Berlusconi si è identificato con questo popolo, a cui ha dato il volto politico, e lo ha contrapposto al popolo di piazza Navona.

Quello di piazza San Giovanni non è il popolo della Democrazia Cristiana, che aveva incassato divorzio ed aborto. E' un'altra storia. E anche i post-democristiani devono tenere conto che non basta essere stati democristiani per essere in sintonia con il popolo comune che cerca legalità, sicurezza e ordine morale e civile. E' un altro tempo della storia in cui siamo entrati. La globalizzazione richiede sicurezza e identità proprio perché essa è di per sé un fattore di accelerazione di movimento che sembra andare oltre i nostri tempi comuni.

Il Giornale 14 mag 2007
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BANDIERA ROSSA E ...BLU 
Mr. Lucianino non ho voglia di scherzare
rimettiamoci a correre i tempi stanno per cambiare
siamo figli di buona mamma e pronipoti del denaro.
Per fortuna il mio partito non mi fa guardare
quel programma che ai vastesi hai fatto anche votare
e non hai voglia di metterti profumi e cravatte decenti
sei come uno che sta qui per puro caso elettorale.
C'è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero
uh com'è difficile restare sindaco quando i cittadini vedono e la sicurezza manca.
Quante piccole figure hai messo in giunta
com'è misera la vita negli abusi di potere.
Sul ponte sventola bandiera rossa
sul ponte sventola bandiera rossa
sul ponte sventola bandiera rossa
sul ponte sventola bandiera rossa
A Beethoven e Sinatra preferisci 'Nduccio
a Seneca Carofiglio che ti dà più calorie
uh! com'è difficile restare calmi e indifferenti
mentre Polis intorno fa così tanto rumore
in quest'epoca di mediocri ci mancavano gli idioti dell'informazione.
Hai sentito quegli spari in una via del centro
hai pensato alle galline che si azzuffano per niente
massima immoralia
massima immoralia
e siamo ancora senza piano spiaggia eppure...
Sul ponte sventola bandiera blu
Sul ponte sventola bandiera blu
Sul ponte sventola bandiera blu
Sul ponte sventola bandiera blu
...
Massima immoralia
The end, my only friend this is the end
Sul ponte sventola bandiera blu...


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