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VERSO LE ELEZIONI COMUNALI DELLA PRIMAVERA 2011: A BREVE UN'ASSEMBLEA PUBBLICA DI ALLEANZA PER VASTO. IL COORDINATORE D'ALESSANDRO RIBADISCE I CONTENUTI DEL PROGETTO
tratto da histonium.net
"A breve comunicheremo le successive tappe di avvicinamento al voto, compresa la data di un’assemblea pubblica che sancirà un ulteriore incontro con la città". Lo dice Davide D'Alessandro, coordinatore cittadino di Alleanza per Vasto, movimento formatosi sulla strada dell'avvicinamento alle elezioni comunali 2011 molto vicino alle posizioni dell'ex vicesindaco e assessore Nicola Del Prete.
"Non siamo una lista che esercita pressione, che mira allo strapuntino - sottolinea D'Alessandro - Siamo portatori di un progetto che tende a superare l’esistente e le sue varie costole (che da qui ad aprile potrebbero spuntare), a proporre un modo altro di fare politica, con nuove idee, nuove donne e nuovi uomini. Siamo in mezzo, al centro, ma distanti da chi intende riproporre, con varie formule, il passato. Ci fa piacere che il senso di una nuova 'comunità' e l’attenzione cruciale sul turismo e la cultura o, meglio, sulla cultura del turismo, da tempo posti in evidenza da ApV, abbiano già incontrato il consenso di altri interlocutori che cominciano ora a proporsi. L’entusiasmo crescente dei vastesi che accompagnano il nostro progetto - conclude D'Alessandro - ci dice che la nuova e grande storia civica presto si affermerà. La stiamo scrivendo contro nessuno, con l’aiuto di tutti, sempre aperti ad accogliere quanti, a prescindere dalle casacche di precedenti esperienze, vogliano ancora mettersi in gioco, con tutta la passione politica, al servizio di Vasto, per rilanciare Vasto".
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GRAZIE BARONI PER LE BOCCIATURE - DIARIO DI UN ANTROPOLOGO DIVENTATO FAMOSO SENZA MAI SALIRE IN CATTEDRA
di FRANCO LA CECLAIl Sole 24 Ore 1 set 2010

Sono entrato all'università come ricercatore 35 anni fa e ne sono uscito sempre come ricercatore, senza il minimo avanzamento, un anno fa. Ho scritto 20 libri di cui almeno quattro adottati come testi fondamentali in Italia e all'estero nei corsi di antropologia, di gender studies, di antropologia urbana e di linguistica. Ho fatto cinque concorsi per diventare professore e sono stato respinto in tutti e cinque senza che nemmeno mi arrivasse una comunicazione ufficiale.
Questa mia banale vicenda biografica non avrebbe importanza se non aprisse uno spaccato esemplare sulla storia recente dell'università italiana e se non servisse a quelli più giovani di me a farsi due conti su come vanno le cose nell'accademia. Avrei voluto essere giudicato sui miei lavori, sulle mie ricerche, o magari sull'effetto che i miei corsi facevano agli studenti, corsi che da buon ricercatore ho accettato per decenni di fare sostituendo in questa funzione i pochi professori di ruolo. Ma no, nessun giudizio scientifico o di efficienza. Sulle "opere" c'era una generale concordanza come si fa quando si trattano gli sforzi giovanili di qualcuno strano e un po' fuori dal giro, sull'efficienza il semplice uso. Gli servivo, all'università, per riempire enormi buchi e servire grandi folle: alla facoltà di architettura di Venezia arrivavo ad avere 500 studenti e a fare mille, 2mila esami per sessione. Credo di avere formato almeno quattro generazioni di ricercatori, gente che si è appassionata come me alla relazione tra le scienze umane e la città e con cui sono diventato amico, con cui ho lavorato e continuo a lavorare.
L'esemplarità della mia vicenda accademica l'avrei dovuta subodorare però dall'inizio. Il mio primo direttore d'istituto, Salvatore Boscarino, al dipartimento di architettura dell'università di Catania mi disse accogliendomi: «Spero lei sia di famiglia benestante, perché altrimenti non capisco come potrebbe fare questo lavoro». La mia risposta pratica era che facevo l'autostop per tornare a casa a Palermo alla fine della settimana e che a Catania dormivo nelle ultime stamberghe o addirittura clandestino nelle case in costruzione del padre di uno dei miei studenti.
Trentacinque anni dopo, un altro direttore d'istituto in una facoltà di filosofia ha chiuso la mia storia con l'università in modo altrettanto esemplare. Mi ha mandato una lettera di rimproveri perché mi ero permesso durante le vacanze di Natale di andare a fare «lavoro sul campo» in mezzo ai pescatori siciliani emigrati a Nantucket. Per lui era inconcepibile che non glielo avessi comunicato. La mia risposta sono state le dimissioni. In mezzo c'è stato di tutto, soprattutto una furibonda passione per la ricerca, una voglia matta di formare ad essa studenti intelligenti, una lotta all'ultimo sangue per svecchiare strutture accademiche inadeguate.
Quando arrivai alla facoltà d'architettura di Venezia, offersi alla biblioteca del dipartimento la mia personale libreria, la più completa in Italia sull'architettura vernacolare e sulle tecniche tradizionali di costruzione. Venne rifiutata. Organizzai un convegno internazionale sui «Bambini e la strada». Francesco Dal Co, allora direttore dell'istituto si lamentò pubblicamente che una facoltà d'architettura si abbassasse a occuparsi di temi così marginali. Qualche anno prima, con Paolo Fabbri, al dipartimento di comunicazione dell'università di Bologna, avevo organizzato un convegno su «Cavoli a merenda, gusto e sistemi mentali e culturali». E un altro su «Media e natura». La risposta dell'università fu sospetto, indifferenza, fastidio.
Mi si rimproverava di non essere affiliato a nessun vero docente locale, di avere a che fare con l'École des hautes études di Parigi e con Ivan Illich che allora insegnava a Berkeley, ma di non essere consono alle logiche di dipartimento. Mi si faceva sapere di essere inviso al grande padre padrone dell'antropologia siciliana a cui non avevo mai dichiarato affiliazione pur essendo siciliano (cosa che era davvero imperdonabile). Fin quando un giorno, durante un congedo legalmente chiesto per dare una mano a Paolo Fabbri nella sua nuova veste di direttore dell'Istituto italiano di cultura a Parigi, il mio registro delle presenze sparì e venne da "qualcuno" inviato al Consiglio nazionale universitario (Cun), perché venisse avviato un procedimento disciplinare.
Il Cun mi convocò e mi chiesero: «Chi è che la odia cosi tanto? Una cosa del genere come quella che le hanno fatto è inconcepibile. Noi le consigliamo di trasferirsi in situazioni dove c'è minor tensione». Nel frattempo chi avrebbe dovuto mandarmi una certificazione di sostegno, il Fabbri per cui lavoravo, se ne dimenticò, assorto in logiche ben più degne e mi trovai così traghettato tra gli archeologi di Ravenna. La mia collocazione risultava sempre più strana, mi permettevo non solo di avere una dimensione internazionale - i miei libri venivano tradotti - ma di essere a cavallo tra varie discipline, antropologia, urbanistica, linguistica, geografia con scorno e scandalo di tutti coloro che se ne sentivano legittimi rappresentanti.
Gli archeologi mi accettarono in cambio di una presunta fedeltà a logiche un po' più segrete di quelle che pensavo dovessero esistere in un'università. Ai loro presidi interessava nulla quello di cui mi occupavo, ma soltanto la mia capacità di umiliarmi di fronte a loro. Appena potei mi feci ritrasferire, non senza avere messo a profitto almeno un po' di lavoro scientifico con un archeologo strano e poco ortodosso, Maurizio Tosi, con cui scrissi due libri sull'Afghanistan. Io volevo disperatamente lavorare in antropologia, avere l'occasione di svecchiare una logica che in questo campo in Italia era in estremo ritardo.
Accettai di andar a insegnare - sempre come ricercatore - al San Raffaele di Cesano Maderno, facoltà di filosofia. Organizzai un corso sulla stregoneria e sullo sciamanesimo e l'anno dopo un corso sulla "paura". Offersi a don Verzé d'insegnare gratuitamente antropologia clinica e antropologia medica. Questi mi rispose che loro non ne avevano certamente bisogno e che la loro impostazione già inglobava tutto questo.
Adesso, guardando le cose a ritroso mi sembra di essere stato un privilegiato, forse se fossi stato assorbito dall'accademia non avrei fatto e scritto le cose che ho fatto e scritto e non avrei incontrato studenti e studentesse, dottorandi e dottorande e mi sarei "riposato sugli allori" come si diceva una volta. Allori che nella nostra università non sono ghirlande che gli accademici mettono sulla propria fronte, ma il contenuto di cuscini, poltrone, letti e materassi su cui siede la staticità dei privilegi, delle schiavitù, dei favoritismi e dei nepotismi. Forse mi sono evitato tutto questo e non è poco.
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di Ernesto Galli Della Loggia
Corriere della sera 5 agosto 2010
Tra le tante anomalie della politica italiana di questi giorni ce n’è una più «anomala» delle altre. Di fronte a una maggioranza parlamentare spaccata, che non si sa neppure se esista ancora come tale, che cosa fa l’opposizione, che cosa chiede la sua stampa più autorevole? Tutto tranne la sola cosa a cui in qualunque sistema parlamentare si penserebbe subito, e cioè il ritorno alle urne. Elezioni anticipate? Per carità, si dice: inutili, pericolose, un’autentica sciagura per il Paese. Piuttosto, invece, al posto della vecchia, una nuova grande maggioranza «chi ci sta ci sta», un governo «tecnico» ma non proprio, comunque «larghe intese», le più larghe possibili, in cui alla fine potrebbero entrare tutti, da Bossi, a Fini, a Tremonti, a Casini, a Rutelli, a Bersani, a Vendola, in teoria anche Di Pietro e Beppe Grillo se volessero. Purché ovviamente ne stia fuori uno solo: Lui, l’Orco.
E’ nota la ragione di questa bizzarria: il principale partito d’opposizione, il Pd, non si sente pronto per una competizione elettorale, anzi la teme. Lo stesso vale più o meno per l’intero schieramento di centrosinistra (esclusa forse l’Italia dei Valori). Ma se questa è l’apparenza, dietro di essa si cela un dato ben più importante. Si cela il vero dato di fondo del quadro politico italiano nel momento in cui esso è costretto a prescindere da Berlusconi, in cui esso si pensa e si proietta oltre Berlusconi. Il dato di fondo è l’evanescenza, la virtuale dissoluzione di tutte le forze che compongono lo schieramento che sta tra Bossi e Di Pietro. Dopo Berlusconi, e senza di lui, in questo grande spazio non rimane più alcuna vera distinzione, alcuna appartenenza legata realmente a un passato, alcuna solida identità politica, alcun vero legame con referenti sociali. Oggi, in Italia, senza Berlusconi non ci sono più partiti, non c’è più nulla. C’è solo una grande palude parlamentare. Ed è perciò che a quel punto il solo governo a cui si riesca a pensare è, come accade oggi, quello dentro il quale ci siano tutti o quasi.
In questo modo la società italiana ritorna a un suo carattere originario dei tempi normali: la propensione a produrre un sistema politico-parlamentare in cui la tendenza a confluire, a convergere, la tendenza all’amalgama, se si vuole al trasformismo, prevale di gran lunga sulla tendenza alla divisione per parti nettamente contrapposte. Le cose sono andate in modo davvero diverso solo quando sul sistema si sono abbattute le conseguenze di grandiosi sconvolgimenti esterni, in particolare le due guerre mondiali. La prima delle quali ha voluto dire la dittatura fascista e dunque la nascita inevitabile nel nostro universo politico della contrapposizione fascismo/ antifascismo; la seconda l’introduzione obbligatoria nel sistema della contrapposizione est-ovest, nella figurazione comunismo/anticomunismo.
Ma vale la pena di notare come anche in queste due condizioni di antagonismo estremo le tendenze inclusivo-amalgamatrici siano sempre rimaste forti. Facendo del fascismo una dittatura largamente aperta all'accesso di forze e personalità d'origine diversa, e nel secondo caso creando con il «cattocomunismo » e il «consociativismo » due contrappesi importanti alla divisione radicale del sistema.
In Italia, insomma, i due totalitarismi del Novecento hanno subìto, non a caso, una particolarissima declinazione «nazionale» che ha fatto dell'uno un totalitarismo «imperfetto », e dell'altro un partito comunista «liberale». Così rimettendo a nuovo, in qualche modo, quel modello che potrebbe dirsi di «giolittismo inclusivo»—prodotto dall’incontro tra notabilato tradizionale e nuove identità cattolica e socialista — che è stato storicamente, ed è, la vera forma originale che ha preso la nostra autoctona modernità politica. È questo il modello che ogni volta tende a riproporsi. E che per l'appunto si stava riproponendo anche all’indomani di «Mani Pulite», nel 1993-94, cioè nel momento in cui venivano finalmente cancellate le conseguenze prodotte nel nostro sistema politico da fascismo e comunismo, e perciò si poteva tornare al consueto. Se solo, però, non ci fosse stato Berlusconi. Cioè, di nuovo, se non ci fosse stato qualcosa di radicalmente estraneo alla dimensione politica nostrana, così estraneo da essere addirittura proclamato sul campo come il simbolo vivente dell'antipolitica.
Solo grazie all’anomalia berlusconiana il sistema politico italiano fu costretto allora a organizzarsi in due schieramenti contrapposti, e così è rimasto per quindici anni. E' la presenza di Berlusconi che ha tracciato la linea dell’«o di qua o di là». E in tal modo ha neutralizzato il «centro». «Centro» che nella nostra tradizione politica può essere luogo di effettiva consistenza politica, di vera, autonoma identità, solo se si contrappone alla sinistra, e cioè inglobando e in un certo senso surrogando la destra. O altrimenti è destinato a divenire il semplice luogo «tecnico» dell'amalgama trasformistico, dove si incontrano le burocrazie dei partiti e le grandi oligarchie della società. E proprio questa, forse, è oggi l'alternativa che sta di fronte al Paese.
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di Davide D’Alessandro
“Caro D’Alessandro, sa che cosa ricorderemo noi vastesi delle quattro giunte Lapenna? Polis!”. Il signor Mario ha troppa stima di me per essere annoverato tra gli obiettivi, però non va molto lontano dal vero. Nel senso che il lascito dell’Amministrazione Lapenna ai cittadini vastesi non è visibile, a meno che non si voglia considerare il mostro di cemento armato, realizzato con il contributo del fratello del sindaco. Quello è certamente ben visibile. Non sappiamo ancora quale giudizio ne ha dato il prof. Cervellati, impegnato, insieme alla dolce Anna, a pensare una città a misura di bambino. Sappiamo il giudizio che ne danno i pochi turisti giunti a Vasto. So il giudizio che ne ha dato il poeta Umberto Piersanti che, negli anni Ottanta, fu anche assessore all’Urbanistica del Comune di Urbino: “E’ una caserma da profondo sud. Neppure del profondo sud di oggi, ma di qualche decennio fa. Non dico a Urbino, ma a Pesaro, a Fano, non sarebbe stato mai possibile realizzarla. Migliaia di cittadini si sarebbero sdraiati sui binari notte e giorno”. Qui 5.132 cittadini hanno firmato un documento, redatto da Polis, ma né il sindaco, né il fratello, né altri hanno voluto tenerne conto. Il lascito di Lapenna, la ferita aperta nel cuore di Vasto è lì, dentro la villa comunale, con i balconi che guardano il mare. Il nostro mare. Ci hanno rubato l’aria, il vento. Penso a Franco Scataglini, poeta anconetano: “Sul mare del frumento / dulceza e nostalgia / de nave senza scia / chi rivedrà più el vento?”. Già, chi lo rivedrà più?
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di Davide D’Alessandro
Ha scritto Aldo Schiavone su Repubblica: “C’è bisogno di aria nuova, di nuove idee, di un nuovo stile. E di nuova politica”. Angelo Panebianco, con la consueta lucidità, ha chiarito: “Con la fine del Popolo della Libertà suonano le campane a morto anche per il Partito democratico. Le due aggregazioni nemiche si sorreggevano a vicenda. La fine dell’una annuncia la fine dell’altra. Il Partito democratico, del resto, era ormai sfibrato da troppe sconfitte e da troppe risse interne”. Belle parole, sono le parole che da mesi pronuncia “Alleanza per Vasto”, ma alle parole bisogna far seguire i fatti, le azioni. Non c’è Pd che tenga, non c’è Vendola che tenga, non c’è Grillo che tenga. Occorre mettere in campo le nuove idee, occorre mettersi in gioco, costruire un’altra casa. Sulla roccia. Con il consenso dei cittadini che non percepiscono da tempo né il progetto né la guida. Che non si sentono rappresentati. Che non incontrano più il politico per strada. Che lo vedono solo prima del voto, gentile, cortese, affabile, poi mai più… Fino alla tornata elettorale successiva. C’è bisogno di mettere insieme uomini e donne che elaborino nuovi programmi, che diano il segnale reale di un cambiamento. Senza guardare alle tessere, alle appartenenze, ma solo al gusto di fare qualcosa per la propria terra. Perché è un onore rappresentare gli altri, parlare a nome degli altri, decidere per gli altri. Un onore che può realizzare, che può dare un senso alla vita. Magari per qualche anno. Per poi fare posto agli altri, senza incollarsi alle poltrone e alle legislature. Aria nuova, aria nuova, aria nuova.
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di Mario Miguel Moretta
Pastello 26x38 -1984-

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tratto da la Voce
Nuova bufera sulla Regione Abruzzo. Quattro arresti per chi voleva speculare sul post-terremoto. L’assessore Daniela Stati, indagata, si dimette. Chiodi dovrà sostituirla con un’altra donna.
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«"Volevano speculare sul post-terremoto", è bufera nel mondo politico abruzzese. L'ex assessore regionale abruzzese Ezio Stati (Dc e poi Fi), padre dell'attuale assessore Daniela, ed altre tre persone, tra cui un ex deputato di Fi, sono state arrestate per corruzione nell'ambito di un'inchiesta coordinata dal procuratore della Repubblica dell'Aquila, Alfredo Rossini. L'assessore regionale alla protezione civile Daniela Stati (nota ai cittadini vastesi perché più volte invitata nella nostra città dal consigliere Giuseppe Tagliente, ndr), raggiunta dalla misura di interdizione dai pubblici uffici, si è dimessa dalla carica. Si parla di ''favoritismi''. L'assessore e i 4 arrestati sarebbero implicati in un'attività illecita "al fine di ottenere il vantaggio di essere inseriti nella lista di beneficiari per fatti e atti connessi alla ricostruzione post-sisma del 6 aprile 2009", afferma il Procuratore della Repubblica dell'Aquila, Alfredo Rossini. La Procura dell'Aquila dopo le indagini svolte dalla Squadra mobile di Pescara ha chiesto alcune misure cautelari personali a carico di cinque persone, tra cui l'assessore Daniela Stati, "per episodi di corruzione"». Fin qui la ricostruzione dell’evento fatta da vastoweb. Che cosa aggiungere? Che è presto per parlarne? Che dobbiamo essere garantisti? Che dobbiamo aspettare il terzo grado di giudizio? Oppure che i fenomeni corruttivi che hanno riguardato e falcidiato il Pd, stanno sbriciolando anche il Pdl? A quanto pare, non si salva più nessuno. È tempo di ripensare la politica, negli uomini e nelle idee. È tempo di ripensare la politica nel modo di farla. Un percorso civico, fuori dalle appartenenze e dalle logiche spartitorie, potrebbe essere la strada percorribile.
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di Davide D’Alessandro
Le preoccupazioni dei vescovi sono le preoccupazioni di tutti i cittadini di buon senso: vastesi, abruzzesi, italiani. Il vuoto politico, l’assenza della politica, l’incapacità di dare risposte al presente e di progettare il futuro indicando nuovi percorsi, segnando una netta discontinuità con gli ultimi sedici anni che nulla hanno prodotto, sono gli elementi essenziali di un discorso che riguarda ognuno di noi. Niente cambia senza l’intervento diretto di ognuno di noi. E ognuno di noi ha una sola possibilità per cambiare il verso delle cose e ridare un senso e un valore alla politica intesa come servizio pubblico: il voto! Certo, alle elezioni politiche la scheda è bloccata, per merito di chi, realizzando una “porcata”, ha consentito alla casta di non essere eletta ma nominata; però, alle elezioni comunali, è possibile scegliere, esprimere una preferenza, scrivere nome e cognome del candidato consigliere. Una scelta, ormai, diventata determinante. E quali sono i criteri che dovrebbero orientare la scelta? Intanto, l’urgenza del ricambio. Occorre volgere l’attenzione alla carta d’identità. La storiella che non basta essere giovani per essere bravi è il refrain di chi, dopo mille legislature, non vuole ancora mollare. Occorre dare spazio a chi non si è mai candidato. A chi mostra passione politica. A chi si interessa ai problemi reali della gente, che ha bisogno di essere rappresentata, dopo aver votato. Vogliamo cominciare a cambiare il destino di Vasto. Stiamo facendo una grande “Alleanza per Vasto”. Il resto verrà.
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di Davide D’Alessandro
Premesso che il maresciallo Mauro Gigli, morto in Afghanistan per salvare la vita al capitano Federica Lucani, è un eroe, un vero eroe, e non lo stalliere Mangano, come ritiene Dell’Utri; premesso che le speculazioni sulle morti dei nostri militari all’estero, alle quali ci aveva abituati una sinistra al caviale, si sono stemperate; premesso che resta altissimo e nobilissimo il valore del gesto e immensa l’opera che i nostri fratelli sono chiamati a svolgere; premesso tutto ciò che c’è da premettere, continuiamo a sostenere imperterriti che dove c’è morte non possa che esserci altra morte. La vita è un’altra cosa e vorremmo che si difendesse in altro modo, lontano dai campi di battaglia dove, a cadere, sono quasi sempre i poveri figli di mamma e i poveri padri di bambini nati o che stanno per nascere. I presidenti che accolgono le bare al ritorno, appoggiandovi affranti le loro mani, ripetono un rito di tristezza e di mortificazione. Lì, dentro quelle quattro tavole, c’è un corpo che non tornerà più. E le motivazioni e le parole come patria e onore e i discorsi sulle missioni di pace e le strette di mano e i pianti e le medaglie al valore non bastano più. Resta il gusto amaro di un mondo che non ci piace e di una politica, di un modo di fare politica, che non merita quei sacrifici umani. Finché c’è morte non c’è speranza, ma altra morte. Insesorabilmente morte.
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di Davide D'Alessandro
Lucida analisi della Conferenza Episcopale Italiana sul drammatico momento che vive il Paese. “Alleanza per Vasto” ha raccolto da tempo l’invito e lavora per indicare e guidare nuovi percorsi.
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Non abbiamo la presunzione di schierare anche la Cei al fianco di “Alleanza per Vasto”, però è un fatto che le parole espresse sabato scorso da Edoardo Patriarca, segretario del Comitato organizzatore delle Settimane sociali della Cei, in programma dal 14 al 17 ottobre prossimi, coincidano alla perfezione con quanto più volte dichiarato negli ultimi mesi dal Movimento Civico vastese. Sentite quanta chiarezza e lucidità di analisi: “L’Italia vive un momento difficile, pesante, drammatico per certi versi, perché è un Paese senza classe dirigente, senza persone che per il ruolo politico, imprenditoriale, di cultura, sappiano offrire alla nazione una visione, degli obiettivi condivisi e condivisibili. È un Paese in cui la politica non svolge la funzione che le dovrebbe competere, cioè tentare di dare una visione con obiettivi di medio e lungo termine”. Chi se la sente di non essere in sintonia con queste sacrosante parole? Occorre in ogni luogo, a Vasto in primis, per quanto ci compete, assumersi la responsabilità di indicare e guidare nuovi percorsi, fuori dalle logiche fallimentari che fin qui hanno reso prigioniera un’intera città. Prigioniera di una classe politica inadeguata e pasticciona, a sinistra come a destra. Una classe politica impegnata soltanto a perpetuare se stessa. Lontana dai cittadini, dai bisogni reali e urgenti dei cittadini.
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Venerdì scorso, presso la “Fattoria Uliveto” di Scerni, alcuni ex alunni della imbattibile (almeno a pallavolo) Quinta B del Liceo Scientifico Mattioli di Vasto, si sono ritrovati dopo qualche annetto per rinsaldare la loro grande amicizia. Ma Anna Maria, Anna Rita, Antonella, Gianmichele, Mosè, Michael, Pietro, Florideo, Maurizio e Davide, non contenti per le tante assenze dovute agli impegni lavorativi, hanno rilanciato per mercoledì 18 agosto, alle 20.30, quando si ritroveranno, con il resto della classe, al “Signore di Graz” in compagnia persino di qualche professore e di qualche…sorpresa.
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