Mentre batte la mano sulla spalla del suo giovane amico, Silvio Bellano, esponente furcese dell'Udc e organizzatore dell'incontro, Remo Gaspari ammonisce la platea. «Aprite bene le orecchie e ricordatevi di quello che vi dico quando andrete a votare: mandateli tutti a casa. Cacciateli via una volta per tutte quelli che hanno rovinato l'Abruzzo». L'onorevole, rilassato e in tenuta estiva, lunedì sera era a Furci per un dibattito sul futuro dell'Abruzzo, che si è poi trasformato in una ricca lezione di politica e economia. «Qui mi sento come a casa mia- ha esordito Gaspari- perché qui negli anni quaranta tenni il mio primo comizio. E per questo, come se fosse miei paesani, vi dico di partecipare alla vita politica della regione. Sennò altri decideranno per voi». «C'è bisogno di nuovi volti e tocca a voi scegliere quelli giusti». Il ministro carica di responsabilità i cittadini abruzzesi e snocciola le cifre che hanno portato la regione al collasso. «Un'azienda che prende quindici persone al posto di una è destinata al fallimento. Non abbiamo bisogno di persone che fanno promesse senza poterle mantenere. L'unica è fare piazza pulita di coloro che hanno mangiato sulle nostre spalle e ripartire da zero». Stando bene attenti però, precisa Gaspari, a non fermarsi alle ideologie. I partiti di adesso, accusa il ministro, sono lontani dalle esigenze della gente, degli elettori che rappresentano. «In quindici anni non c'è stata nessuna grande opera. Dove sono l'aeroporto internazionale e il porto commerciale di Ortona che Del Turco aveva promesso? Gli investimenti per la crescita sono finiti tutte nelle tasche di chi era seduto su quelle poltrone. Destra e sinistra. Maggioranza e opposizione. Nessuno escluso». L'onorevole, però, è fiducioso. L'Abruzzo, conclude, dovrebbe essere pilotato per almeno cinque anni da persone preparate e corrette, che sappiano ripulire l'ambiente da tutte le sozzure commesse. E a suo dire tra tante mele marce, qualcuna sana c'è. «Molti imprenditori e amministratori locali se la caverebbero; ma se dovessi scegliere un nome direi il professor Giuseppe Mauro, ex presidente della Fira. Era troppo bravo e l'hanno cacciato».
Tratto da
Il Messaggero
6 ago ‘08
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di Gianni Baget Bozzo
Il Secolo XIX 5 ago 08
Il governo Berlusconi ha riscosso successi politici: la pulizia di Napoli, il decreto sulla sicurezza e il lodo Alfano. Ora deve trovare il suo coordinamento amministrativo e creare delle preferenze tra le varie alternative che gli si presentano. Non ha, come il governo Prodi, il problema di un coordinamento politico tra partiti, la gestione della coalizione al di fuori del governo, le grandi riunioni come quella della Reggia di Caserta. Non c'è nemmeno la debolezza politica del suo governo del 2001, quando Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini ritenevano che il fenomeno Berlusconi fosse transitorio e si consideravano, a un tempo, in combinazione per l'uscita di scena del premier e in concorrenza per la sua successione. Questa volta il problema non esiste: il governo è politicamente targato dal suo presidente. E la blanda opposizione del Partito Democratico al lodo Alfano mostra che «il leader del partito avverso» ritiene Berlusconi senza alternative. Il problema quindi è quello di governare i ministri: essi sono ipermotivati dal loro lavoro e lo manifestano con l'annunzio del loro programma di ministero.
Il più fortunato nella politica dell'annunzio è Renato Brunetta, che può far suo il motto della televisione nel primo governo Berlusconi: «Detto? Fatto». È riuscito, usando accordi sindacali lasciati in sonno, a mettere in atto dei provvedimenti contro i «fannulloni»: un termine ripreso da un deputato del Partito Democratico, Pietro Ichino. Brunetta ha ottenuto, a quanto egli afferma senza contestazioni, la diminuzione dell'assenteismo degli statali del 30%. Ciò significa che ha messo l'accento sulla dignità della funzione prima sommersa nel mal costume generale. Ma evidentemente egli con ciò cozza contro la specificità dell'impegno delle forze di polizia, che hanno già annunciato lo sciopero contro la riduzione degli emolumenti imposta dal ministro dell'Economia. E questo quando il governo ha per missione specifica la sicurezza, specie nella lotta contro l'immigrazione clandestina: e questa politica ha un costo in più della precedente.
Un ministro dell'annuncio è certamente Roberto Calderoli, che di fatto tratta già con l'opposizione senza che si conosca ancora il contenuto del progetto. Sembra quasi un progetto trasversale in cui il ministro negozia, con la caratura di Umberto Bossi, con i partiti nei due lati dello schieramento. Da quel che si sa da dichiarazioni informali del ministro, pare che il primo impositore fiscale sia il Comune: un modo singolare di realizzare la nozione di sussidiarietà. Sembrerebbe, dalle parole usate, che a invocare sussidiarietà, cioè il rispetto delle funzioni proprie, debba essere in questo caso lo Stato.
Chi è in grado di fare, oltre che annunci, fatti - e fatti determinanti - è Giulio Tremonti. La missione del governo non è più quella di diminuire le tasse: a ciò è bastato l'Ici, che ha già aperto problemi per la finanza locale. Bisogna invece non aumentarle: e perciò l'imperativo è quello di ridurre la spesa pubblica. Tremonti ha molte frecce al suo arco ed egli è l'unico disponibile che possa, per il suo precedente incarico, garantire rapporti con Bruxelles. Inoltre su di lui posa lo sguardo con riverenza il «rivoluzionario saggio», Umberto Bossi, che Tremonti stesso ha definito con queste parole. Ridurre le spese dei ministeri è una delizia per l'orecchio leghista: meno certa quella di ridurre i contributi agli Enti locali e in particolare ai Comuni, su cui si fonda la struttura della politica leghista divenuta oggi, specialmente in Veneto, il partito dei sindaci. Tommaso Padoa-Schioppa aveva, nel medesimo ruolo, come vantaggio il fatto che gli accordi con i partiti li prendeva il presidente del Consiglio Romano Prodi. Ora, invece, in questo governo il Consiglio dei ministri è finalmente sovrano, le decisioni deve prenderle il Consiglio. Non a caso Berlusconi aveva pensato alla vicepresidenza del Consiglio per Gianni Letta, ma Bossi lo ha vietato. Il «rivoluzionario saggio» sapeva il fatto suo.
Il governo Berlusconi ha problemi molto più semplici dei precedenti governi, ma deve stabilire una procedura per le decisioni: il decisore ultimo deve essere l'unico ad avere autorità politica per farlo: il presidente del Consiglio. L'impegno messo a Napoli diventerà, per chi si è assunto il compito di governare il paese nella stretta presente, un duro lavoro quotidiano.
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Come va?
“Bene. Sono appena tornato dalle vacanze e sto per tornarci”.
In Grecia?
“No. L’ultima volta che sono stato in Grecia, hanno messo le manette a mezza Regione. Meglio cambiare”.
Spagna?
“Decide Bianca”.
Che cosa fa in vacanza?
“Quello che faccio tutti i giorni”.
Cioé?
“Niente”.
Non so più cosa chiederle...
“E io non so più cosa risponderle”.
Potremmo parlare dei centri sociali...
“Mi annoiano da morire”.
Di banche...
“Per carità! Ho due conti correnti sempre in rosso”.
Come D’Alema?
“Chi è D’Alema?”
Potremmo parlare di brodetto...
“Ecco, il brodetto è un argomento interessante, anche perché come lo cucina Luciano non lo cucina nessuno”.
Chi è Luciano?
“Sono io”.
Parla di lei in terza persona?
“Sul brodetto sì, perché non temo rivali”.
Come D’Alema?
“Chi è D’Alema?”.
Perché non apre un ristorante?
“Ci penso da tempo. Prima o poi lo farò”.
E i soldi per aprirlo?
“Farò un mutuo”.
Come D’Alema?
“Chi è D’Alema?”.
Con il BCC?
“Dipende dal tasso”.
Intende aprirlo da solo o in società con suo fratello?
“Mio fratello non farebbe mai una società con me. Lui va da Marrollo in su”.
Sa che l’intervista è quasi finita e non abbiamo ancora parlato di politica?
“Meno male. Non saprei cosa dirle”.
Come?
“Mai fatto politica in vita mia”.
Che cosa consiglierebbe a un sindaco che dopo due anni dimostra di essere totalmente inadeguato?
“Di cambiare mestiere”.
Che cos’è Polis?
“Il primo giornale che leggo al mattino”.
Sì, ma che cos’è?
“La cacca di un genio distribuita gratuitamente”.
Se non avesse fatto niente, che cosa avrebbe voluto fare nella vita?
“Le sembrerà strano, ma mi piacerebbe fare, per un giorno, il sindaco della Città del Vasto, come Peppino Forte ama chiamarla pomposamente”.
Davvero?
“Sì, senza primarie, vincendo al secondo turno con l’aiuto di uno che ne sa meno di me”.
E la Giunta?
“Con i primi classificati”.
E i politici?
“Ma quali politici! Non vede che delusione? Il più pulito ha la rogna. Bisogna rivolgersi alla società civile, a chi non è mai stato coinvolto in loschi traffici”.
Russi ha detto che a Vasto c’è corruzione ambientale...
“Se lo dice Russi!”.
Sarà vero?
“Verissimo. Lei si meraviglia?”.
Io no.
“Neanch’io”.
Allora si candida?
“E chi mi candida? I partiti non apriranno mai alla società civile”.
Non resta che cucinare...
“Proprio così”.
Cosa troveremo scritto sulla sua tomba?
“E chi ce l’ha, la tomba! A Vasto non se ne trova una neanche a pagarla oro”.
Cosa vorrebbe scriverci?
“Niente”.
Come niente? Una parola, un saluto, una frase per i posteri...
“Guardi che niente è la risposta. Vorrei scriverci: qui giace Luciano Lapenna, NIENTE”.
Ma è l’elogio del nichilismo!
“Che cos’è il nichilismo?”.
Ciò che nega l’esistenza di una qualsiasi verità oggettiva.
“Lei è un professore?”.
No, sono un giornalista.
“Quindi non fa niente dalla mattina alla sera, come me e Nicolangelo?”.
Certo, ma perché me l’ha chiesto?
“Così, tanto per chiedere”.
Lei non crede in Dio?
“Non credo in me stesso, come faccio a credere in Dio?”.
E Bianca?
“Bianca crede solo in Nanni Moretti. Sul nostro capo, a letto, invece del crocifisso, c’è il poster di Nanni”.
Che recita?
“No, che va con la Vespa”.
Ma lei crederà almeno nel Pd?
“Che cos’è?”
“Il Partito democratico”.
“Non credo nei partiti”.
Ma crederà in qualcosa?
“In niente”.
Niente, niente?
“Niente”.
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Segnalato da Tito Galante
"C'è qualcosa di nuovo oggi nell'aria, anzi d'antico", ricordavo solo pochi giorni addietro, avvertendo per tempo sui rischi di delegittimazione che corrono i magistrati di Pescara.
Non è che nei miei riguardi si sia fatto o si stia facendo di meno. Forse qualcuno l'avrà già notato: stanno montando una nuova campagna di veleni nei miei confronti e dell'Italia dei Valori di cui il primo fautore è "Il Giornale" (il quotidiano di famiglia, per intenderci) che oggi le spara davvero grosse, tanto che sarà nuovamente portato in Tribunale. La scorsa settimana, una innocente festa di compleanno, a cui ho partecipato insieme a tanti altri, è stata trasformata in una fantasiosa storia di amanti. Oggi l'affondo, inventando un'inesistente connessione tra Italia dei Valori e le mie proprietà. Anzi, non solo le mie, ma anche quelle che mia moglie si è guadagnata con il suo lavoro.
E' un’attività, a più mani per la verità, di "sporca disinformazione" per la quale già negli anni passati molti dei protagonisti, anche attuali, sono già stati condannati da vari Tribunali per diffamazione e/o calunnia. Così è avvenuto nel 1994 con il "dossier Gorrini" contestualmente alle mie dimissioni da PM, così è avvenuto nel 1996 con il "dossier D'Adamo" e, soprattutto, con il dossier "Fonte Achille" che hanno portato alle mie dimissioni da Ministro.
Da queste attività di dossieraggio mi sono sempre difeso nelle sedi giudiziarie proprie e molti protagonisti di ieri e di oggi hanno già dovuto pagare fior di denaro per risarcimento danni. A quelli de "Il Giornale" che chiedono dove ho preso i soldi per comprare alcuni immobili, rispondo che sono stati acquistati, oltre che con i soldi miei e di mia moglie o con i mutui, anche con i soldi che "Il Giornale" ha già dovuto sborsare negli anni per le innumerevoli diffamazioni perpetrate ai miei danni.
Prossimamente metterò in rete copia degli assegni che mi hanno versato, ultimi dei quali proprio nei giorni scorsi da parte di due noti giornalisti di quella testata che mi avevano ingiustamente accusato. Anche il prossimo appartamento lo comprerò con il denaro che dovranno pagare per l'ennesima diffamazione di questi giorni. Certamente, non prendo soldi dalle casse di Italia dei Valori, come può constatarsi visionando i bilanci pubblicati in rete (www.italiadeivalori.it alla voce Bilanci e Finanze) peraltro in attivo, a riprova che nessuno ha portato via niente.
La questione è però un'altra ed è tutta politica: perché avviene ciò? Soprattutto perché avviene di nuovo? Negli anni '90 si voleva esorcizzare il rapporto di fiducia ed il seguito personale che rappresentavo in conseguenza della mia attività di magistrato nell'inchiesta Mani Pulite. Ora, 15 anni dopo, essendo io nel frattempo riuscito a far decollare il partito Italia dei Valori, si cerca di drenarne i consensi giacchè il nostro successo politico ed elettorale fa paura.
Sul piano personale non mi abbatto e difenderò di nuovo, nelle dovute sedi, le mie ragioni. Sul piano politico è necessaria una riflessione ed azione profonda sul da farsi. In particolare con quali alleati, visto che siamo invisi a quasi tutto il sistema politico nazionale.
Prepariamoci per la raccolta firme del referendum contro il "Lodo Alfano": è la miglior risposta a chi vuole fermarci!
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di DAVIDE D'ALESSANDRO
Ha iniziato l'ex ministro Remo Gaspari a dirci che la politica deve fare un passo indietro, che la nostra Regione dev'essere affidata a professori universitari, persone colte e intelligenti. Ha dato seguito al dibattito il prof. Cerulli Irelli, con un articolo su "Il Centro", chiedendo alla politica e ai partiti di farsi un po' da parte, di aprire, per due anni, alla candidatura a presidente di una personalità super partes per traghettare l'Abruzzo, con un governo di salute pubblica, al 2010 e poi tornare di nuovo al voto con un presidente politico, espressione come sempre dei partiti.
Ma l'intervento più pertinente è stato senza dubbio quello di Peppino Tagliente su "Qui" di sabato scorso.
Per il consigliere regionale c'è bisogno certamente di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di fare politica, ma senza alcun bisogno di un salvatore, di un cavaliere bianco che scenda da Marte per salvare le sorti di una terra piuttosto malandata.
Sono pienamente d'accordo con lui, a dimostrazione che i fenomeni di antipolitica, di sostituzione della politica con qualcos’altro, sempre non meglio definito, non mi hanno mai convinto.
Conosco troppo bene Elias Canetti e la lettura che ne dà Esposito per non sapere che “l’antipotere (o l’antipolitica, ndr) quando assume il ruolo di soggetto, finisce inesorabilmente per identificarsi con il suo opposto, ricade nel possesso, nella possessione, del potere (della politica, ndr)”.
Però, e Peppino conosce ormai bene il mio pensiero, questa politica non ha più giustificazioni. Ha davvero raschiato il fondo del barile della fiducia popolare. Se non ricrea immediatamente lo spazio di uno scambio aperto, reciproco, tra elettore ed eletto, è pronta per essere consegnata alla morte, lasciando ahimè terreno fertile alle scorribande dei Grillo, Guzzanti e compagnia brutta.
Sta anche a lui, e ad altri come lui, politici a tutto tondo, come li preferisco, lavorare per depotenziare il verbo dei “mandarini”, di chi, dal chiuso delle segreterie, nomina, impone, decide.
Occorre liberare, liberare, liberare. Occorre scrivere una nuova storia. E le nuove storie hanno bisogno di nuovi strumenti, di nuove categorie, di nuovi autori, di nuovi protagonisti, senza cancellare o mettere totalmente da parte l’esperienza di chi opera da tempo. Il ricambio dev’essere graduale. Togliti tu che mi ci metto io, non ha alcun senso. Ci sono persone di valore, che hanno talento, passione politica e capacità di elaborare progetti, pronte a proporsi in vario modo.
Ma se la Casta resta Casta, mancano le opportunità, le occasioni per farle emergere e lasciarle esprimere.
La politica è della politica, dei politici e del popolo. Di chi si candida, di chi incontra il favore della gente, di chi viene votato, di chi dimostra, con la preparazione, l’onestà e il lavoro, di poter rappresentare un territorio, di chi rende conto all'elettore del proprio operato.
Tra Simone Weil che avrebbe voluto sopprimere i partiti politici (arguto il suo "Manifesto" appena edito da Castelvecchi) e Giuseppe De Rita che vorrebbe ricrearli, insieme ad associazioni e parrocchie, è possibile una terza via?
E' possibile non sopprimerli e non ricrearli, ma semplicemente costruirli in modo diverso da quelli conosciuti fin qui? Sì, è possibile.
L'elettore deve decidere i candidati. L'elettore deve partecipare. L'elettore deve votare ed eleggere. L'elettore deve chiedere conto al politico del proprio operato. Al politico che abita nel suo quartiere, nella sua città, non al politico che è stato paracadutato da un'altra regione e che mai più rivedrà nel corso della legislatura. Deve potergli chiedere: che cosa hai fatto in questo primo anno da deputato? Di che cosa ti sei occupato? Quali problemi hai risolto? Qual è il tuo progetto per i prossimi quattro?
Tutto questo, ovviamente, non ha nulla a che vedere con i professori universitari, con i baroni, che in fatto di moralità non hanno proprio niente da insegnare. Gli atenei sono la culla dei peggiori vizi dell'essere umano. Nelle aule universitarie si persegue il nepotismo elevato a sistema.
Se la politica è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei politici, figuriamoci dei professori universitari!
Nessun cavaliere bianco verrà a salvarla. Ha ragione Tagliente.
La politica deve chiedere alla gente di essere salvata. E la gente che deve legittimarla. Ma la partecipazione popolare dev'essere vera, chiara, trasparente. Non falsa, ambigua o, peggio, bloccata.
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Riceviamo e pubblichiamo
In questi giorni, la Regione Abruzzo è tornata tristemente alla ribalta per lo scandalo sanità provocando un terremoto politico nazionale.
Con il crollo del sistema, riesplode la questione morale: legalità ed etica in politica alla luce di quanto sospettato dalla magistratura, sembrerebbero concetti del tutto avulsi al modus operandi di alcuni amministratori regionali.
Ciò che indigna maggiormente, è il fatto che per interessi lucrativi, si arrivi alla compressione di un bene collettivo fondamentale come il diritto alla salute.
La situazione sanitaria abruzzese è ben nota, il personale ed i pazienti devono sopperire quotidianamente all' inefficienza di una gestione fatta di personalismi e mera demagogia. Certo i progetti ci sono...! Chiusura e accorpamento dei reparti, riduzione del personale, doppi turni, apparecchiature elettromedicali obsolete, diminuzione del materiale di medicheria.
La riduzione dei posti letto, conseguente alle politiche di contenimento delle spese , rappresenta uno dei principali disagi, come denunciato recentemente dall'Ospedale Clinicizzato di Chieti . Lo stato in cui versano alcuni reparti all'Annunziata é sconfortante, fino a qualche giorno fa in Geriatria sostavano per il corridoio sette pazienti (uno, nella foto), nessun campanello, nessuna possibilità d'allarme per avvertire il personale in caso di bisogno, un organico ridotto al minimo, letti aggiunti nelle stanze. In pronto soccorso hanno posto l'alternativa, o tornare a casa o rimanere in corridoio.
In Neurologia e Pneumologia che sono stati accorpati, ho personalmente assistito alle stesse situazioni.
Circostanze analoghe quelle del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'Ospedale di Pescara , dove il 23 luglio una giovane donna che aveva appena partorito, è stata posta in corridoio per assenza di posto nelle camere .
Un quadro oggettivamente drammatico, quello della sanità in Abruzzo, che impone la necessità di un cambiamento, uno stop alla politica dei furbi ,verso una gestione della Res Publica ispirata a paradigmi etici di Legalità e Giustizia .
Antonio Monteodorisio
Direttivo AN/Pdl - Vasto
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di Gian Marco Chiocci
Il Giornale 4 ago 08
Roma - Ma quante case ha l’onorevole Antonio Di Pietro? E con quali soldi le ha comprate? Prima di scoprirlo ci corre l’obbligo di ricordare come del suo conflitto di interessi in campo immobiliare si è già occupato, in parte, il gip di Roma che lo ha prosciolto nell’inchiesta sulla gestione allegra dei rimborsi elettorali. Restando in tema la procura capitolina ha però stigmatizzato l’operato di Tonino allorché vennero affrontate le accuse di un suo ex socio a proposito della società immobiliare Antocri (acronimo di Anna, Toto, Cristiano, i figli di Di Pietro) e delle presunte commistioni con i patrimoni dell’Italia dei Valori. Secondo l’ipotesi iniziale, Di Pietro avrebbe utilizzato i soldi del partito per acquistare appartamenti arrivandone ad affittare alcuni all’Idv, di cui era presidente. Un modo di fare penalmente irrilevante, secondo l’accusa.
Casa con lo sconto
Quel conflitto d’interessi torna ora d’attualità per gli approfondimenti operati dal mensile «la Voce delle voci» in contemporanea al reportage del Giornale. Si scopre così che il 16 marzo 2006, in quel di Bergamo, il padre-padrone dell’Idv si aggiudica alle buste, in condizioni burrascose e rocambolesche, un signor appartamento (vedi articolo sotto) a un prezzo scontatissimo dovuto alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare dell’Inail. Roba da Svendopoli per vip. Lui non appare mai, fa tutto l’amministratore della sua società immobiliare Antocri (che però non agisce in questa veste), nonché compagno di Silvana Mura, deputata Idv, tesoriera del partito e socia dell’Associazione IdV. Visti i precedenti, le confusioni di ruoli, le ambiguità fra «movimento» e «associazione», le locazioni degli immobili di proprietà di Di Pietro al partito dello stesso Di Pietro (gli appartamenti di cui parleremo dopo in via Casati a Milano e in via Principe Eugenio a Roma) non è stata una sorpresa scoprire che anche su quest’ultimo immobile qualcosa non quadra: l’ha comprato Di Pietro, attraverso il convivente della Mura, la quale ha intestate le utenze di casa che corrispondono perfettamente a quelle un tempo in uso all’ex sede della tesoreria nazionale di via Taramelli 28.
Posto che l’ex pm di Mani Pulite nega di aver mai usato un euro del partito per reinvestirlo nell’acquisto di un appartamento a suo nome, posto che la società An.to.cri è nata con un capitale sociale assai modesto (appena 50mila euro), posto ancora che nel 2005 Di Pietro ha dichiarato un imponibile di 175mila euro e nel 2006 di 189mila, l'interrogativo sulla provenienza dei capitali per l’acquisto degli appartamenti, è dovuto per una personalità pubblica del suo calibro. Specie se ci si sofferma a sbirciare nel patrimonio immobiliare di quest’uomo che anche quando indossava la toga, non sembrava contenersi nello shopping edilizio: una villa con giardino a Curno, e di lì a poco, nel 1994, una nuova villetta, attaccata alla precedente, di otto vani. L’anno appresso Di Pietro compra un'abitazione da 300 metri quadri a Busto Arsizio, che gira prontamente al partito dopo aver acceso un mutuo agevolato per l’80 per cento del totale. Tempo qualche annetto e, una volta eletto al Parlamento europeo, fa il bis con un bilocale nel centro di Bruxelles: quanto l’abbia pagato non è noto. Arriviamo così al 2002 allorché l’ex ministro delle Infrastrutture si accasa in un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: altri otto vani, per un totale di 180 metri quadrati, pagato intorno ai 650mila euro grazie anche a un mutuo di 400mila euro acceso con la Bnl. L’anno dopo, nella natia Montenero di Bisaccia, Di Pietro cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati: «Sei vani e mezzo poi ampliati a otto e a 186 metri quadrati (più 16 di garage) - analizza la Voce - grazie al condono edilizio del 2003. La spesa sostenuta è all'incirca di 300mila euro».
Gli alloggi per i figli
Non passano due mesi e alla fine di marzo, l'ex pm compra a Bergamo un bel quarto piano, per i figli Anna e Toto: 190 metri quadri in un signorile palazzetto liberty in via dei Partigiani. Lo stesso giorno, con lo stesso notaio, la moglie di Tonino fa suo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage: si parla di una cifra oscillante intorno agli 800mila euro, ma non c’è conferma nemmeno su chi abbia provveduto all’esborso e in quale misura. Il 2004 è alle porte, e il nuovo appartamento di 190 metri quadri acquistato per 620mila euro in via Felice Casati a Milano - come da rogito stipulato in aprile - Di Pietro lo intesta alla Srl Antocri. Poi per un milione e 50mila euro la medesima società immobiliare fa suoi dieci vani (190 metri quadri) in via Principe Eugenio a Roma, dove - stando al bilancio 2005 dell’Idv - trasloca la sede nazionale di rappresentanza politica del partito, fino al giorno prima ubicata in via dei Prefetti 17». Per i due locali Tonino si rivolge alla Bnl e si carica due mutui sulle spalle: 276mila euro da saldare entro il 2015 per la casa milanese, 385mila per quella romana (scadenza 2019). Le pesanti rate Di Pietro inizialmente le ricaverà (salvo poi ripensarci quando scoppia lo scandalo) dal pagamento dei canoni d’affitto versati all'Antocri da un inquilino eccellente: la sua Italia dei Valori.
Mattone a Bergamo
Non è finita. Alla vigilia di Natale del 2005, Susanna Mazzoleni, moglie di Di Pietro e madre dei tre figli, compra un piccolo appartamento in via del Pradello a Bergamo. Poche ore dopo acquista anche un ufficio di quattro vani nella stessa palazzina. Spesa approssimativa? Tra i 400 e 500mila euro. L'anno successivo, come detto, Tonino compra all'asta con offerte segrete la casa di via Locatelli, sempre nella città orobica. Mentre l'anno dopo ancora, per una spesa-lavori consistente (decine, se non centinaia, di migliaia di euro) inizia a ristrutturare la masseria di famiglia in quella Montenero di Bisaccia dove l’ex ministro delle Infrastrutture, a dar retta al «catasto dei terreni» possiede 33 «frazionamenti» pari a 16 ettari di proprietà, in parte ereditati, in altra parte acquistati da parenti e familiari. Secondo la Voce (ma ancora non c’è traccia nelle visure camerali) Di Pietro avrebbe acquistato anche un altro appartamento per la figlia, 60 metri in piazza Dergano a Milano.
La società bulgara
Di Pietro in aula ha spiegato d’essersi dato al mattone dopo aver venduto l'ufficio di Busto Arsizio (a 400mila euro, 100mila li ha dovuti restituire alla banca per il mutuo) e con il ricavato ha acquistato gli appartamenti affittati all’IdV: quello di via Felice Casati a Milano - acquistato dalla Iniziative Immobiliari di Gavirano, Gruppo Pirelli Re - e l’altro, in via Principe Eugenio a Roma (alienato nel 2007). Ha detto che se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto, anche se la sua passione per gli affari immobiliari ha travalicato i confini nazionali: Tonino possiede infatti il 50% della Suko, una srl bulgara con sede a Varna. A fronte di quattro milioni di euro spesi per comperare immobili fra il 2002 e il 2008, l’ex pm ha incassato dalle vendite all'incirca un milione di euro, scremati dalle rimanenze calcolate per i mutui. Niente di penalmente rilevante, come dicono gli ex colleghi di Tonino. Ma i conti non tornano.
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L’ex leader Margherita: scelte scomode per prendere anche voti da destra. L’ulivista Barbi: linea suicida. Bondi: in atto una riflessione profonda
Tratto da Avvenire del 3 agosto 2008
Gioca a carte scoperte Francesco Rutelli. E nel dibattito aperto all’interno del Pd sull’opportunità o meno di riallacciare le alleanze a sinistra, dopo la vittoria della linea- Ferrero nel Prc, l’ex presidente della Margherita invita a fare scelte anche scomode, ma guardando al voto di destra.
« Se il Pd non vuole ritrovarsi nei prossimi anni in una condizione stabilmente minoritaria – dice il presidente del Copasir – deve mettere in discussione assunti considerati intoccabili definendo la propria identità e la propria agenda con coraggio». Parole destinate a scaldare i dibattiti estivi, ma soprattutto a gelare i rapporti interni nelle previste assise autunnali.
Rutelli torna a esaminare il risultato della sconfitta elettorale su cui una buona fetta del partito avrebbe voluto ragionare più approfonditamente già nell’Assemblea costituente. Per l’ex vicepremier di Prodi, candidato sconfitto sindaco di Roma i voti mancati per arrivare in Campidoglio «erano in parte quelli della sinistra radicale: sia come conseguenza del tracollo della Sinistra arcobaleno, sia per l’ostilità verso un candidato visto come troppo moderato. E in parte erano i voti dell’area dipietrista direi, persino, indipendentemente dalla volontà dei dirigenti».
Proprio per rompere questa catena, Rutelli riparte con la necessità «di alleanze di nuovo conio». Ma, spiega, prima «si tratta di definire l’identità e l’agenda del Pd, le alleanze vengono dopo».
L’appello rutelliano è dunque quello di « uscire dall’antiberlusconismo » e di scegliere la giusta scala di priorità: prima l’economia, le riforme liberali e la difesa del potere d’acquisto. Poi le riforme istituzionali e l’esigenza di ritoccare la legge elettorale per le europee. L’ex sindaco di Roma è anche molto critico sull’Italia di questi anni nella quale, sembra che ci sia « un 'processo del lunedì' che dura 365 giorni l’anno ». Ma, chiosa, il Pd non deve farsi coinvolgere da questo continuo processo contro chiunque cerchi di amministrare e realizzare. La tentazione di unirsi a un simile coro, pur comprensibile per l’opposizione, rappresenta, per Rutelli, una di quelle facili scorciatoie da cui il Pd dovrebbe guardarsi. La strategia indicata dall’ex vicepremier di Prodi non piace agli ulivisti. E Mario Barbi attacca: «Rutelli continua a dare lezioni al Pd indicando a Veltroni una linea contraddittoria e suicida. Rutelli sostiene che bisogna cercare i voti a destra perché i voti della sinistra sarebbero indisponibili al governo e si radicalizzeranno sempre più». Ma quello che più disapprova il parlamentare prodiano è che, dice, «Rutelli non si propone di persuadere gli elettori del Pdl che le proposte alternative e progressiste del Pd sono migliori per il Paese, ma propone al Pd di spostarsi a destra e di adottarne sostanzialmente le politiche sull’immigrazione, sulla sicurezza e sui diritti».
Grande attenzione al dibattito e in particolare alla posizione moderata dell’ex presidente dl, si legge nel centrodestra. Per il successore di Rutelli ai Beni culturali Sandro Bondi «nel Pd è in atto una riflessione non rituale ma seria e profonda intorno alla necessità di definire i contenuti prima ancora che le alleanze di una politica autenticamente riformista». (R. d’A.)
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di DAVIDE D'ALESSANDRO
Nicola Del Prete ha avuto qualche problema di salute. Gli sono vicino e gli auguro di guarire e di tornare presto a casa, accanto ai suoi affetti più cari.
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Per Nicolangelo D'Adamo lei ha un io ipertrofico!
"Il suo è ipotrofico. Dovrebbe tirarlo un po' su".
Lei si sente un essere superiore?
“Sì, persino a me stesso. Le garantisco che è per pochi eletti”.
Cosa?
“Sentirsi superiori a se stessi”.
Perché?
“Tutti si sentono superiori soltanto agli altri”.
Chi le ha insegnato a scrivere?
"P. Eugenio Di Giamberardino. Tentò anche con Boschetti, senza riuscirci".
E Caminiti?
"Camin mi ha insegnato a scrivere articoli, non compiti d'italiano".
E Montanelli?
"Il più bravo. Qualche volta debole nel mezzo, ma inarrivabile nell'attacco e nella chiusura del pezzo".
Perché un uomo di studi perde tempo con Lapenna?
"Non solo con Lapenna. Anche con Forte e Del Prete".
Ma perché?
"Me lo chiede anche mia moglie".
E che cosa risponde?
"A chi?"
A me e a sua moglie…
"Potrei rispondere pomposamente, come Peppino Forte?".
Cioè…
"Per amore della Città del Vasto".
Qual è il miglior politico vastese?
"Vasto non ha politici".
E Tagliente?
"Tagliente non è di Vasto. Appartiene alla Regione Abruzzo. Certamente il migliore, un autentico animale politico. Con dei limiti".
Come tutti noi…
"Come tutti voi".
Ha paura della morte?
"La morte ha paura di me".
In che senso?
"Più mi avvicino, più si allontana".
Dopo questa intervista, diranno che ha bisogno di un dottore…
"Medice, cura te ipsum. In Italia siamo tutti dottori, tranne Forte: geometra.".
Volere è potere?
"Potere è volere, ma bisogna conoscere la psicoanalisi".
Che cos'è l'umiltà?
"Il massimo della presunzione".
E Polis?
"Il massimo dell'umiltà. Quindi, della grandezza".
Davvero?
"Certo. Un uomo di studi che fa Polis è un esempio di straordinaria umiltà. Quindi, di grandezza".
Perché Polis?
"Può ripetere la domanda? Mi squilla il telefono".
Chi è?
"Gigi Murolo".
Che vuole?
"Mi chiede di ordinargli un libro su internet".
E lei lo farà?
"Umilmente".
Un uccellino mi dice che punta a fare il sindaco di Vasto…
"Chi, Murolo?".
No, lei…
"Lei chi? Anna Suriani?"
No, lei, lei che sta parlando con me…
"Io non punto".
Volere è potere?
"Potere è volere. Devo avere voglia".
E di cosa ha voglia?
“Di fare il benzinaio. E’ il lavoro più bello del mondo. Ricarirare di benzina il motore degli altri. Magari gratis. Con quello che costa...”.
Lo farà?
“Molto presto”.
Che cos'è il Partito democratico?
"Che cos'era…"
Che cos'era?
"Un capolavoro senza il grande autore".
Cioè?
"La Divina Commedia scritta da Del Prete".
Come ha fatto a prevederne, in un anno e mezzo, ogni singola caduta?
"Non è merito mio. E' merito della libertà".
In che senso?
"Se un uomo è libero e molto intelligente, prevede. Cacciari è abbastanza intelligente, ma non è libero. Ha visto, non previsto. Sa cosa diceva Longanesi?".
No.
"In Italia non manca la libertà. Mancano gli uomini liberi. Per me questa frase è seconda, per grandezza, soltanto ad un'altra".
A quale?
"Si diverta, D'Alessandro!".
Come definirebbe questa intervista?
"Il capolavoro di un grande autore"
La Divina Commedia scritta da D'Alessandro?
"Proprio così, ma non lo dica in giro. Penserebbero ad una esagerazione".
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di Gianni Baget Bozzo
Il Giornale 30 lug 08
Il congresso di Rifondazione Comunista potrà essere paragonato al congresso socialista di Livorno del '21, in cui Bordiga e Gramsci decisero l'adesione di un gruppo di massimalisti italiani del Psi alla terza internazionale comunista. La divisione, infatti, a Chianciano è avvenuta sul termine «comunismo». Chi ha votato Paolo Ferrero ha voluto usare questa formula per mantenere la questione comunista nel cuore della politica italiana. Bertinotti aveva tentato di rimuovere la parola «comunismo», che egli aveva adottato ereditandola da Armando Cossutta. L'ha complicata con un marxismo più raffinato, riproponendo il tema della classe al posto di quello del partito e creando così una scelta alternativa idealmente al primato del partito del Pci. Ma egli ha poi ampliato il linguaggio di Rifondazione in varie direzioni: i diritti umani, i diritti del corpo, il terzomondismo, il pacifismo. E ha giocato questa trasformazione culturale del partito di Cossutta facendone una nuova forza della sinistra italiana, in modo tale da diventare determinante delle stesse scelte del Ds.
Fu questa nuova sinistra ad essere determinante nelle due elezioni di Prodi e anche nelle cadute di questo governo. La prima fu intenzionale, sulla questione della guerra dei Balcani, e mirò a fare di D'Alema e dei Ds il partito avverso, un partito borghese mascherato. La seconda fu il contrario, fu quella di rifare di Rifondazione la sinistra al governo, pur mantenendo il concetto di alternativa globale al capitalismo. E anzi accentuando, con il concetto di «antagonismo», l'idea che il capitalismo creasse condizioni contrarie allo sviluppo umano in modo da promuovere rotture non solo sul terreno della classe ma di tutte le realtà ideali e umane che si opponevano al pensiero unico, divenuto ormai proprio come pensiero l'essenza del capitalismo. Su questa base Bertinotti pensò di poter continuare la partecipazione al governo, ma questa volta sollevando i problemi della differenza politica dal Pd e contrapponendosi agli stessi sindacati.
Dal congresso di Chianciano nascono strade diverse. Una può condurre, sulla scia di Bertinotti, alla collaborazione con il Pd: il peso del «voto utile» alle elezioni di aprile mostra che vi è una parte del mondo del Prc che è sensibile a questa linea. È quella che fa capo a Nichi Vendola, significativa della dimensione libertaria del partito di Rifondazione. L'altra linea porta a rifondare il comunismo cercando l'unità con Diliberto e forse anche con i Verdi e ad assumere il tema della classe come tema fondamentale della sua azione. Ciò corrisponde a ciò che accade in Europa, dove la sinistra comunista si è affermata nelle recenti elezioni amministrative a spese del Ps. Da tempo, in Germania, la Linke incide sull'elettorato socialdemocratico al punto da quasi dimezzarlo e diventare un'alternativa addirittura nella memoria della Repubblica dell'Est.
Nascono da Chianciano due problemi. Il primo è la questione se il nuovo partito comunista che si apre con Paolo Ferrero accetterà di essere sensibile ai termini della non violenza, che Bertinotti aveva proposto come chiave della sua sintesi politica. E ciò è importante in un paese che ha conosciuto il terrorismo di sinistra più imponente in Europa e che rimane ancora attuale come organizzazione operante delle nuove Br. Vi è una connessione tra la non violenza e l'accettazione del parlamento e della democrazia come fondamento risolutivo della politica. Rinunciando alla linea parlamentare, quali sono le prospettive di Paolo Ferrero? D'altro lato vi è il problema posto al Pd dal sorgere di sinistre diverse da quella di Bertinotti; ciò potrebbe spingere i Ds verso una rifondazione autonoma rispetto alla collaborazione con i democristiani.
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